Il cavallo affamato

2

20 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Andrea Mesina]

Ultimamente, sogno spesso un cavallo. È fatto di braccia e di gambe.

Nel sogno siamo in spiaggia, e mi guarda con occhi inquisitori, e mi parla in una lingua sconosciuta, una lingua segreta che non capisco del tutto. Nel sogno rifletto sull’enigma di quegli occhi e di quelle parole, poi mi distraggo e vago con lo sguardo. Osservo il mare, poi il cielo livido e la sabbia e quando guardo ancora l’animale, lui sta mangiando le mie viscere, scava e scava con quel muso di osso, denti affilati e dita umane serrate. Scava dentro di me, con un suono come di risucchio, di poltiglia. Poi mi sveglio, sempre con il cuore in gola e sempre con il mal di testa.

Il mal di testa è continuo, persistente. È l’odio che ho dentro, per tutto e per tutti.

Mi chiedo come mai non mi sia ancora ammalato, ma forse il mal di testa è un cancro al cervello, anche se lo stomaco sarebbe più indicato per questo genere di cose.

Un tale che conoscevo, faceva il falegname, grande e grosso, si era ammalato. Tumore allo stomaco, gli avevano detto. Avevano iniziato a tagliarglielo, a pezzi, due, tre, quattro interventi. Alla fine era diventato una specie di zombie (a-ah), con lo stomaco grande quanto una pallina da tennis, poi era morto e la moglie si era risposata dopo cinque mesi con il fratello di lui. Forse il suo cancro era sua moglie.

Gli zombie da queste parti sono in una fase calante. Ci sono i periodi, lo sapete. Da un paio di settimane qui se ne vedono pochi, sono lenti, vecchi e guasti. Forse domani, forse fra un mese, ne arriveranno di nuovi, freschi, veloci, a gruppi, come viaggiano loro. Li odio, odio pure loro.

Questo veleno che ho dentro, e il mal di testa, mi stanno uccidendo.

Ho voglia di distruggere, ho voglia di urlare, ho voglia di spaccare cose.

Ma qui c’è Maria Francesca, non voglio turbarla con attacchi di isterìa, non voglio neanche attirare l’attenzione degli altri qui intorno, già le cose non vanno tanto bene, temo.

Fortunatamente c’è Maria Francesca. La amo, la adoro. Quando la guardo, quando la penso, il mio odio si spegne, per un po’. È la persona più generosa e onesta che potete incontrare. E poi è femmina, in mille modi diversi.

Qualche tempo fa, per esempio, siamo andati al mercatino dei sopravvissuti, in paese. È voluta venire a tutti i costi, voleva comprare vestiti pesanti, come se fosse la cosa più normale del mondo, come se non ci fosse un paese fantasma con cento abitanti vivi su milleottocento. Come se non fosse più prudente starsene in casa, non farsi vedere, come se non aspettasse un bambino, lei, meravigliosa.

Quando ci siamo conosciuti, due anni fa, ero stanco, di tutto e di tutti. Ero stanco da anni, a dirla tutta, ma quei mesi da Giugno a Gennaio erano stati durissimi, erano stati una sofferenza infinita. Mi ci ero trascinato attraverso come un vecchio, giorno per giorno, ora per ora, cercando ragioni per andare avanti, e tentando di stendere veli su veli, fra me e le cose.

Quella sera i motivi erano finiti, i veli tutti inutili. Maglie troppo larghe, fredde e taglienti come una rete di lame d’acciaio. Dalla mattina nevicava e grandinava, il cielo era grigio e freddo e io non riuscivo a sopportare più. Quella sera sarebbe stata la fine.

Camminavo piano, senza fretta, guardando da lontano il ponte di Rosello avvicinarsi, come in un sogno, fra raffiche ringhianti di neve e sferzate di vento gelido.

A metà del ponte circa, dove il salto è alto più di cinquanta metri, la vedo. Una figuretta che cammina svelta, quasi corre. Ci incrociamo, ci guardiamo, mi stordisce.

Ma le decisioni erano state prese, e non si torna indietro da cose così  per una strizzata di stomaco.

Mentre lei mi supera le priorità vengono ristabilite, e quella sconosciuta è ormai alle mie spalle.

La sento urlare, dietro di me, mi giro e la vedo che cade, al rallentatore. Cade su una lastra di ghiaccio, perde il suo bellissimo equilibrio, sbatte la testa e macchia di sangue caldo la neve sporca, si vede il fumo uscire.

In strada non passa nessuno. Io resto due minuti – e sono lunghi – a guardarla.

Guardo il sangue, guardo i fiocchi posarsi su di lei, qualcuno sciogliersi e qualcuno resistere. Penso che non la conosco e che ho una sola cosa da fare, farla finita – e falla cazzo -.

