LA MISSIONE

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5 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Licia]

“ Sveglia, non c’è più tempo… ci dobbiamo muovere!”.

La voce mi strappò da uno strano sogno, un sogno ripetitivo e tetro che ormai da mesi continuavo a fare. Non riuscivo mai a ricordarlo: ogni volta la mia mente lo cancellava, lasciando al suo posto solo una terribile e profonda angoscia…

Spalancai gli occhi: di nuovo immersa, anzi sommersa, dalla realtà!

La fredda luce dell’alba illuminava debolmente la piccola casa colonica dove solo 15 giorni prima mi ero rintanata con quella che ormai era divenuta la mia famiglia, l’unica che mi rimaneva. Eravamo uno sparuto gruppo di persone: Francesco, un ricercatore universitario, Lucio, uno psicoterapeuta suo collega, Roby, uno yogi, Elena, un’astrologa, Lello, un esperto di informatica ed io, Licia, un avvocato (!).

Per un’incredibile concomitanza di eventi, forse solo apparentemente casuali (chi può dirlo!), ci eravamo ritrovati insieme quando tutto era iniziato, e da allora non c’eravamo più lasciati… Avevamo vissuto mesi terribili, affrontando un orrore al quale nessuno di noi era veramente preparato… ma ce l’avevamo fatta, eravamo ancora vivi! Ormai vivevamo per sopravvivere, si, per restare insieme, si, per distruggere gli zombi, si, ma c’eravamo dati un obiettivo, un obiettivo che ci faceva sentire ancora collegati con il resto del mondo e dell’umanità superstite, un obiettivo che ci dava la forza di sopportare quella che nessuno di noi considerava veramente VITA!

Tutti avevamo un solo scopo: continuare  quella che per noi era divenuta LA MISSIONE…

Eravamo lì, inerpicati sulle pendici del Vesuvio, in un luogo appartato e naturalmente ben protetto, una specie di roccaforte fatta di enormi massi di pietra lavica, dura e nera. Anche la temperatura del luogo, particolarmente elevata a causa della lava incandescente, lo rendeva sicuro e poco adatto per gli zombi… in ogni caso dalla nostra postazione era facile avvistarli ed avere tutto il tempo di organizzare la resistenza.

Da quando avevamo trovato quel rifugio soltanto una volta avevamo subito un assalto, ma ce l’eravamo cavata senza perdite, utilizzando le armi rudimentali, ma efficaci, di cui ci eravamo dotati.

Anche quella mattina indugiai con lo sguardo fuori dalla porta del tugurio, l’unica apertura del nostro rifugio. L’aria fresca ristorava la mia mente ed il mio corpo, la vista era incantevole. Da lì il vulcano degradava sinuosamente verso il mare con quel che restava dei meravigliosi vigneti, ginestre e pini mediterranei… erano bastati pochi mesi di abbandono per trasformare quelli che un tempo erano campi coltivati a terrazzamento in una confusa e folta selva. Ma anche così, ruvidamente selvaggio, il Vesuvio conservava il suo antico fascino e  la sua superba bellezza.

Dovevamo muoverci, l’ora migliore era subito dopo l’alba, le poche cose che ci occorrevano erano già pronte, indossammo gli zaini, un rapido sguardo di ricognizione e partimmo. Nessuno parlava, capitava sempre così quando dovevamo abbandonare quella che, seppure per poco, avevamo considerato la nostra casa.

Animali abitudinari, gli uomini…

La strada non era agevole, avevamo deciso di restare sulle alture, era più sicuro, ma questa scelta rallentava inevitabilmente la nostra marcia e prima dell’imbrunire dovevamo trovare un luogo adatto per  la notte.

Eravamo diretti a nord, seguivamo la bussola rimediata in un negozio di articoli militari: in quel posto avevamo trovato molti oggetti utili e dai quali oggi  dipendeva la nostra sopravvivenza… e pensare che non mi ero mai nemmeno fermata a guardarne le vetrine …

Francesco e Lucio, i due ricercatori universitari, erano riusciti ad entrare in contatto via internet con un altro gruppo di sopravvissuti. Lello era un maestro in questo settore: aveva elaborato un sistema per ricaricare il suo PC portatile utilizzando l’energia solare. Io non ci avevo capito nulla, ma quel che contava era  non essere più isolati. Comunque il contatto ci aveva comunicato che tra i membri del loro gruppo si erano verificati strani fenomeni paranoici ed allucinogeni. Chiedevano aiuto.

Si, la voce, non so come, si era diffusa e noi accorrevamo dovunque c’era bisogno di noi e dovunque la nostra MISSIONE ci conduceva.

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