Gli uomini topo

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12 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Massimo Zammataro]

Buio. Rumore ciclico di fondo, come di una ruota cigolante, gniik…gniik…gniik.

Sto riaffiorando da un abisso scuro e profondo in cui una sirena, con il volto paffuto di Jerry Calà, intona “Maracaibo” prima di essere ghermita dall’accetta dell’ampezzano zombi-Pasin. Faccio fatica a pensare: mi sento stordito e intorpidito, ovatta al posto del cervello. Mi chiedo se sono preda di un’overdose di orsetti e coccodrilli gommosi, e mi rispondo di no, delle creature così dolci e simpatiche non possono produrre un tale delirante malessere. Sono in movimento e mi sembra di fluttuare: ho quasi il mal di mare. A fatica socchiudo le palpebre e subito intuisco di non trovarmi più nel mio nirvana cinematografico personale, né di essere in barca: sopra di me luci al neon scorrono lente, come in galleria. La loro fredda luce si riflette su pareti insolitamente bianche.

Braccia e gambe sono immobilizzate. Riesco, però, a sollevare un po’ la testa, ma quello che vedo (o credo di vedere) mi fa ripiombare nel

Buio. Un suono ritmico e costante, bip…bip…bip.

Avverto del movimento intorno a me. Qualcuno, o qualcosa, mi sta toccando. Sono sempre bloccato, questa volta anche la testa. Sono accecato dal potente riverbero di una lampada ad arco puntata sulla mia faccia. Poi un’ombra si frappone, lenta, tra la luce ed i miei occhi. Allora, con la vista sfocata, lo vedo di nuovo. È controluce, ed io ho la vista annebbiata, non lo distinguo bene, ma posso intuirne i lineamenti: ha la pelle bianca e grinzosa anche sulla testa, che è glabra. In mezzo alla testa spiccano due occhi grandi, lucidi, scuri e rotondi, dal mezzo dei quali spunta una protuberanza allungata e nera: mi ricorda un muso. Il muso di un ratto. Non lo so, ma questo essere, per il resto che vedo, sembra antropomorfo. Le braccia le ha di sicuro, ma più in basso forse potrei aspettarmi due zampe pelose che poggiano su un orrido piede ungulato.

Un Uomo-topo. Mi sembra di vivere un brutto film di Bruno Mattei.

Ecco che ne arriva un altro, la sua pelle però è rossa. Cos’è? Il Grande Topone degli Uomini –Topo? Lo vedo armeggiare con tubi trasparenti, ed in me ritorna prepotente il mai sopito terrore per le sonde anali da abduzione aliena.

L’altro, nel frattempo, si avvicina tenendo in mano uno strumento che di alieno non ha nulla: una grossa siringa ipodermica riempita di un siero verde fluorescente.

Il bip-bip che sento aumenta d’intensità e frequenza, e capisco che segue il battito del mio cuore, che ora pompa a mille all’ora. Mentre il mostro si abbassa verso di me brandendo quella siringa che gli spande addosso un riflesso verdognolo, prima di svenire nuovamente penso: -Dio, ti prego! Re-animator no!

Dissolvenza al nero.

Buio. Un suono intermittente, ripetuto e lancinante, mi entra nel cervello, trapanandolo, e lentamente mi risveglia dal torpore, riportandomi alla realtà. Ricordo gli Uomini-topo, le sonde anali e la siringa tipo trekking-light (illumìna i pesciolini…ricordate?), ma dove mi trovo? Da quanto tempo sono qua?

Con cautela apro gli occhi, aspettandomi di incontrare nuovamente l’accecante bagliore della lampada ad arco. Al contrario, il locale in cui mi trovo, ancora immobilizzato ad un lettino, è immerso in un sudario rosso che smorza ogni colore tranne il nero.

Dall’esterno della camera, oltre all’incessante suono, giungono altri rumori: ringhi, grugniti, urla, gemiti, qualche sparo. Poi più nulla, tranne quell’ossessivo haaang…haaang…haaang che nient’altro è se non una sirena d’emergenza il cui lampeggiante diffonde quella luce color del sangue.

Così capisco che cosa sta succedendo: quei poveri stronzi di ratti umanoidi (ma comincio a sospettare che non siano proprio così) giocavano al “Piccolo Chimico” o all’”Allegro Chirurgo” (BUUUUZZZZ!) con i vivi e con i morti (che poi, oggigiorno, è una tautologia), evidentemente qualche cosa è andata storta, ed il sottoscritto si ritrova in un cazzo di laboratorio legato ad un letto come una soppressa, mentre fuori si svolge l’ennesimo dramma dell’Ubris della scienza.

I miei pensieri vengono interrotti da uno zombi fresco fresco che, con ancora indosso il suo camice bianco non più immacolato, piomba nella camera e mi vede. Si avvicina lentamente, la testa piegata di lato come un cane incuriosito, emettendo un ringhio sommesso e prolungato. Io non posso muovermi, vorrei svenire e farla finita lì.

Chiara, amore mio, sto arrivando…- penso, mentre le lacrime ed il terrore mi riempiono gli occhi.

Il “dottor Z” mi è ormai sopra, avvicina il suo grugno digrignante al mio volto. Almeno non ha la faccia da topo, mi dico. La sua bava mi cola addosso, la sento attraverso la vestaglietta da ospedale che indosso. Attendo il morso fatale, ma lui si ferma a venti centimetri dal mio collo. Immobile, mi fissa con quegli occhi vuoti, ma sembra vedermi dentro. Muove la testa avanti e indietro, lungo la mia faccia, quasi mi stia odorando.

Poi si alza, goffamente mi libera un polso e si fa da parte, restando a fissarmi. In attesa.

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