Il giullare

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15 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

Ieri, a Verona, abbiamo avuto la prima nebbia.
Ha scalato gli argini del fiume un’ora dopo il tramonto, invadendo la città di un silenzio più irreale di quello che, da mesi, già tormenta i nostri sensi.
Non era quel bianco muro padano che ti toglie la strada da sotto i piedi, piuttosto un velo, un filtro attraverso il quale è ancora possibile vedere ma tutto appare sfocato, sospeso.
Avevo promesso ai bambini di andare a prendere i dvd dei grandi classici Disney. Sapevo di trovarli al Famila ma già meditavo un gita alla Fnac, in cerca di libri e nuova musica da ascoltare. Rischiare la vita per il superfluo.
Vedete, cari blogger, alla Fanc non vado volentieri. Prima di tutto perché devo pedalare fino al limite estremo del centro storico e poi perché ciò che mi interessa si trova al piano -1, ovvero sottoterra. Il grande negozio è stato saccheggiato all’inizio della pandemia; le porte a vetri sfondate, il materiale elettrico ed elettronico rubato. Nessuno s’è curato della cultura, relegata in basso. Meglio per me.
Scendere in quel buio, però, anche in una città nella quale gli Zulu s’incontrano col contagocce, è snervante. Sono partito verso le dieci di sera, approfittato del buio e della nebbia, per non facilitare il tiro a qualche neo primitivo in cerca di spoglie da saccheggiare (o di uno schiavo da abusare).
Faceva freddo. La cosa mi ha sorpreso e spaventato. Ci aspettano mesi difficili.
Il ponte di Castelvecchio sembrava un’allucinazione arenatasi nel presente da qualche era fantastica, coi merli appuntiti che apparivano e sparivano tra lembi di bambagia. Il fiume, sotto, solo un rumore. Le strade, ormai, sono diventate il dominio dei ratti, coi cadaveri degli Zulu e delle vittime ridotti a ossa ben spolpate, quasi lucide. L’odore di morte è sparito da mesi, lasciando il posto a un sentore di muschio e vegetazione invisibile. Non c’è più smog e la natura ha ripreso possesso dell’aria.
Procedevo cauto, fermandomi spesso e ascoltando. Non volevo incontrare né Frank né il drappello di piccoli monatti, col loro macabro facchino. Niente. Niente di niente. Solo lo scorrere allegro della fontana della Bra.
Ho attraversato la piazza rasente al Liston e imboccato via Stella, poi giù lungo vicolo Stella ed eccomi davanti alla Fanc. Una bocca nera, spalancata, le porte a vetri infrante come denti aguzzi. Sono entrato, l’M4 puntato al nulla e la torcia da 400 lumen attaccata sotto la canna. Camminando tra gli scaffali vuoti ho rivisto il negozio illuminato a giorno, pieno di ogni ben di Dio, decorato per Natale. Il vociare eccitato dei bambini, le facce avide e frettolose dei genitori. La Playstation. L’XboX. Il televisore 3D da 60 pollici, il portatile ultrapiatto, l’iPhone, l’iPod, l’iPad.
Non c’è più niente, signore e signori, non ci siete più nemmeno voi, né i vostri bimbi viziati e belli come il sole. Non ci sono i vostri sogni, le ossessioni e aspirazioni frustrate. Ci sono solo io, sopravvivente, alla ricerca degli Aristogatti in una notte da lupi.
Ho infilato nello zaino due risme di carta e una manciata di cartucce per la stampante. Io e Amanthi abbiamo scaricato da internet decine di manuali di sopravvivenza in inglese, scritti da pazzi che vivevano in attesa di varie catastrofi. Pazzi, dopotutto, non lo erano. Se la luce dovesse saltare una volta per sempre, come temiamo, sul computer non servirebbero a niente.
Poi sono sceso, piano piano, illuminando a 360 gradi, gli occhi incollati al red dot del fucile. La polvere dell’abbandono si alzava in nuvole irriverenti, minacciando di farmi starnutire.
