Challenge Accepted

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23 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

Quando penso alla marea penso sempre a Misery non deve morire.
Lo scrittore immobilizzato a letto, imbottito delle medicine di Anne. Quando l’effetto degli antidolorifici scendeva, il dolore tornava.
Le medicine erano come l’alta marea per lui, come lo è l’alcool per me, come sono gli Zulu per tutti noi.
È quando scende la marea che cominciano i problemi, perché ciò che sta sotto la superficie, si rivela.
Il dolore, per lo scrittore di Misery.
La mia incapacità di stare con gli altri, per me.
Gli untori, per noi sopravvissuti.

Ho letto gli ultimi post di Elisa e Pekka e visto l’inquietante regalino che ha lasciato Area sul nostro sito. Sulle prime, l’ho presa come al solito: ho fatto finta di niente. Continuato a vivere, se questa è vita. Ho fatto il bravo maestro, il compagno comprensivo e gentile, il sopravvissuto esperienziato, il raccoglitore di morti (ci sono ancora parecchi resti sulla spiaggia) infaticabile. Insomma, ho fatto tutto quello che si aspettavano che facessi.
Poi è scattato un interruttore, dentro di me e il mostro è venuto fuori. Oh, nulla di così retorico. Semplicemente, ieri pomeriggio, dopo aver portato l’ultimo sacco di spazzatura zulu al gran falò del parcheggio dell’ex Cuba Libre, mi son preso un giorno di vacanza dalla vita. Sono andato al Colla Market, vicino a piazza Mazzini e ho fatto scorta di beveraggi. Non ne erano rimasti molti: i saccheggiatori del giorno del giudizio erano già passati, ovviamente, come in tutte i dannatissimi alimentari di Jesolo.
Ah, se non siete mai stati a Jesolo, non fatevi confondere dalla parola ‘alimentari’. Quando sei giovane non vai a Jesolo per farti un panino con la casatella, vai a prenderti le cose che ti fanno diventare di notte un leone e di giorno un coglione. Per alcuni erano le chicche, per me è sempre stato l’alcool.
Birra, vodka, rum, tequila. Choose your poison.
Ho dato fondo alla scorta, su un pontile, coperto da tre giacche pesanti e un sacco a pelo ho ricordato un po’ i vecchi tempi che, per quanto possa farmi ridere, erano veramente tempi migliori anche se ero un adolescente testa di cazzo come tanti, figlio di una generazione cullata in prigioni dorate e poi mandata a sbattere contro il macello della vita senza preparazione.

Mi sono ubriacato per circa dodici ore di seguito. Quando l’alcool era troppo mi sono spinto due dita in gola per berne dell’altro e via di seguito, finché probabilmente sono svenuto o sono morto o quello che è.
Se ci fosse stato uno zulu nei paraggi (non dubito certo che ce ne siano ancora da queste parti), adesso probabilmente sarei un po’ più felice, visto che sono ancora qui a scrivervi con la schiena dolorante, lo stomaco a pezzi e un nuovo incubo.

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