Blanka Vs. Dhalsim – FIGHT!

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19 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

Non sono proprio in formissima. Niente di critico, non vi preoccupate, almeno penso. O almeno pensa Raffaella, che ancora la vista a raggi X non ce l’ha, ma ha le mani da fata e mi ha rattoppato perfettamente. Ho un braccio rotto, il sinistro, penso il radio. Ho un taglio lungo la gamba destra da poco sotto il ginocchio fino quasi all’anca. Penso che Raffaella abbia consultato qualche rivista di Taglio e Cucito per cucirmela. Ho una artigliata sulla schiena dalla spalla destra fino alla chiappa sinistra, niente punti, ma brucia come un figlio di puttana. E poi escoriazioni a piovere. Non sono quello messo peggio. Senza contare i morti, che per fortuna sono solo tre, c’è uno con l’addome perforato da un tondino di metallo e un altro che non ha ripreso i sensi dall’altroieri per un colpo in testa. Per il resto escoriazioni per tutti e qualche punto. Il morale è un po’ a terra. Ma passerà, ne sono sicuro. Quello che mi preoccupa è che adesso quando ci sono decisioni da prendere, tutti vengono da me. Non voglio questa responsabilità. A essere sincero, vorrei non essere neanche qui.

La nostra personale battaglia per il Fosso di Helm è avvenuta due notti fa al Forte di Exilles. Ero venuto su con un progetto di pimpaggio per l’aereo che volevo far saldare a Pier, uno dei due meccanici che facevano parte della comunità del Forte, e avevo deciso di rimanere per la notte. Raffaella mi aveva lanciato un paio di occhiate durante la cena che quasi mi avevano fatto saltare i bottoni della patta dei pantaloni. Non era successo nulla fino a quel momento. Avevamo sicuramente flirtato, ma non ne era venuto niente. Poi magari è anche colpa mia che so leggere l’interesse nei miei confronti da parte delle donnine un po’ come l’aramaico.
Quando mi alzai dal tavolo, fingendo un sonno che in realtà non avevo, Claude rise e mi tirò una pacca sulla schiena che, sono sicuro, mi disassò le scapole e mi invertì la curvatura della spina dorsale. Riparai nella stanza che tenevano per me, con la faccia rossa e l’imbarazzo solo superato dal livello di ormoni nel sangue. Poco dopo arrivò Raffaella, che, sbattendo la porta disse:
“Inutile cercare di nascondere niente a ‘ste peppie maledette.” poi rise vedendomi seduto sul letto e si lanciò rimbalzando sul materasso. “Diamogli qualcosa di cui parlare.”
E poi, direi, sono cazzi miei e di Raffaella.

