Chiuso in bagno

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21 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Fabrizio Astrofilosofo Melodia]

Eccomi qui, dopo la quarta notte passata quasi completamente insonne, con i lamenti e i trascinamenti di gambe degli occupanti le altre stanze della casa.

Mi chiamo Fabrizio, di professione disoccupato, uno dei tanti in cerca di un lavoro che gli permetta perlomeno una esistenza non dico dignitosa, ma quasi.

Vivevo nella casa che i miei suoceri avevano costruito con tanti sacrifici e che ospitava me e mia moglie Sabrina in attesa che la situazione migliorasse.

Vita dura, i miei suoceri si erano organizzati bene. Casa ecologica a risparmio energetico, pannelli fotovoltaici e termici, riciclo acque piovane e un orto piccolo ma che, lavorato bene, ci permetteva di essere completamente indipendenti dai supermercati e dagli ortofrutticoli sedicenti biologici.

Un piccolo paradiso, anche quando scoppiò l’epidemia.

Mio suocero, con il suo senso pratico da navigato e ora pensionato operaio cantierista, su idea di mia suocera, volle correre subito ai ripari.

Stendemmo una rete intorno alla casa e alla terra che avevamo, un appezzamento non grandissimo ma non proprio facilmente difendibile, essendo in campo aperto e costeggiato dal lato da uno scolo del Brenta.

Scusate, questo diario è scritto a salti e devo dire che sto passando di palo in frasca, causa sinceramente della stanchezza, non so come mai non sono ancora riuscito a dire una bestemmia, forse sarà anche quello indice di voler tenere un poco il cervello sano, per quello che riuscirò ancora a rimanere integro.

Povero mio suocero, che sfortuna.

Avevamo posato la rete, collegato il tutto alla centralina fotovoltaica, elettrificato ogni angolo del campo, molti zombie, i vicini per prima cosa, vennero a schiantarsi contro la rete, rimanendo fritti e grigliati senza possibilità di recupero.

Dal canto nostro, armati di fucili, respingemmo strenuamente tutti gli attacchi, pianificando tutto il sistema difensivo nei minimi dettagli.

Mia suocera in questo era un vero genio e mia moglie le andava dietro, io ero il classico impedito di famiglia, simpatico ma svogliato, perdigiorno per definizione.

Eppure, sono sempre questa tipologia di persone a sopravvivere, nei film invece sono le prime ad andarsene, magari in modo ridicolo e doloroso.

Sento grattare alla porta, battere pugni all’impazzata, lamenti alti e continui, sono la fuori, solo una porta robusta di abete lamellare mi divide dalle loro bocche insanguinate.

Sono al buio totale, chiuso in bagno, in attesa che la mia ex famiglia faccia irruzione e mi sbrani come una bella braciola di maiale con contorno di patatine fritte.

Sono i miei suoceri e mia moglie che mi chiamano a cena, il piatto del giorno sono io.

Non siamo riusciti a difenderci da tutto, ne eravamo consapevoli e avevamo pianificato di andarcene in capo a poco tempo, selezionando il percorso in base alle trasmissioni radio che ricevevamo e alla nostra disponibilità.

A Mira, in provincia di Venezia, la popolazione si era ridotta a un terzo, nell’arco di tempo di pochi mesi, per poi dimezzarsi ulteriormente. E le cose non andavano diversamente in tutta la provincia.

La giunta comunale era stata la prima ad andarsene, alla fine erano durati davvero pochi mesi, come profetizzato dall’incompetente opposizione, la quale non perdeva occasione di attaccare invece che richiamare a se la popolazione e stabilire un piano anti olocausto zombi efficace per salvare quanta più popolazione possibile.

Purtroppo eravamo rimasti solo noi nella nostra zona. Io e mio suocero avevamo fatto saltare il ponte che collegava la strada alla nostra zona, circondata da scoli del Brenta e da fossi molto profondi e melmosi.

Purtroppo non aveva costituito un valido confine, avevamo deciso di fermarci di più, visto che riuscivamo a sopravvivere senza troppi stenti, con i prodotti della terra e l’energia elettrica che ci proveniva copiosa dall’impianto fotovoltaico, dopo opportune modifiche apportate.

Sbagliavamo.

Qualche sera fa, uno dei nostri vicini era ritornato con evidenti segni sul corpo e, nel tentativo di essere soccorso, aveva morso mia suocera, attaccando poi tutti i presenti.

Lo uccisi io, con un colpo di scure ben assestato, con la quale poco prima stavo spaccando la legna per riscaldarci in caminetto. Purtroppo fu solo l’inizio, anche se bruciammo il corpo del povero vicino, eliminando tutte le tracce del virus.

