Partenza

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28 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Marco Puglia]

Dovevo prendere questa decisione molto tempo fa, ma fino ad ora mi era mancato il coraggio. A questo punto però non posso più procrastinare. La situazione è diventata insostenibile e il rischio che il mio appartamento diventi una trappola invece di un rifugio sicuro, è troppo grande. Devo andarmene.

Ma andiamo con ordine, vi avevo detto che avrei fatto un sopralluogo nel seminterrato per verificare la situazione? Beh… l’ho fatto, e quello che è successo mi ha aiutato a prendere questa decisione.

Preso da un attacco di pigrizia, ho impiegato qualche giorno per decidere di uscire dall’appartamento e cercare di raggiungere i garage. Passavo le ore dormendo, mangiando qualche scatoletta, guardando fuori dal balcone e uscendo di tanto in tanto per vedere quelle creature appiccicate al vetro della porta di ingresso come degli insetti sul parabrezza di un’auto nella lenta agonia prima di morire, con la differenza che questi erano già morti. Un giorno finalmente sono riuscito a trovare la forza e la spinta necessaria per agire; ho indossato alcune cose recuperate da vecchi cosplay che mi erano state di aiuto durante le mie fugaci ricerche di viveri negli appartamenti vicini (un corpetto in stile swat, guanti tattici, gomitiere e ginocchiere) e per difendermi ho preso l’unica cosa che poteva assomigliare ad un’arma seria, una spada comprata a San Marino che riproduce quasi fedelmente quella usata dal personaggio di Aragorn. Ve lo ricordate il Signore degli Anelli? Cazzo! Ne sono sempre stato un grande fan e pensare di usare la spada di Grampasso mi faceva sorridere e mi dava una curiosa sicurezza.

Vestito di tutto punto e con la spada tenuta sulla schiena tramite una imbragatura artigianale fatta di vecchie cinture e lacci di scarpe, ho controllato dallo spioncino della porta che il pianerottolo fosse ancora libero e sono uscito. Per scendere nel seminterrato l’ascensore rappresentava l’unica via possibile, ma, vista la mancanza di corrente, non poteva essere usato nel modo classico. Le ante esterne erano aperte e guardando nel tunnel di risalita ho visto la cabina qualche metro più in basso.

Sfruttando le funi di trazione mi sono calato fino a raggiungere il tetto di metallo. Utilizzando un cacciavite ho aperto il pannello superiore e con un salto sono entrato. La porta interna per fortuna non era completamente chiusa, ho infilato le dita nella fessura e tirando con forza sono riuscito ad aprirla. La cabina si trovava più o meno a metà tra il piano terra e il seminterrato. Sporgendomi oltre la parte superiore potevo vedere la porta di ingresso e una decina di zombie accalcati che premevano sul vetro ancora intatto. Quello che mi preoccupava erano gli inquietanti cigolii che provenivano dalle giunture degli infissi. Quegli esseri sembravano instancabili, insensibili alla fatica, al sonno, l’unica cosa che li spingeva era la mia presenza e la voglia di addentarmi. Una spinta talmente forte che sarebbero stati in grado di seguirmi per giorni e giorni senza fermarsi. Ma quelle creature deformi un tempo erano state persone come me, c’era un signore di mezza età in giacca e cravatta a cui mancava un braccio, una ragazza in tuta da ginnastica con due costole che fuoriuscivano dal torace, un ragazzino grassoccio schiacciato sul vetro dalla pressione degli altri dietro di lui che mostrava quasi fieramente l’intestino che pendeva da una lacerazione sullo stomaco.

Ho dovuto chiudere gli occhi per scacciare la pietà che stavo provando per quegli esseri e per cercare di focalizzare l’attenzione sul mio obiettivo. Chinandomi ho potuto vedere attraverso la parte inferiore della cabina il corridoio che conduceva ai garage. Sembrava vuoto e i rumori che sentivo provenivano solamente dal piano superiore. Mi sono seduto sul pavimento ed ho fatto uscire prima le gambe per poi lasciarmi cadere sul pavimento in cemento grezzo del seminterrato.

Ho percorso con circospezione il corridoio, ed una volta arrivato allo spiazzo antistante le autorimesse, mi sono diretto al mio posto auto girando la chiave nella serratura e sollevando la basculante.

In quello stesso momento un fragore di vetri infranti ha attirato la mia attenzione, i suoni gutturali di quelle creature sono diventati più nitidi e si sono mischiati a colpi sordi come di qualcosa che colpisse il muro e il pavimento. Evidentemente erano riusciti a sfondare la porta a vetri.

Dopo aver chiuso di nuovo il garage ho ripercorso il corridoio per tornare all’ascensore. Il cuore mi è saltato in gola vedendo il mezzo busto di uno di quegli esseri in fondo alla rampa di scale che porta all’esterno. Vedevo le mani annaspare a vuoto e la bocca mordere l’aria. Poco dopo un altro cadavere ambulante è uscito dall’angolo calpestando quello a terra, e poi un altro e un altro ancora. Non avevano sfondato la porta di ingresso, ma quella più piccola che portava direttamente nel seminterrato.