Era mezzanotte esatta quando sentimmo l’esplosione. Non veniva da dentro il Forte, ma era lo stesso piuttosto vicino. Ci guardammo giusto un attimo prima di infilarci freneticamente i vestiti addosso e correre fuori, Raffaella verso l’infermeria e io verso le mura.
Trovai Claude che guardava con un binocolo verso ovest. C’era fuoco e fumo sul prato in salita giusto attaccato al forte.
“Cazzo! Il mio aereo.” Claude abbassò il binocolo dagli occhi e mi fissò con un’espressione che non gli avevo mai visto. Una espressione dalla tristezza infinita e sconforto. Passandomi il binocolo, disse:
“Cosa cazzo hai scritto stavolta su quel cazzo di blog?”
Ero senza parole. Ero appena ritornato a scrivere e non gliene avevo ancora parlato. Come faceva lui a sapere di noi e del sito? Mi portai il binocolo agli occhi. Vidi subito che era proprio il mio aereo ad essere esploso. Poi, illuminata dalle fiamme, vidi l’orda. Nel buio, con i riflessi, sembravano scarafaggi. Saranno stati almeno un centinaio, se non di più. Due gruppi separati, uno veniva in direzione nostra sulle mura, l’altro andava in direzione del ponte e l’ingresso. Stavo per abbassare il binocolo quando qualcosa attrasse la mia attenzione. Era qualche passo davanti all’aereo in fiamme. In piedi, lì, come nulla fosse, in giacca e cravatta, come se fosse venuto per portarci la Torre di Guardia, le braccia conserte, fissava Claude. Abbassai il binocolo. Claude fissava il testimone di geova di rimando, impassibile. Poi si girò verso di me:
“Seguimi.”
Lo seguii. Urlava ordini a destra e sinistra. Rinforzate il portone. Cinque sulle mura a ovest con molotov, dieci sopra il portone con molotov. Forza gente!
Lo seguii fino alla sua camera. Da dentro ad un armadio tirò fuori una valigetta di alluminio, dentro vidi delle provette con il tappo rosso e un liquido trasparente dentro, e una siringa cromata con un ago di almeno cinque centimetri. Fuori luogo in mezzo all’attrezzatura, due tirapugni di bronzo.
“Devi capire che non doveva finire così.” disse lavorando con l’armamentario. “Però, quando cominci a cazzeggiare con il tuo profilo genetico, non sai mai bene come andrà a finire. Soprattutto se la sicurezza sul lavoro non è la priorità dell’organizzazione per cui lavori. Quando dai a degli scienziati, che già di loro hanno una labile connessione con l’etica e la morale, risorse praticamente illimitate e cavie più o meno volontarie su cui testare…” si interruppe. Lo sguardo perso nel vuoto. Con la siringa, stava tirando su il liquido da una delle fiale. “Non sono orgoglioso di quello di cui ho fatto parte. Non avevo capito…” poi sembrò riuscire a focalizzarsi.
“Il problema è che se aggiungi da una parte, togli da qualche altra parte. È sempre una equazione dal valore zero. Se aggiungi agilità e forza, togli senno e ragione. O acuisci tratti pischici già presenti. Non riuscimmo mai a risolvere gli effetti collaterali mentre ero lì. Ma non penso che ci siano riusciti neanche dopo che me ne sono andato.”
Io continuavo a osservarlo a bocca aperta. Non riuscivo a spiccicare parola.
“Ho ripreso il lume della ragione vedendo uno sotto D20, tirare un pugno attraverso una cavia. Attraverso. Da parte a parte. E rideva…” la siringa era pronta. Claude continuava a guardarla, ma non penso la stessa vedendo.
“Sono fuggito. Avevo soldi e risorse. Quando è scoppiato il casino ero qui in zona. Mi ero nascosto in una borgata sopra Bussoleno. Volevo aiutare. Cercare di lavare il sangue con buone azioni.” aveva le lacrime agli occhi adesso. Gli cadevano sulle mani e la siringa. Tirò su col naso e si raddrizzò.
“Adesso tu devi fare una cosa per me.” alzò lo sguardo verso di me. “Adesso tu devi uscire da qui e aiutare la mia gente. Non lasciare che quello che abbiamo costruito crolli.”
“Chi è quel tizio?” finalmente riuscii a dire qualcosa.
“Quello è Dahlsim. Lui non si è mai fatto problemi.”
“Lascia che ti aiuti.” rise.
“No. Ti spezzerebbe come un grissino. È qui per me, e me avrà. Ora vai.” detto questo, si infilò i tirapugni e si pugnalò al cuore con la siringa. “Guadagnatemi un po’ di tempo.” grugni, inginocchiato a terra, piegato in due. Non riuscivo a muovermi.
“Vai!” urlò, e finalmente riuscii a schiodarmi.
Corsi prima all’ingresso. Gli zulu si stavano giusto avvicinando al ponte, un centinaio di metri dal portone. Già i migliori tiratori esplodevano qualche colpo abbattendoli. Gli altri approntavano bottiglie e benzina. Gli lasciai un paio di caricatori che avevo con me e corsi verso la mia camera a recuperare il resto delle mie munizioni e armi, poi mi diressi al muro ovest. Qui gli zombie erano già al muro. Molti bruciavano, prova che le Molotov erano già state lanciate. Diedi il mio contributo al casino lanciando una granata nel mucchio e cominciando a sparare nell’orda. A duecento metri, vidi ancora la figura immobile con le braccia conserte, poi mi persi nel combattimento.
Sentii un urlo disumano venire da dentro il forte. Mi girai verso il cortile e vidi una porta di legno volare e schiantarsi in mille pezzi contro un muro a cinquanta metri. Poi vidi Claude. Era lui, ma allo stesso tempo no. Si muoveva più come un predatore che la persona che conoscevo. Si girò verso di me e vidi gli occhi iniettati di sangue, poi con un unico balzo era lì, sul ballatoio, di fianco a me. Mi mise una mano sulla spalla e poi grungì:
“Non ti distrarre. A poi, bello, dì a Carlo di dire a Guile che lo saluta Blanka” e poi saltò giù dalle mura in mezzo all’orda. Corsi subito ad affacciarmi ed eccolo lì, con i suoi tirapugni a far saltare teste mentre si faceva largo tra gli zombie. Appena ebbe un po’ di spazio intorno, scattò verso Dahlsim che finalmente disincrociò le braccia e si mise in guardia. La velocità e l’agilità dei due era impossibile. Li vedevo attaccare e schivare, ma non ci credevo. Vidi Claude/Blanka colpire Bahlsim all’addome con un pugno e lanciarlo a una decina di metri, e quello rialzarsi come nulla fosse. Poi urla dal cortile mi riportarono al forte e corsi verso il portone.
Erano riusciti a sfondare. Ci fosse ancora stato il portone originale del forte, il cazzo che ce l’avrebbero fatta. Ma il museo non aveva le stesse richieste sulla sicurezza degli architetti originali.
Mi lanciai nella mischia. Cominciai con il mitragliatore. Continuai con la pistola. Finii con l’accetta.
I ricordi si confondono, la memoria è offuscata. Ma ho l’immagine impressa di Raffaella di fianco a me con un machete in mano e coperta di sangue a tagliare teste. Combattemmo come eroi.

Ad un certo punto gli zombie finirono. A terra c’erano Carla, madre di due e migliore tiratrice della comunità, e Michele, che si era fatto saltare la testa dopo essere stato morso durante l’attacco. Mi reggevo appena in piedi, ma andai lo stesso a cercare Claude. Lo trovai a cinquanta metri dai rottami fumanti del mio aereo. Aveva le mani avvinghiate intorno al collo di Dahlsim, un pugnale gli spuntava dal costato. Dahlsim aveva la faccia gonfia e livida. Erano entrambi pesti e sanguinanti, sporchi e luridi. Erano entrambi morti. Chissà per quanto erano andati avanti. Non so bene chi sia questa gente. Tutta quella storia che ha raccontato Claude/Blanka non ha fatto altro che confondermi. So solo che quel succo di X-men che si è piantato Claude nel cuore lo ha reso qualcosa di diverso, e io ne ho una valigietta piena sotto il letto in questo momento. Non tutti gli untori sono malvagi, non voglio incontrarne uno malvagio faccia a faccia.

Oggi pomeriggio abbiamo i funerali. Raffaella mi ha recuperato una stampella così posso partecipare anche io. Nel frattempo certi continuano le riparazioni al portone e altri portano gli zombie abbattuti alla pira. La vita continua, la comunità continua.

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