Dies Irae

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8 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

È successo qualche settimana fa. Ero andato a Rivoli per un baratto che avevo organizzato con della gente rintanata in una caserma dei carabinieri. La mia parte consisteva in un paio di taniche di gasolio per il generatore di corrente, la loro antibiotici che avevano razziato da farmacie della zona.
Devo premettere che non mi fido della gente, ormai. Ho letto abbastanza dei vostri resoconti da mettermi una rispettosa paura per il prossimo. Ecco perché, finché le varie comunità non si sono guadagnate la mia fiducia, organizzo gli scambi in un posto al aperto, con ampia visibilità. Li istruisco a lasciarmi la roba ad esempio in mezzo ad un piazzale, un campo o un pacheggio. Poi io passo e lascio la mia parte, recuperando la loro. Può sembrare paranoico, forse, ma better safe than sorry, come dicono gli anglofoni.
Recuperati gli antibiotici e lasciate le taniche decollai dal campo da calcio che usavamo come punto di scambio e decisi di andare ad esplorare verso Rivalta, una zona che ancora non avevo coperto nella mia area di interesse. A qualche chilometro a est del centro vidi del movimento in una cascina. Una di quelle vecchie cascine quadrate con l’aia in mezzo, muri spessi di mattoni pieni e bei portoni robusti. Un posto perfetto per chiudersi al sicuro.
In mezzo all’aia c’erano due persone su delle sdraio. Una terza persona stava tirando una palla ad un canestro attaccato ad un muro. Appena sentirono il rumore del motore alzarono lo sguardo al cielo e mi indicarono. Feci un paio di passaggi sopra la cascina in maniera che leggessero bene le frequenze, nella speranza avessero una radio per mettersi in contatto, ma niente. Ero un po’ combattuto sul fatto di ragalargli l’ultima radio che avevo preparato per essere lanciata visto che sembravano pochi e, sinceramente, indolenti, ma alla fine mollai la scatola in mezzo all’aia al terzo passaggio. Un paio di minuti dopo si misero in contatto. Il tizio biascicava un po’ e ognitanto si dimenticava di mollare il pulsante di trasmissione quando aveva finito di parlare, ma infine riuscii a spiegargli chi ero e cosa facevo.
“E quindi?” chiesi
“E quindi, che?” chiese lui
“E quindi, avete qualcosa da barattare? Avete bisogno di qualcosa?” cominciavo ad essere un po’ infastidito, ma quando disse “Donne. Vogliamo donne.” non riuscii a non ridere.
“Purtroppo, non è un articolo sul mercato, ragazzi.” dissi pensando che scherzasse.
“Cazzo, dai. L’ultima l’abbiamo esaurita la settimana scorsa. Abbiamo roba da barattare. Coca, fumo, emo”
“Quelle cose non mi interessano. Non tratto.” poi mi resi conto di cosa aveva detto “E che cazzo vuol dire ‘esaurita’?”
“Stupide donne non durano un cazzo. Tommi sta giocando con l’ultima adesso.” guardai giù e il tizio indicò il ragazzo vicino al canestro. Adesso mi sento stupido e ingenuo per non essermi reso conto prima che era una testa quella che faceva passare dal cerchio. Mi sento ancora più stupido e ingenuo per non aver ripreso quota dopo aver mollato la radio in mezzo all’aia, e per essermi distratto abbastanza da permettere al terzo stronzo di andare a recuperare da qualche parte un fucile.
Stavo urlando improperi al microfono quando la prima pallottola colpì la coda dell’aereo. La seconda mi colpì all’avambraccio destro. Una di quelle cose che nei film chiamano colpi di striscio. Vi assicuro che fanno un male cane. Tirai la manetta al massimo e picchiai l’aereo oltre il muro della cascina per togliergli la visuale e mi allontanai alla massima velocità a raso dell’erba alta nei campi. Dopo qualche chilometro atterrai su una strada e mi controllai la ferita. Era lunga una decina di centimetri e slabbrata, ma riuscivo ancora a muovere le dita, anche se faceva un male da far venire la nausea. Mi disinfetai e mi bendai con la roba della cassetta del pronto soccorso e mi presi qualche momento per riprendermi.
Non potevo lasciargliela passare liscia. Ero incazzato nero. Ero infuriato. Non come a Venezia, senza controllo. La mia rabbia, questa volta, era concentrata come un laser. Decollai.
Volai fino a Rivalta, e davanti ad una chiesa trovai quello che cercavo: un folto gruppo di zombie. Saranno stati una ventina, probabilmente dentro la chiesa c’era qualche povero sopravvissuto a cui rompere i coglioni. Diventai un pastore. Un po’ attirandoli con l’aereo, volando piano e basso, un po’ con l’uso strategico di qualche Tifoso me li portai dietro.
Un’ora dopo ero di nuovo al cascinale e avevo con me il mio gregge.
Ecco come una serie TV degli anni ’80 ti può aiutare nella vita reale del dopo apocalisse. Problema: hai delle bombe a mano, ma le bombe a mano hanno una spoletta che le fa scoppiare tre secondi dopo che le hai armate, cosa che, quando le stai lanciando da un aereo in quota, può essere troppo e farle scoppiare a mezz’aria senza che abbiano portato la morte e la distruzione a cui tanto tentevi. Soluzione: come insegna Riptide, serie assolutamente inverosimile su veterani del vietnam che fanno i detetive, se le bombe a mano prima di lanciarle le metti dentro a dei vasetti di vetro, la spoletta non scatterà, e quindi non si armerà, fin quando non si è rotto l’involucro, dandoti quindi la precisione che ti meriti.
Al primo passaggio lanciai un barattolo, ma sbagliai i tempi ed esplose contro il muro, senza danneggiarlo abbastanza. Al secondo beccai in pieno il portone, mandandolo in frantumi con un’esplosione molto soddisfacente. Dal terzo passaggio cominciai a lanciare le molotov.
In mezzo all’aia erano comparse nel frattempo altre tre persone. Erano tutti armati adesso e sparavno verso di me, ma è difficile beccare un piccolo aereo a 700 metri sulla verticale. E poi, presto furono distratti dal mio gregge. Non se li erano aspettati. Pensavano ci fossi solo io. Tre caddero nei primi momenti dell’assalto. Un altro paio riuscirono a fare fuori qualche zombie prima di essere travolti. L’ultimo si puntò il fucile sotto il mento e si vaporizzò il cervello.
Poi virai verso nord, verso Exilles, per farmi rattoppare il braccio da Raffaella.

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