DIARIO DI GUERRA NR 4

4

15 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Nicola Furia]

Dicembre 2012.

RELAZIONE del Tenente Colonnello dei Carabinieri Nicola Furia del Comando Provinciale di Rieti (Lazio).

Il segreto è nella rapidità.

Per battere gli zombi devi essere rapido.

Il loro punto debole è la lentezza. Sono lenti e ripetitivi. Non cambiano le loro tattiche di attacco, non sovvertono le loro strategie, non cambiano i loro obiettivi e le loro manovre.

Fanno sempre le stesse cose e vogliono sempre la stessa cosa: strapparti le budella e affondare i loro denti marci sulla tua carne.

E allora devi contrastare la loro lentezza con la rapidità.

Devi essere rapido nel muoverti, rapido nel prendere le decisioni e, soprattutto, devi essere rapido nel trasformarti e nel sopprimere la tua umanità.

E questo è quello che feci in quei primi mesi.

Mi trasformai. Prima che lo facessero loro mi uccisi da solo e rinacqui.

Soppressi la mia anima, la bruciai e dispersi le sue ceneri nei vicoli devastati dall’apocalisse, tra le rovine ed i brandelli di morte che li ricoprivano.

Fui rapido nel farlo, così rapido da non rendermi conto che l’anima non risorge, neanche sotto forma di zombie.

Quando la uccidi, uccidi te stesso.

Quando la sopprimi diventi anche tu un morto vivente.

Se non l’avessi fatto, oggi non starei qui a scrivervi e vagherei anche io per le strade cercandovi per strapparvi le budella.

Ma spesso, troppo spesso, mi chiedo: oggi, a parte l’assenza del desiderio di mordervi, quale altra differenza esiste tra me e “loro”?

Lascio a voi la risposta, e proseguo ad esporre il mio resoconto.

RESOCONTO DELLE ATTIVITA’ PREDISPOSTE AL DIFFONDERSI DEL CONTAGIO

Giugno 2012:

L’operazione “DECIMAZIONE” diede i suoi frutti.
Ovviamente i morti viventi non furono del tutto annientati, ma le “mandrie” si ridussero nettamente.

Dopo un mese di intenso lavoro gli zombi girovagavano per la città in gruppi da 10, massimo 20 elementi…e questo ci consentì maggiore mobilità nel territorio.

Ovviamente subimmo delle perdite…e non solo per causa degli zombi.
Proseguì la comminazione delle sentenze di condanna a morte tramite fucilazione.
Ricordo la fucilazione di un Carabiniere, comandato di servizio di vigilanza notturna alla recinzione della caserma, che cercò di far entrare in caserma la fidanzata senza autorizzazione.
E di un altro che di nascosto passò dei viveri a dei sopravvissuti lanciandoli dalla finestra oltre la recinzione.
Arrivai ad ordinare 7 condanne a morte, che si sommarono all’”abbattimento” di altri 8 Carabinieri “infettati” durante gli scontri a fuoco.

Il nostro gruppo di sopravvissuti in armi si era ridotto a 70 unità, di cui 10 civili non abili nell’uso delle armi ed addetti ai servizi interni.

Demmo quindi inizio alla terza parte della missione:

IL SALVATAGGIO DEI SOPRAVVISSUTI E L’AUTARCHIA.

Il contingente operativo venne diviso in 3 plotoni, ognuno con compiti specifici.

Il 1° plotone era addetto ai RIFORNIMENTI.
Usciva con lo scopo di eseguire ricognizioni e prelevamenti nei seguenti obiettivi:
– Supermercati o negozi di generi alimentari (per alimentare il magazzino della mensa);
– Armerie (per cercare altre munizioni e altri fucili di precisione);
– Farmacie:
– Negozi di giardinaggio (per il prelevamento di semi e piante da frutta, nonchè di attrezzi per il giardinaggio):
– Fattorie (per il prelevamento di animali da allevamento…quelli che ancora non erano morti di fame);
– Negozi di mobili per il prelevamento di brande e lettini (per alloggiare i sopravvissuti che a breve sarebbero aumentati notevolmente).

