La torre

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2 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

Sognavo di essere una mosca. Cercavo di godermi la breve vita concessami dal Dio degli uomini e degli Zulu. Entità tremenda e imparziale, intenzionata a negarci il Paradiso per perseguire una personale ossessione riguardante il bene, il male e un libero arbitrio del quale faremmo volentieri a meno. Facevo il bagno nelle ferite aperte dei cadaveri, suggendo le essenze zuccherine del sangue rappreso. Mi inebriavo del pus di Zulu vagabondi, incuranti del mio ronzare. Poi volavo dentro una finestra aperta, in cima a una torre dalla quale si vedeva la città in tutto il suo post apocalittico splendore. Mi appoggiavo sulla pelle nuda di una Venere dormiente. Le mie zampette intrise delle gocce di sudore che le bagnavano i piccoli seni. Era questo il Paradiso? Poche ore di vita da insetto non sono abbastanza per svelare il Mistero. Poi lei, infastidita dalla mia estasi, si girava a pancia in giù, svelando una schiena ossuta, decorata da un grande tatuaggio. La Rosa.

E Frank il mostro piangeva, perduto nei vicoli, incapace di tornare a casa.

Mi sono svegliato con una mosca appoggiata sulla punta del naso. Una spia? Il torpore è svanito in un baleno quando mi sono accorto che le lenzuola erano sporche di sangue. Non il mio, quello del più vecchio dei due gatti maschi. Un pallino da caccia infilato nella coscia. Ma quando? Il sonno non era stato interrotto dal rumore della detonazione.
Immaginate l’incubo di rasargli il pelo, estrarre il piombino e disinfettare. C’è l’ho fatta con l’aiuto di Amanthi e dei bambini, rimediando graffi e morsi su entrambe le braccia.

Ora, vedete: a Verona non manca il cibo. Anzi, direi che i sopravvissuti (potevamo essere solo noi quattro, per quel che ne sapevo fino a due giorni fa) mangiano più di prima, gratis. E allora perché sparare al mio gatto?
I tre felini entrano e escono dal condominio a piacimento. Il portone sulla strada l’ho lasciato aperto, pensando che eventuali sciacalli sarebbero stati meno incuriositi. Anche la porta dell’appartamento resta sempre spalancata, perché se la chiudo non sento cosa succede sulle scale, davanti alla nostra barricata tra il secondo e il terzo piano. Così i gatti vanno e vengono. E qualcuno ha pensato bene di sparargli.

La cosa mi ha riempito di una rabbia profonda. Bestiale, direi. Controllata, però, nell’esecuzione. Ho detto ad Amanthi e ai bambini di chiudersi in casa. Lo stesso ho fatto io. Mi sono coricato sul balcone, la canna dell’M4 invisibile tra le piante in vaso e il rampicante di plastica. Vestito della mia divisa Partizan russa, da cecchino (amato gadget dei tempi del softair), ho atteso.

Due ore dopo eccolo lì. Il neo-primitivo. Un “magna seola e fasoi” da 130 chili, doppietta alla mano, zaino in spalla, cappello di pelo di cane ancora sanguinante in testa. Due bottiglie di plastica attaccate alle canne del fucile per soffocare il rumore degli spari. Dietro di lui una donna di colore dal culo immenso, sfigurata di botte e zoppicante, tenuta al guinzaglio. Lei trascinava un carretto pieno di animali domestici morti. Di questi tempi, per strada, ce ne sono tanti, smarriti, affamati.

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