La Missione del Vagabondo del Porto – parte III: Charlie

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13 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

Salve sopravvissuti, son riuscita a farmi dare un’altra oretta di connessione. Odio implorare, odio non essere libera, odio essere dipendente. Ad ogni modo, smetto di lamentarmi e finisco il racconto.

(Qui trovate gli altri due: https://thesurvivaldiaries.wordpress.com/category/elisa/ )

Io e Mattia siamo ai cancelli. Lui vuole fare il kamikaze e io lo accompagno. I suo tatuaggio finto dietro alla nuca persiste. Mattia impugna il fucile con sicurezza, si avvicina ai cancelli della Palladio, mettendo in scena tutta la sua abilità attoriale.

– Ho un buon taglio per la Signora – ghigna alle guardie.

La guardia inclina la testa a destra e mi osserva. Un quarto di bue in macelleria. Lancia un sorriso soddisfatto a Mattia, morsicandosi il labbro inferiore. Abbasso lo sguardo immaginando un cartellino col prezzo al chilo affondato direttamente sulle mie chiappe.

Mattia mi schiaffeggia il culo, la guardia apre il cancello. Davanti a noi un gigantesco Moloch vibrante. Il rumore dell’elettricità rimbomba nei crani separando i neuroni e il raziocinio. La mia vescica implora un bagno dove poter evacuare pipì e lacrime.

Seguiamo la strada principale infilandoci tra immense tubature gorgoglianti e distese di lamiere incrostate. Mattia ogni tanto mi lancia uno sguardo rassicurante, ma non c’è supporto che tenga. Non so cosa ci faccio qui, volevo vedere e ora ho visto. Voglio andarmene.

Alla nostra destra un cartello di legno conficcato a terra indica Smistamento.  Entriamo in un altro immenso capannone industriale, pieno di macchine e bottoni colorati. La colonna vertebrale si curva sotto il peso del terrore. Alzo il naso all’insù, il peso dell’alluminio e del ferro sopra la mia testa  è insopportabile.

D’un tratto Mattia mi prende per un braccio e mi spinge verso un gruppo di persone. Vado a sbattere contro una ragazza che ha circa la mia età. È vestita di stracci, le sue unghie sono conficcate nel braccio di un signore vicino a lei, come un gattino terrorizzato dall’altezza dell’albero. Dalla mia bocca esce un urlo strozzato e stridulo. Metto in dubbio tutto, Mattia, la missione, il suo fucile, la mia carne. Vengo inghiottita dal quel gruppo pulsante di esseri umani terrorizzati. Siamo tenuti sotto tiro da una quindicina di canne mozze pronte a riempirci di morte.

Il gruppo si lamenta, si muove, c’è chi chiede perché, c’è chi piange perché già lo sa. Mi alzo in punta di piedi cercando il mio compare con lo sguardo. Non lo vedo, la piccola folla è una mandria impazzita.

Un colpo esplode, seguito da un urlo straziante, poi un altro colpo, urla di uomini. Una raffica di mitra e il bestiame si getta a terra, e io con loro. In ginocchio, con la faccia infilata tra le ginocchia, le mani premute sulle orecchie. Il profumo ovattato della morte.

Sento uomini ordinare di portare fuori qualcuno, alzo lo sguardo e vedo lui.

Il mio kamikaze, il mio boia e il mio amante. Il torace flagellato di colpi di arma da fuoco, trascinato per le gambe. Un quarto di bue, per sempre.

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