Black Sabbath

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6 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Simone Stefanini]
E’ bello sapere che c’è qualcuno vero, fuori.
Non so quanto potrò rimanere asserragliato dentro il SuperConad di Vallescaja, ma finché c’è elettricità, c’è speranza.
Mi chiamo Simone, abito in Toscana, precisamente a Cecina, una cittadina sulla costa Livornese famosa, diceva mio nonno, perché dal mare sbarcavano i mercenari. Non ho mai saputo se questa cosa corrispondesse alla realtà dei fatti, ma adesso non ha più alcuna importanza.
Magari averne, di mercenari a disposizione, per far saltare qualche testa.
I primi cadaveri arrivarono di pomeriggio, era d’ inverno e il vento carico di salmastro, mi faceva dolere la schiena. Me ne stavo bello tranquillo sotto le coperte, godendomi la disoccupazione e guardando per l’ennesima volta “Scarlatti the Thriller” di Frank LaLoggia in VHS.
Urla da tutte le parti, in casa e fuori.  “Forte questo 5.1”, devo aver pensato, prima di ricordarmi che il vecchio videoregistratore Phonola è già tanto se ha il canale mono.
“Merda”, devo aver pensato poi.
Ce n’erano a decine, sbranavano le vecchiette, che a loro volta tentavano di prenderli a bastonate, ma mica serviva. Carabinieri, Polizia, Vigili urbani, un caos mai visto. Spari poi, a Cecina, un suono che proprio non si addiceva alla sonnolenza di questo posto. Bestemmie, da portare giù i Santi in colonna, ma anche quelle servivano a poco.
Ho serrato la porta e ho acceso il Tg di TeleGranducato, parlavano di Apocalisse, di cadaveri ambulanti affamati, c’erano immagini choc di giornalisti mangiati al Mercatino Americano di Livorno, giapponesi a fatti a pezzi sotto la Torre di Pisa. Il Tg1 parlava di questa epidemia su scala internazionale. Era troppo. Solo in casa, i miei familiari abitano in un’altra città, i telefoni intasati, internet non funzionava più. Ho fatto la cosa meno probabile: mi sono stordito e sono tornato a letto.
35 gocce di Xanax, non so quanto ho dormito, ma mi sono risvegliato all’alba, affamato come uno di quei cosi. Mi sono vestito e ho barcollato fino alla finestra. Non c’era più niente fuori, una calma irreale. “Forse ho sognato tutto”, devo aver pensato. Per precauzione mi sono preso un coltello da cucina bello grande e sono uscito in direzione Fiat Punto, anno 1995, priva di qualsiasi accessorio, nemmeno lo specchietto dal lato passeggero. Le macchie di sangue sulla strada mi hanno fatto tornare in me, la vista dei cadaveri c’è mancato poco mi facesse svenire. La macchina si è messa in moto al secondo tentativo. Già qualcosa. Ma dove andare? Vicino a casa mia, se voglio trovare la vita, vado al SuperConad. Non ho idea del perché sono andato lì in realtà. Forse per le provviste, forse per trovare esseri umani e smettere di credere di essere in acido.  Oh, il SuperConad era aperto, ma dentro c’era la morte.
Un plotone di quei cadaveri doveva aver fatto un aperitivo niente male con tutta quella gente in fila alle casse. Ve la faccio breve, dentro ho trovato un paio di persone che conoscevo di vista, due fidanzati metallari che mi hanno ragguagliato sui dettagli che io mi ero perso, dormendo mentre fuori c’era l’Inferno. Credevano che i cadaveri fossero tornati alla luce a causa delle emissioni dell’industria Solvay di Rosignano, paese vicino al mio, famoso per avere le ciminiere in mezzo alle case. Avevamo sempre sospettato che tutta quella merda non facesse bene, ma arrivare a trovarsi dentro un film di Romero, questo no. Insomma, dopo aver mangiato il possibile, quei cadaveri erano andati verso nord, in direzione Rosignano, probabilmente per tornare a casa. Bene, è passato un po’ di tempo da allora, ora so tutto. La tesi della Solvay era un po’ come quella sulle scie chimiche che andava tanto di moda prima della fine del mondo: totalmente inconsistente, facilmente confutabile dai fatti. Presto è arrivata la seconda ondata di quei cadaveri ambulanti ed io, Dario e Magda abbiamo fatto le barricate con quel che avevamo. Ci siamo chiusi dentro e per qualche giorno siamo stati anche bene. Mangiavamo pizze scongelate nel microonde che avevamo trovato nella stanza del personale, bevevamo birra, tutto gratis. Dario aveva l’ipod con sé e spesso ci faceva ascoltare “Black Sabbath”, la canzone del gruppo di Ozzy, quella che fa:

“What is this that stands before me?
Figure in black which points at me
Turn around quick, and start to run
Find out I’m the chosen one
Oh no”.

Poi è morto, ed è morta anche Magda, in due ricognizioni fatte a cazzo, per vedere se fuori c’era qualche sopravvissuto. Che siano morti lo suppongo io, perché non sono mai tornati. Io non sono più stato fuori. Qui c’è tutto, ma è tutto ad orologeria. Quando andrà via l’elettricità, morirò anch’io. Quindi per favore, se siete dalle mie parti, venitemi a prendere.

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