Penso che se la lascio lì, forse morirà.

Chiamo l’ambulanza, aspetto qualche minuto ma non arriva. Il telefono mi si spegne, scarico, e allora prendo il suo dalle tasche, ma ho le mani gelate, mi sfugge dalle dita e cade giù dal ponte. Lo guardo con un sospiro.

La prendo in braccio – è leggera – e la porto a casa mia, al caldo. Chiamo ancora i soccorsi e questa volta arrivano. La prima ambulanza aveva avuto un brutto incidente, autista e paramedico morti. Così ci siamo conosciuti.

Il mercatino dei sopravvissuti viene fatto ogni mercoledì e dura tutto il giorno. Funziona solo attraverso il baratto. Si baratta qualsiasi cosa, e ho saputo che certe volte hanno barattato anche persone – vive intendo – soprattutto quando in paese capitano forestieri ingenui.

Viene fatto nel grande cortile interno della casa del vecchio maestro elementare, che ha insegnato qui a partire dagli anni Trenta fino alla fine degli Ottanta. C’è poi morto in quella casa, da solo. I suoi cani gli hanno mangiato la faccia e alcune parti molli, sconvolgendo tutto il paese, anche se qualche vecchio alunno non ha trattenuto un sogghigno.

Ora quella casa e quel cortile sono sicuri, e sono di tutti, bisogna solo avere la cura di chiudere bene il vicolo di accesso e i due cancelli.

Chiuderli bene però, anzi chiuderli meglio, meglio di come ha fatto Alessandro, il figlio grande del vecchio barbiere, due mesi fa. Sono morte dodici persone, lui è riuscito a salvarsi dagli zombie, ma i bifolchi non gliela hanno perdonata, e se lo sono mangiato.

Arrivare agli ingressi può non essere così facile se in giro ci sono morti viventi, e una volta dentro le cose possono comunque andare male, se qualcosa gira storto, chiedete al barbiere.

Io ci vado il meno possibile, e questo mi rende ancora meno popolare, non bastasse il fatto di non esserci nato, in questo schifo di posto.

Abbiamo fatto due zainetti leggeri, io e Mari, ci abbiamo messo cose, articoli da farmacia, succo alla mela verde,  un braccio e una gamba congelate.

Ci siamo mossi bene, svelti e abbastanza silenziosi. Io avanguardia e lato destro, e a dieci metri di distanza lei, retroguardia e lato sinistro. Io con la mia zappa e lei con un lungo spiedo da porcetti. Abbiamo attaccato tre di quei mostri, nel tragitto, lenti, marci.

Siamo arrivati al mercatino comunque un po’ sconvolti dagli scontri.

Ci hanno guardato con tanto d’occhi. Sono tutti venuti a salutare Maria Francesca, capirai, lei è una di loro, (lei è molto meglio di tutti loro messi assieme, e lo sanno, e forse ne vanno segretamente orgogliosi, alla maniera dei bifolchi) e non la vedono quasi mai.

A me si sono limitati a guardarmi (male) e a salutarmi con versi da animali, con quelle facce da animali, che hanno.

Le hanno fatto dei regalini, l’hanno abbracciata, le hanno sorriso, forse qualche donna si è accorta che è incinta, anche se ancora non si vede, non so.

Abbiamo fatto buoni affari: rotoli grossi di scotch trasparente e olio, roba che ho usato in seguito per recuperare la chiave della cassaforte dalla tasca di Cesare, il mio “fu” suocero.

Quando ho fatto vedere la carne, l’hanno pesata.

“È pulita? Roba sana?” – hanno chiesto, diffidenti.

Ho annuito. “È a posto” – ho detto.

Mi hanno guardato in faccia, per qualche secondo di troppo, mi sa. Io non ho abbassato lo sguardo, ma questa è gente che si era bevuta il cervello già molto prima del virus, e oggi abitano una perenne ombra lunare, buia e lontana, si vede dagli occhi. Devo aspettarmi qualcosa, presto o tardi, un attacco, o una visita forse. Credo che vogliano vedere cosa facciamo a casa nostra. Sono pericolosi e sono anche cattivi, io lo so, perché ho un buon istinto.

Ma loro non sanno che cosa sono io. Questo nuovo mondo ha sentieri adatti a far correre tutto l’odio che ho, a farlo galoppare con potenza. Decine di sentieri, autostrade di sentieri. Forse ne percorreremo ancora, presto o tardi.

La cassaforte ha finalmente partorito i suoi molti strumenti di morte, le sue canne tonanti, ma questo ve lo racconto domani, ho mal di testa, devo staccare.

Advertisements

2 thoughts on “Il cavallo affamato

  1. D. ha detto:

    Molto bello. Raggelante…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

eBook – Stagione 1

Promo

BlogItalia - La directory italiana dei blog
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: