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3 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special guest: Dunya]

C’è nessuno?

C’è nessuno on line?

Cazzo! C’è qualcuno sul serio dall’altra parte dell’etere o questa chat è solo una farsa?

Sto impazzendo! Mi sembra di vivere un incubo lunghissimo. L’unica salvezza: svegliarsi. O morire. No, morire non è un’alternativa. Il rischio dal sapore di certezza é risorgere a vita eterna come nelle peggiori dissacrazioni del vecchio testamento. Chi cavolo lo avrebbe detto che tutto quello che ci avevano spiegato a catechismo era vero? Solo che la resurrezione ce l’avevano descritta come un momento incantevole. Note d’arpa e flauti che s’intrecciano con cascate di petali di rose sotto il classico faro “effetto dio”. Avete presente quello che sbuca fuori in tutte le foto scattate in controluce dalle macchinette digitali? Che fa sentire il cretino di turno un grande fotografo ma in realtà non è altro che il peggior difetto possibile in un’immagine?  E invece: no! La cazzo di resurrezione puzza di pesce marcio e carne ripiena di vermi. Stadio di putrefazione avanzata e precoce. Ho visto coi miei occhi trasformarsi quella squatter della mia ex inquilina. Un attimo prima odorava solo di canne e sudore, un attimo dopo sapeva di morte unita a liquami. Rilascio di urina acida e rifiuti intestinali. Bomba chimica. Ma cosa si era mangiata per cena? Un chilo di topinambur e fagioli all’aglio con contorno di asparagi?  Forse  l’odore di urina era il mio. Me l’ero fatta addosso. Non per averla vista rialzarsi da terra con le pupille sbiancate. Per averla ammazzata. Involontariamente. O quasi.

Ero arrivata nel vicolo dopo una corsa in auto da ritiro di patente. Furibonda. Tornata a casa, dopo la spesa. Avevo cercato di telefonare a mio marito per aiutarmi a scaricare. Così eravamo d’accordo: non mi aveva accompagnata perché all’ultimo minuto gli avevano assegnato un lavoro da consegnare in velocità. Sola all’ipermercato in preda ad agorafobia e vertigini, avevo riempito il carrello  di cose a caso. Viveri per mesi, comprese dieci confezioni di barrette dietetiche. Mi ero ripromessa di dimagrire. Dopo aver sorpreso mio marito in chat con un’esibizionista ninfomane ero entrata in paranoia. Gli spergiuri di non contattarla più erano sembrati sinceri ma il dubbio mi tormentava. Forse non ero più sufficientemente attraente. Con questo pensiero fisso avevo cercato il telefono nella borsa. Batteria scarica. Ero salita al quinto piano per le scale. Dimagrire. Rassodare. Dimagrire. Rassodare. Entrata in casa senza fiato, mi ero diretta verso lo studio. Ansimando. Lui, al pc, si era voltato verso di me. Ansimando.

Da lì al vicolo non ho che vaghi ricordi. Urla, pianti, porte sbattute. Il cane terrorizzato sotto il letto. Semafori verdi. Rossi. Gialli. Telecamere. Autovelox. Nulla. Parcheggiando avevo sfondato la portiera contro al cassonetto dell’immondizia e avevo raggiunto il vicolo. Non potevo avere MIO marito? Avrei ripreso il MIO monolocale. Scacciando a calci la stronza che da un anno lo occupava abusivamente, fregandosene di avvocati e ufficiali giudiziari. Il trillo eterno l’aveva costretta ad aprire la porta. Gli occhi vacui e aggressivi dell’hashish tagliata male. Un fiume di imprecazioni e gridi aveva aperto altre porte. I cingalesi dirimpetto, le prostitute nigeriane in fondo al corridoio, i rumeni del piano di sopra. Tutti a guardare la bianca proprietaria immobiliare che se la prendeva con la povera frickettona. Tanto simpatica non aveva dovuto però essere, vista la colonna sonora di sbattimenti di porte che era seguito al suo volo per le scale. Le mie mani piene delle ciocche viscide di Medusa. La mia coscienza risvegliata dai rivoli di urina che m’impregnavano i pantaloni. I gradini dipinti di Bordeux denso. «Oddio l’ho ammazzata! Aiuto!». Nessuna risposta. I corridoi del palazzo deserti. Nessun respiro dagli appartamenti. Ero scesa in strada, scivolando sulla pozza che si allargava. Vuota! Portoni chiusi. Serrande abbassate. Solo automobili parcheggiate. Coma la mia, stracolma di cibo per cani e umani. Girando come una trottola mi ero ritrovata di fronte al portone. Da dentro un rumore: «Aiuto!». «Aiuto! Aiutat…» … mi guardava, con lo sguardo appannato. Una filo di bava alla bocca. Non era morta. Non era viva. Era… Nemmeno il tempo di realizzare ed era morta. Di nuovo. Definitivamente. La testa spappolata dal rumeno. Quello simpatico. Che mi aveva aiutata nel trasloco quando ero andata a vivere da mio marito.

Le spiegazioni sarebbero arrivate dopo nei mesi eterni che avevo impegnato a ripulire il monolocale della sporcizia lasciata dall’inquilina. Diviso pasta e crocchette per cani con i vicini. Appreso segreti sulla tratta delle schiave sessuali che non potevano più arricchire la mia tesi di master. Quanta merda a questo mondo! È la merda che ci ha fatto lasciare il nostro rifugio. Sgorgata dal pozzo nero saturo. Tre settimane di tanfo ci hanno stanati come topi dalle fogne. Gli altri si sono nascosti un po’ al Camploy, un po’ al Ciack. Che ironia! Puttane, papponi, spacciatori e clandestini ritrovano asilo nel teatro che a lungo è stato il covo dei barboni e nell’ex cinema porno. Mi hanno detto che nel retro sono ancora conservate diverse bobine e che sono la benvenuta. La maman mi ha presa in simpatia e quando la notte non riesco a dormire mi culla come non può cullare i sette bimbi abortiti. Con l’aiuto di Andrei ho preferito tornare a casa. Sembra che la comunità cinese, riunita in via San Vitale, abbia trovato il modo di far mappare i pochi computer ancora funzionanti in città. Dall’edificio in Via Osoppo 5 partono costantemente segnali. Volevo controllare. Riabbracciare mio marito. Una sega in chat è poca cosa rispetto all’apocalisse. Questo lato della città è ancora più infestato di morti che camminano. Tutti gli anziani del quartiere. Sono lenti. Facili da distrarre. .

Sono arrivata in casa. Di mio marito nessuna traccia ma…

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