Il 2° Plotone era addetto alla BONIFICA.
Usciva con le taniche di benzina e dava fuoco ai cadaveri in putrefazione (il rischio di diffusione di malattie infettive cominciava a farsi preoccupante).

Il 3° Plotone era addetto alle prime operazioni di SALVATAGGIO DEI SOPRAVVISSUTI.

Le prime aree che vennero prescelte furono quelle poste alla periferia della città, dove erano presenti le campagne coltivate.
I primi che decidemmo di salvare furono i contadini.

Erano necessari per avviare la seconda fase dell’operazione: l’Autarchia.

Quest’ultimo plotone si portò nelle aree prescelte e con un megafono avvisò i sopravvissuti di segnalare la loro presenza con dei lenzuoli bianchi, da appendere alle finestre, con la scritta del numero delle persone presenti in casa.
Ci imbattemmo in situazioni disperate e desolanti. I sopravvissuti che erano rimasti barricati in casa per 4 mesi, ed erano ancora vivi, erano allo stremo delle forze. Dove non erano riusciti ad arrivare gli zombi era stata l’inedia e la claustrofobia ad uccidere lentamente le persone.

In molti avevano combattuto contro altri sopravvissuti e si erano ammazzati per un tozzo di pane. Nei corpi e nella mente erano visibile le cicatrici di quelle battaglie.

Ne ricordo uno in particolare.

Prima dell’apocalisse era un anonimo impiegato comunale. Si era barricato in casa e con un oculato razionamento dei viveri era riuscito a rimanere in vita per i primi mesi. I suoi vicini, due giovani coniugi, non erano stati altrettanto previdenti e, spinti dai morsi della fame, avevano fatto irruzione in casa sua per depredarlo. Ma lui li attendeva armato di una Smith and Wesson calibro 38. Lì ferì e poi li finì entrambi con un colpo in testa per evitare che il virus li trasformasse. Il passo successivo fu quello di…cibarsi dei loro corpi.

I Carabinieri che lo soccorsero rimasero disgustati e volevano abbandonarlo al suo destino. Fui io che diedi l’ordine di salvarlo. Solo con uomini così determinati avrei vinto la guerra.
I Sopravvissuti salvati venivano trasportati in caserma e, dopo un’accuratissima ispezione medica, venivano rifocillati, registrati, indottrinati (firmando le severe regole di ingaggio), e catalogati in base alle loro capacità (agricoltori, meccanici, infermieri….).
Le categorie più inutili si rivelarono essere quelle degli…avvocati.

A che cazzo serve un avvocato in un olocausto?
Ogni sopravvissuto salvato venne addestrato al tiro e alle tecniche di combattimento.

Nell’area degli alloggi di servizio avevamo degli ampi giardini con il prato all’inglese (prima dell’apocalisse servivano per far giocare i bambini) un campo di calcio e uno di tennis.
Si procedette ad arare tutti gli spazi e ad avviare le prime coltivazioni.

Il nostro gruppo di sopravvissuti doveva essere OPERATIVO e AUTARCHICO, indipendente dal sistema economico esterno, che non esisteva più. In grado di produrre all’interno tutti i beni e servizi di cui avevamo bisogno.
In caserma, utilizzando tutti gli spazi disponibili, riuscivamo ad ospitare al massimo 1.000 persone.

I sopravvissuti barricati in casa (quelli ancora vivi) dovevano essere almeno 15.000.

Cominciai allora a pianificare la 4° parte della missione, dando avvio all’operazione che denominammo:“DIASPORA”.

…segue…

4 thoughts on “DIARIO DI GUERRA NR 4

  1. psyco oplontis scrive:

    questo diario di guerra si fa sempre più interessante

  2. Nicola Furia scrive:

    …senza offesa per gli avvocati in ascolto :D

  3. alessandro scrive:

    Sei davvero arguto,complimenti! Ma toglimi una curiosità : sei davvero un carabiniere?
    Nei Secoli Fedele

    • Nicola Furia scrive:

      Grazie Alessandro.
      ..posso appellarmi alla facoltà di non rispondere? :D (anche perchè solitamente gli interrogatori li faccio io…)
      Cmq, si conferma… sono un CC.
      Ma ovviamente nella vita pre-apocalittica, non sono proprio così “schizzato” (…forse)

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