Quei giorni felici

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14 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

Bunker 3
4 superstiti

La stanza è in disordine. Odora di fumo e freddo. Si sente solo il mio respiro. Le pareti sono grigie. Il pavimento è sporco di fango e sangue. Mi giro e affondo nello strato informe e puzzolente delle coperte.
Smetto di respirare e il tempo si blocca.
Mi sembra di sentire le voci delle bimbe risalire il sentiero del bosco.
Urlano, litigano e poi ridono.
Premo le mani forte, forte sulle orecchie.
E svaniscono.
Sposto le coperte, provo a rialzarmi ma le gambe cedono e ricado nel mio giaciglio puzzolente.
Guardo lo zaino vicino alla porta, è ancora lì dove l’avevo lasciato.
Chiuso.
Sono giorni che non tocco cibo.
Solo acqua, per non so quanto tempo.
Potrei lasciarmi morire così, lentamente.
Nessuno se ne accorgerebbe.

Ma poi penso alle persone che contano ancora su di me.
Che si fidano di me.
Mi faccio forza, raggiungo lo zaino, apro la lampo, sfilo il sacchetto di carta e azzanno una galletta dura e rancida.
Mastico lentamente e ingurgito la poltiglia seduto sulla sponda del letto.
Vado avanti così fin quando sento di nuovo le forze.
Mi rialzo, ravvivo i tizzoni nel camino e la legna accatastata come una piccola impalcatura prende fuoco.
Osservo le evoluzioni delle fiamme.
Rimango immobile con l’attizzatoio in mano.
La stanza da grigia diventa arancione.
E poi rossa.

Ripenso a quei giorni felici. Alla casa riempita dalla voce di lei e delle bambine. Ai loro sorrisi. Ai loro gesti pieni di vita.
Vita che mi hanno portato via a morsi.
Rivivo quelle interminabili ore come un sogno.
Il sangue.
Il bosco.
Il fiume.
Il coma.

Stringo nella mano l’attizzatoio fino a farmi sanguinare.
Lo getto nel fuoco, divampa e un tronco rotola minaccioso sul pavimento.
Ancora qualche centimetro e sarebbe finito sulle coperte.
Mia figlia mi stringe la mano.
Mi sorride.
Una lacrima solca squarciando come lama la carne.
Stringo forte la manina.
Ancora più forte.
Spingo appena il tronco incandescente e le coperte fanno il resto.

Discendo il sentiero attaccato alle redini di Larum.
Siamo di nuovo in strada.
L’asfalto è crepato in più punti. Quelli che inizialmente erano solo timidi ciuffi d’erba stanno man mano diventando macchie verdi sempre più grandi. Ancora un paio di stagioni e le strade svaniranno risucchiate per sempre dalla natura.
Salgo in groppa al cavallo e ci allontaniamo. Svoltata la prima curva alzo la testa. Sul cielo limpido si stagna un pennacchio fino e lungo di fumo.
Lo stomaco mi si stringe.
Ma non ho più lacrime.
Strattono le redini e c’inoltriamo in un campo bazzicato un tempo dalle vacche.
Impresse nel fango si notano ancora le orme lasciate dagli zoccoli.
Potrebbero essere vecchie ma mi fa comunque ben sperare.
La mia nuova famiglia conta che io possa trovare ancora qualcosa.
E io non voglio deluderla.
Alzo ancora lo sguardo tra le cime degl’alberi. Il filo di fumo ora si è ingrossato. Scuro, minaccioso.
Penso che il fuoco livelli ogni cosa.
E senza più voltarmi, seguo in silenzio le orme.

Coma

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