L’accesso all’ascensore era diventato impraticabile, ma potevo ancora rientrare facendo il giro dall’esterno, sempre che il numero di quelle cose non fosse stato troppo elevato. La prima cosa da fare però era guadagnare tempo. Due non morti stavano già allungando le loro putride braccia verso di me. Immaginando di essere all’interno di un videogame e ho estratto la spada e con un colpo di fioretto ho trafitto il primo spargi budella in corrispondenza dell’occhio sinistro; la lama è penetrata nella scatola cranica come in un panetto di burro, fuoriuscendo dalla nuca insieme a schizzi di sangue e materia cerebrale. Dopo averla estratta ed aver visto il primo corpo cadere a terra, ho cambiato stile e con un colpo laterale a due mani ho colpito la tempia del secondo zombie: la lama della spada poco affilata ha avuto l’effetto di una mazza, facendogli esplodere la testa e spandendo la massa grigia del suo cervello contro la parete.

Sapevo che altri stavano scendendo le scale e sono quindi corso ancora una volta verso i garage per raggiungere la serranda che dava accesso alle auto. Ho premuto ripetutamente il pulsante di apertura come se servisse per accelerarne il movimento. Li sentivo avvicinarsi e il mio sguardo si spostava continuamente dal corridoio alla lastra di metallo che si stava sollevando. Ad un tratto però il vecchio motorino si è fermato di colpo e il portone si è bloccato lasciando solamente un’apertura di circa cinquanta centimetri. Non ci ho pensato due volte e mi sono gettato a terra rotolando fuori.

La rampa di accesso era libera e sono corso immediatamente verso la strada. Qualche zombie in lontananza si muoveva barcollante trascinando membra disfatte e lasciando a terra scie di intestini e sangue. Ho costeggiato il cortile dell’appartamento al piano terra e sono arrivato al vialetto che porta all’ingresso. Due azzannatori stavano procedendo con la loro andatura claudicante verso la porta. Avvicinandomi di soppiatto ho estratto il coltello dal fodero della spada e l’ho affondato nell’orecchio di quello più vicino che è crollato a terra con un tonfo sordo. Il secondo poco distante si è girato con un movimento che mi è sembrato particolarmente rapido per lo standard di queste carcasse ambulanti. Ha allungato le braccia verso di me prendendomi quasi alla sprovvista, ma prima che la sua mano destra, priva del mignolo e dell’anulare, mi afferrasse il corpetto, l’ho colpito ad un occhio con la lama del pugnale interrompendo le connessioni sinaptiche del cervello e facendolo afflosciare come un sacco vuoto.

Procedendo con cautela sono arrivato all’ingresso e mi sono reso conto che la mia intuizione era corretta. La porta divelta era quella piccola che dava accesso diretto ai garage, mentre quella di ingresso aveva retto, almeno per il momento. Tutte le creature che stavano premendo sui vetri, erano scese dalle scale e al momento la zona era libera. Sono entrato il più rapidamente possibile senza fare troppo rumore e dopo essermi chiuso la porta alle spalle ho fatto i gradini a due a due rientrando di nuovo nel mio appartamento.

Per lunghi e interminabili minuti, sono rimasto seduto con la schiena appoggiata alla porta blindata, ho appoggiato la spada per terra e ho affondato il viso tra le mani ancora tremanti.

La testa pulsava e un unico pensiero mi batteva insistente nelle tempie: non potevo più indugiare, non potevo rimanere in questo posto, l’unica salvezza era andare via… ma dove? Le notizie raccolte negli ultimi mesi erano poco incoraggianti, il mondo era ormai collassato su se stesso e questi esseri stavano diventando la razza dominante, forse rappresentavano una evoluzione della specie, forse si stava prospettando un nuovo mondo, ma prima che tutto questo fosse arrivato a compimento dovevo provare a sopravvivere… come tutti voi che siete in ascolto.

Ed è stato pensare a voi la fuori che mi ha dato la risposta, che mi ha suggerito quale sarà la mia destinazione, che mi ha fatto capire la cosa importante in questo momento dove il nulla sta prendendo il sopravvento: cercare lei, la mia ragazza, Chiara. Devo trovare il modo di raggiungere Padova, la città dei senza, come lei l’aveva definita durante una delle nostre passeggiate in centro. Quanto tempo è passato, quanto tempo ho lasciato passare…

Prima di partire però devo svolgere un ultimo compito qui a Ravenna. Ad una decina di chilometri, in direzione sud, vivono i miei genitori nella stessa casa di mia sorella e della sua famiglia. Devo raggiungerli per sapere se qualcuno di loro ce l’ha fatta.

Ho passato il resto della giornata di ieri a prepararmi per la partenza: ho preso lo zaino più grande che ho trovato e l’ho riempito di scatolette con la scadenza più lontana possibile, una torcia, una coperta e qualche piccolo attrezzo; ho legato sopra un’altra sacca più piccola infilando alcuni cambi di abbigliamento e poi ho cercato di riposarmi. In realtà non sono riuscito a dormire molto, solo qualche ora. Alla fine ho deciso di alzarmi e collegarmi in rete per lasciarvi questo ultimo messaggio prima di partire. Non so quando sarò in grado di connettermi ancora, al momento non ho un computer portatile a disposizione (lo cercherò strada facendo) e non so se riuscirò a trovare una linea ancora attiva. Voglio però cercare di tenervi al corrente dei miei spostamenti e, se mai dovesse anche lei trovare questo blog, far sapere a Chiara che sono ancora vivo e che la sto venendo a cercare.

Sarà difficile rimanere lontano da questo barlume di civiltà, probabilmente sarò solo la fuori.

Auguratemi in bocca al lupo.

Spero di rileggervi presto.

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