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26 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special guest: Dunya]

L’abbiamo scoperta appena entrati in casa. L’appartamento era lindo. Segno che mio marito l’aveva lasciato con calma. Prima di abbandonarlo, aveva lavato e incerato il parquét, sistemato gli abiti, svuotato la lavastoviglie. Avevamo sempre l’abitudine di pulire a fondo prima di partire per le ferie. Una casa profumata rendeva meno scioccante il rientro. Pensare che se n’era andato con la prospettiva di tornare, mi aveva rasserenata. Qualcosa però non tornava: il profumo di detersivo neutro con oli essenziali di arancio si mescolava a qualcosa di più alcolico e dolciastro. Spazzatura abbandonata? No, veniva dallo studio. È stato allora che l’abbiamo trovata. Andrei ha aperto la porta guardingo. Ne è uscita una zaffata densa di marciume. Ho vomitato. Andrei era come pietrificato. Sdraiata al fianco del pc, la web cam ancora accesa, c’era lei. LEI! La porno esibizionista con cui mio marito era solito chattare! Sdraiata in posizione fetale, le mani a coprire per quanto possibile le nudità, sembrava dormire. Con lentezza, troppo assorta in quello che stava facendo, si è girata verso di noi. Gli occhi più chiari di come ricordavo. Lo sguardo perso nel vuoto. Il naso all’insù da ninfetta troppo convinta di essere bella.

Quel naso ha iniziato a indagare l’aria, senza accorgersi dell’olezzo e puntando verso di noi. Si è levato ancora più in alto, portandosi appresso un metro e settanta di curve mozzafiato dondolanti sensualità. Bang! Dalla pistola di Andrei è partito un colpo. Veloce. Preciso. Letale. Ha attraversato la stanza, conficcandosi al centro del bulbo oculare destro della ragazza. Pamela, questo almeno il nome che usava in chat: non apparteneva più al mondo dei vivi. Non vi apparteneva nemmeno un attimo prima. Una zulu… mio marito aveva riassettato meticolosamente casa con una di zulu chiusa in una stanza. Sul braccio destro il segno del morso che l’aveva infettata. Tra le cosce il residuo di una banana. L’ultimo dei giochi erotici di cui aveva costellato il suo profilo twitter. Giaceva, definitivamente morta, tra il limone screziato e il kumquat. Sangue e materia cerebrale, spruzzati sulla libreria ad angolo, impiastricciavano ironicamente un’intera sezione di letteratura di genere. Barbarizzando, come la troietta aveva fatto in vita, oltre un secolo di lotta per l’affermazione della dignità femminile. Ironicamente, tra un volume e l’altro, rimaneva indenne L’amante di Victoria Griffin.

Non so quanto a lungo rimarremo in questa casa. Il palazzo non è sicuro. L’altro giorno sulla scala C c’è stata battaglia tra un inquilino e alcuni balordi che popolano il quartiere. Ho sentito spari, scoppi, urla e dal portone d’ingresso é uscito del gran fumo. Ho temuto un incendio ma, se qualcosa è andato a fuoco, è stato arginato prima che raggiungesse anche l’ala in cui stiamo. Ho letto che qui a Verona girano folli a caccia di animali e forse di umani. Spero che i due episodi non siano collegati. Andrei mi protegge ma mi tiene anche all’oscuro di tutto. Sembra quasi non mi ritenga in grado affrontare la realtà delle cose: il mondo è cambiato. Questa è quella guerra che i nostri genitori dicevano ci sarebbe voluta per farci mettere la testa a posto. Solo che è molto peggio di come se lo aspettavano. In questa guerra non ho ruolo se non attendere. Vivo relegata in casa. Le giornate scorrono lente. Cercando, nei vostri scritti, risposte a interrogativi che non mi sono ancora posta. La mia vista bloccata sulle finestre del palazzo di fronte, che sembra abbandonato. È come osservare la vita da uno spioncino o, come cantava Gianni Togni: “Osservo il mondo da un oblò, mi annoio un po’”. Ogni tanto medito di gettarmi da sto cazzo di balconcino. Poi mi riscuoto al vedermi poco elegantemente spappolata sul cemento di fronte ai garage. In fondo nemmeno il Dino di Moravia voleva morire sul serio. L’obiettivo del suicida è sempre quello di sopravvivere. Inoltre è molto più romantico un platano del cemento.

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