La sera successiva mia suocera non si alzava dal letto, sconvolta dal tremito e dalla febbre, io e mia moglie ci stringevamo attorno a mio suocero, al colmo del dolore per le condizioni della consorte.

All’improvviso mia suocera si alzò dal letto, con la bava alla bocca e gli occhi fuori dalle orbite, azzannando al collo mio suocero, che prese a urlare dal dolore, implorandoci di toglierla di dosso.

Mia moglie e io ci precipitammo immediatamente, ne nacque una lotta forsennata, presi violentemente a pugni ciò che rimaneva di mia suocera, poi con un calcio bene assestato riuscii a mandarla via, ma ebbe il tempo di mordere il braccio scoperto di mia moglie, avventandosi poi su di lei come un leone affamato.

Mentre mia moglie mi urlava di fuggire, mia suocera inizio a strapparle le ossa, via un braccio che rimase tra i suoi denti, staccando poi avidamente le carne a morsi.

Non ce la feci al cospetto di tutto questo, iniziai a vomitare, mentre mia moglie, tra un urlo e l’altro, mi guardò con occhi teneri, mandandomi l’ultimo bacio, un momento che non dimenticherò mai.

Pieno di orrore e di vomito, mi alzai e corsi in cucina, a prendere un poco di provviste, chiudendo a chiave la porta del soggiorno. Riempii un sacchetto della spesa con tutto quello che trovai in dispensa che non avesse bisogno di essere cucinato.

Trovai anche delle candele e accendini di mia suocera, presi anche una pesante mannaia con la quale tagliavamo le parti del pollo comprato in macelleria. Una bottiglia d’acqua quasi piena e un block notes con penna per annotare la spesa furono gli unici oggetti che riuscii a recuperare, prima che la serratura fosse sfondata da mia suocera, la quale ruppe facilmente la porta a vetro, irrompendo nel locale.

La tavola posta al centro mi fu molto utile, il passo claudicante dello zombie rallentò l’azione permettendomi di scagliarlo addosso a quel corpo necrotico e macilento.

Cadde a terra, con il tavolo che la schiacciava, l’adrenalina, la rabbia e lo sgomento avevano fatto da carburante per un’azione di sopravvivenza disperata.

Mi precipitai fuori, in soggiorno la puzza di morte era un tanfo palpabile, i resti di mio suocero e di mia moglie erano sparsi un po’ ovunque, il sangue era persino sul soffitto, le budella e altri organi erano alla rinfusa, probabilmente le avevano fatto schifo, chi poteva saperlo.

Mi tappai la bocca, ricacciando indietro un conato violento, dovevo comunque evacuare, mi precipitai in bagno con il mio sacchetto della speranza.

Entrato, chiusi a doppia mandata, presi il mobiletto in legno massiccio dei medicinali e della biancheria, lo posi di traverso dopo aver bloccato comunque con una sedia.

Chiusi anche i balconi e i vetri dell’unica finestra del bagno, tutto piombò nell’oscurità, ma io volli accendere la luce per gli ultimi atti di questa difesa disperata.

Riempii la vasca da bagno e il lavandino, mi tornò utile pure la capiente bacinella per la biancheria, non sarei morto di fame e di sete e per i miei bisogni corporali, avevo il cesso funzionante.

Spensi tutto, il mio orologio avrebbe funzionato a dovere, non avrei perso i giorni rimanendo al buio totale, lo spazio per muovermi e non atrofizzarmi era più che sufficiente. Nel cesto della biancheria trovai anche una coperta pesante, dove potevo coricarmi a riposare, degli asciugamani sarebbero stati il mio cuscino.

Ora sono qui, che annoto a lume di candela tutto quello che mi è accaduto, sto razionando acqua e provviste, mentre tendo l’orecchio, sperando in cuor mio che mia suocera se ne vada fuori e mi lasci in pace. Sarei sopravvissuto in qualche modo, ma non cosi.

Devo prendere una decisione, devo uscire e andarmene dalla casa degli orrori, andare dove mio suocero mi aveva detto saremmo stati al sicuro, la caserma in disuso dell’aereonautica militare del “Lame di Concordia” in un’isola del Lido di Venezia, da quello che aveva saputo via radio da un suo carissimo amico impegnato nel recupero storico e architettonico del paesaggio.

Sarei andato li, avrei pianificato ogni cosa, in magazzino c’era la mia mountain bike, inseparabile nelle mie scampagnate, ero abituato alle lunghe distanze e sicuramente mi avrebbe portato ovunque io volessi senza stancarmi troppo.

Dovevo solo uscire di la, potevo sopraffarla facilmente se avessi voluto.

Avevo paura.

Dovevo farmela passare.

Era tempo.

Domani. Lo farò domani. La fuga durerà poco.

Ma la libertà vale tutto.

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