Pomoc!

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23 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Serena Casagrande]

Dunque, dov’eravamo rimasti? Ah, sì! Io che bevevo pils in una taverna praghese. All’interno cechi ubriachi e fuori zombie affamati. Cosa si può desiderare di meglio?

Oggi a J. nevica. Pochi fiocchi misti a pioggia, niente di che. In compenso, fa un freddo cane. Mia sorella sta catalogando dei pezzi di pietra. Lei dice che sono questo e quello. A me sembrano solo sassi. Servisse a qualcosa il suo interesse per l’archeologia dei metalli: che ne so, una fuga in stile Indiana Jones e il tempio maledetto. Interno Giorno, miniera. A bordo di carrelli, scorrazzo su e giù per i cunicoli alla disperata ricerca di una via d’uscita. Dietro, quattro-cinque carrellini con zombie incazzati come bisce. Figo, no?

Invece mi ritrovo prigioniera nel decadente museo minerario di una cittadina boema. Sono in un ufficio al primo piano, smanetto svogliatamente con il portatile, sorseggio tè e osservo attraverso una grande vetrata il cortile sottostante, parzialmente imbiancato. Come ci sono arrivata a questo punto?

Ecco, qui il discorso si fa interessante: una ritirata in piena regola, saltellando di tetto in tetto. Praga dall’alto è strepitosa. Davvero, se mai un giorno si tornerà alla normalità, vi consiglio caldamente di godervi questa città da una torre o da un campanile. Peccato che le circostanze mi abbiano impedito di apprezzare appieno il paesaggio. Fatico non poco a scrivere, mi sento confusa. La ferita alla testa deve ancora guarire del tutto: ci sono dei giorni in cui sento un ronzio persistente in fondo all’orecchio sinistro e le vista mi si appanna. Ma procediamo con ordine.

La situazione in birreria era diventata insostenibile: esaurite le scorte di cibo e d’acqua, l’unico sostentamento vitale si limitava alla pils. Per quanto di qualità insuperabile, e sufficientemente nutriente, la pivo non è l’alimento più adatto a garantirsi la sopravvivenza. Va da sé che l’alcol qualche piccolo effetto collaterale lo produce. Purtroppo. È iniziato così il disastro. Impossibile tenere sotto controllo quei bestioni ubriachi e con forti languorini allo stomaco. E reclamavano un lauto pasto anche i morti resuscitati che dondolavano attorno alla taverna.

È stata una decisione dei grossi, come spesso capita in queste occasioni. Alcuni ciccioni locali hanno preso in mano la situazione, dando vita a una fattispecie di consiglio di guerra. Non era richiesto, ma a nessuno è venuta l’idea di contestare la cosa. Dopo aver discusso fitto fitto per un buon quarto d’ora, un panzone con addosso una T-shirt arancione che non gli arrivava all’ombelico ci ha contati col ditino. Trentanove. Ventinove maschi e dieci femmine, me compresa. Poi ha parlato in ceco e si sono alzate quasi tutte le mani. Non ho capito nulla di quel che ha chiesto, naturalmente, potevo solo presumere che stesse facendo la conta dei boemi. Infatti, in uno sgangherato inglese, il tipo ha sbraitato: «Tourist! Hand!» e ci ha ordinato a gesti di elevare gli arti. Quattro a trentacinque. Abbiamo perso.

Che situazione di merda. Stava per succedere qualcosa di schifoso, perché non c’era più da mangiare ed eravamo in tanti, troppi. Bisognava sfoltire la comitiva. A cominciare da chi, non lo sapevo proprio. Quali sarebbero stati i criteri di scelta? Far fuori per primi noi stranieri? O i magri, più deboli? Io, ad esempio, avrei optato per l’opzione contraria: eliminare i grassi, che richiedevano più cibo ed erano più lenti degli altri. Quel che immaginavo benissimo era la fine che avrebbe fatto il /la malcapitato/a.

Sono stati democratici, a modo loro. Il ciccione arancione ha prelevato un turista giapponese, magrolino e tremolante, altri due compari si sono caricati in spalla un ceco mezzo addormentato su un tavolo; un quarto ha aperto in tutta fretta il portone e i due poveretti sono stati scaraventati in strada. Amen.

Non crediate che sia un’insensibile, la mia non è facile ironia: è una forma di difesa. Che vi dovrei raccontare, sennò? Che ho visto, attraverso l’inferriata della finestra, degli zombie strappare le braccia e le gambe all’omino nipponico e mangiarsele come cosciotti di pollo? Vi parlo delle urla miste al pianto dell’altro disgraziato? Cazzo, era talmente ubriaco! Avrà realizzato quel che stava succedendo solo quando il suo culo ha toccato terra. Ha continuato a pronunciare solo una parola, fino alla fine: «Pomoc». Aiuto. Il giapponese era fottuto già da un bel po’ e quei macellai avevano improvvisato una partitella a calcetto, utilizzandone la testa mangiucchiata a mo’ di pallone. Ecco perché la butto sul ridere. Perché è meglio fingere e far credere che un essere umano possa sopravvivere a tutto questo. Ciò che non ti uccide, ti fortifica. Stronzate, una marea di stronzate.

Eravamo rimasti in tre: oltre alla sottoscritta, c’erano altri due ragazzi stranieri. Uno dei due si è avvicinato e mi ha chiesto: «Do you speak English?» Io gli ho fatto di sì con la testa perché non mi uscivano le parole di bocca, mi veniva da vomitare. Mi ha indicato la scala che saliva al piano superiore, dove c’era un misero bagnetto. Mi ha preso per mano e io l’ho seguito, non avevo la forza per oppormi.

Si è girato verso di me e mi ha sorriso, un sorriso rassicurante: «What’s your name?»

Ora vi devo lasciare. A mia sorella serve il pc. Abbiamo solo questo e siamo già abbastanza fortunati, perché qui la corrente elettrica ancora resiste (salvo qualche breve blackout). Il resto ve lo racconterò la prossima volta. Se ci sarà… una prossima volta.

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