L’ho sentito prima di vederlo. Un tintinnare, come di campanelle. Giù, in fondo al corridoio, tra i CD e la musica classica. Senza dire una parola mi sono mosso a passo svelto, coprendo istericamente la destra e la sinistra, fino a inquadrare la schiena di un essere umano immobile tra gli scaffali, con un cesto tra le braccia. Di una magrezza spaventosa, simile a quella dei sopravvissuti ai campi di concentramento, era vestito dalla testa ai piedi di un costume da giullare, con tanto di cappello a sonagli.
S’è voltato lentamente, mentre brividi di paura mi solleticavano la schiena e la vescica. Impossibile dire se si trattasse di Zulu o vivente, la faccia sepolta sotto un dito di cerone bianco, gli occhi, la fronte e il naso coperti da una maschera da Zanni veneziana, probabilmente incollata alla pelle. Digrignava le labbra, inutilmente, perché qualcuno gli aveva serrato i denti di sopra con quelli di sotto, usando fascette di metallo e piccole viti. Per nutrirsi solo un buco, dove una volta stavano gli incisivi.
Aveva una minuscola telecamera a infrarossi attaccata al cappello, un radio sospesa a una bretella, un auricolare e un cartello appeso collo, con scritto: NON UCCIDERMI. SONO BUFFO!
Nel cestino: un cofanetto di Charles Aznavour, uno di Edith Piaf, i dvd di C’è post@ per te, Insonnia d’Amore, Un giorno per caso e Casablanca. Gli occhi gli roteavano di terrore. Sentii un ordine gracchiare nel suo auricolare ma non sembrava intenzionato a obbedire. Mi guardava, con un filo di bava che andava formandosi fino al mento. Qualcosa di simile a una scarica elettrica lo ha convinto a rimettersi a cercare tra gli scaffali.
È stato così che io e il giullare abbiamo fatto la spesa, come due capitalisti qualunque, nel buio e nel silenzio, finché lui, in preda alla frustrazione, ha iniziato a mugolare, sbavando come un pazzo e prendendo a calci una colonna di gadget di Guerre Stellari. Sono volate tazze a forma di testa di Yoda dappertutto.
“Cosa cerchi?”, gli ho chiesto, dimostrando di essere più pazzo della situazione in cui mi trovavo. Mi ha guardato. Silenzio. “Cosa cerchi!!???”, ho gridato.
Dalla radio una voce flebile, distorta, di donna, mi è sembrato. “Tutti insieme appassionatamente”.
“Sei nella sezione sbagliata, devi andare tra i musical”. A grandi passi ci sono andato io, ho trovato il dvd e gliel’ho buttato tra i piedi. Il giullare s’è chinato e l’ha messo nel cestino, due lacrimoni a solcargli le guance truccate. “Grazie”, mi ha risposto la radio.
“Chi sei?”, ho chiesto. Anche se lo sapevo già, perché sulla casacca da Arlecchino era cucito l’ormai familiare simbolo della Rosa. Silenzio.
“Non mi chiedi chi sono io?”
“Lo so già. Adamo”.
Il sangue mi si è gelato nelle vene.
“Ti piace la musica?”
“Sì” ho risposto e poi me la sono data a gambe, senza respirare, finché non ero sulla bici, pedalando verso casa col terrore di essere seguito, visto, spiato. Ed è stato allora che, nella nebbia, in tutta la zona di Piazza Erbe, si è levata la musica. Prima il gracidare di un vecchio 45 giri, poi le note di La Mer, accompagnate dalla voce di Charles Trenet:

“La mer
Qu’on voit danser le long des golfes clairs
A des reflets d’argent
La mer
Des reflets changeants
Sous la pluie”

e io pedalavo, col sudore freddo che mi colava sulla schiena

“La mer
Au ciel d’ete confond
Ses blancs moutons
Avec les anges si purs
La mer bergere d’azur
Infinie”

Se siete sani di mente non venite a Verona. Siamo in piena Twilight Zone.

“Voyez
Pres des etangs
Ces grands roseaux mouilles
Voyez
Ces oiseaux blancs
Et ces maisons rouillees”

Se siete sani di mente evitate Verona.

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