Chi non muore si rivede

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29 ottobre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Massimo Zammataro]

… e anche chi muore si rivede, di questi tempi. E non solo sotto forma di revenant, ma anche come fantasma della mente.

Sono trascorsi tre mesi dalla morte di Chiara, ed ogni notte lei torna a trovarmi nei miei sogni agitati. Rivedo la casa del custode, rivivo il momento in cui le sparai quel lungo chiodo in testa nell’attimo stesso in cui riaprì gli occhi, e la veglia funebre accompagnata dal lamento funebre, ossessivo come un mantra, dei morti-vivi ammassati al cancello; poi le acque verdastre del Piovego ribollire e vomitare fuori quei demoni putridi e deformi, che mi prendono, mi dilaniano e mi trascinano nel fiume, ed io prego perché mi stacchino la testa cosicché io non possa tornare a questo inferno, ma possa raggiungere mia moglie. In qualunque posto sia, sarà sempre meglio di quaggiù.

Fatto sta che il mio destino ha voluto che riuscissi a venire fuori da quella trappola.

Scappare dalla casa del custode, assediata dai non-morti, fu più facile di quanto credessi. Alla prima spallata, la porta venne giù e innescò un effetto domino tra gli Zulu ammucchiati lungo la scala d’accesso, formando un corridoio lungo il quale mi precipitai urlante, senza guardare in basso per non vedere in cosa stavano affondando i miei piedi. L’impressione era quella di camminare su un brulicante tappeto di grosse blatte che esplodevano sotto il mio peso.

Arrivato giù, corsi verso la riva, da dove avevo intenzione di trascinare in acqua una delle imbarcazioni poste a rimessa. Tuttavia, mi andò meglio: ormeggiato al piccolo pontile c’era un barchino da pesca fluviale, dotato di un piccolo motore elettrico, uno di quelli alimentati con una batteria d’automobile. Ovviamente la batteria non c’era, ma i remi lì intorno non mancavano. Trovato un lungo remo, riuscii a staccare la barca un attimo prima che l’orda, nel frattempo riorganizzatasi, fosse sul pontile. Potevo sentire le mandibole schioccare. Corpi morti si gettavano in acqua nel tentativo di ghermirmi, ma affondavano inesorabilmente. Allontanandomi, rividi il corpo di Chiara abbandonato sulla sponda e iniziai a piangere.

Navigai lungo il Piovego tenendomi al centro del canale, dove l’acqua è più profonda. Non so per quanto remai, né cosa mi spinse a seguire il percorso che feci, fatto sta che mi ritrovai alle chiuse del Bassanello. Sbarcai dal lato della Guizza. A quel punto dovevo trovare rifugio, e mi diressi speditamente verso l’unico posto che conoscessi in zona.

Da tre mesi, quindi, sono proprietario di un edificio su due piani, nove sale, doppi servizi su ambo i piani, ampio ingresso con piccolo angolo bar e ho, in definitiva, realizzato il mio sogno: avere un cinema tutto mio.

I dintorni del multisala Porto Astra erano tranquilli. Apparentemente nessuna testa marcia si aggirava lì attorno, e nemmeno all’interno dell’edificio, che mi apprestavo a conquistare, sembrava esserci pericolo. Certo, erano passati anche da qui, e la prima evidenza di ciò fu il sangue che imbrattava le vetrate.

Cadaveri, invece, molto pochi. Tanti se ne erano andati a spasso, chiaramente. Quelli rimasti, invece, si stavano decomponendo al caldo del sole dell’estate in mezzo ai rifiuti portati dal vento ed alle erbacce cresciute negli interstizi del cemento. In alto, sopra all’entrata, i manifesti della programmazione, ormai sbiaditi dallo stesso sole, conferivano all’insieme un senso ed un’immagine di disfacimento, lento ed inesorabile, che mi fece stringere il cuore.

Preferii rimandare l’esplorazione del parcheggio interrato: stava per imbrunire, e là sotto sarebbe stato molto poco sicuro.

All’interno si vedeva poco, l’unica luce era quella debole delle sere estive che proveniva dal fuori attraverso i vetri. Quel bagliore, tuttavia, mi permise di guardarmi in giro e rendermi conto della situazione.

La Milla Jovovich mi puntava due grosse pistole da un cartone sagomato che reclamizzava, con largo anticipo, la prossima puntata di Resident Evil. Che ridere.

Al banco del bar fui salutato da un braccio che faceva ciao ciao dalla macchina del pop-corn, che ormai aveva la consistenza, ed il colore, della gommapiuma. Dietro il banco c’era il proprietario del braccio, o meglio ciò che ne restava. Fece per strisciare verso di me, ma la sparachiodi fu più rapida.

Dopo un controllo dei cessi e della sala al pianterreno (grazie ad una torcia trovata nella biglietteria), passai al piano superiore. Non c’era pericolo. Si capiva che i locali erano stati abbandonati in fretta, ma morti non ce n’erano.

Passai quindi alla sala esterna, e lì fu differente.

L’odore, che mi investì appena aprii la porta, era indescrivibile. Trovai un macello. Corpi smembrati, arti ovunque, brandelli di interiora penzolanti dalle casse dell’impianto surround. Sangue perfino sullo schermo. Non osai andare nella cabina di proiezione: temevo di trovare il proiezionista con l’intestino avvolto nella bobina del proiettore, come in Cigarette Burns di Carpenter.

Tornai nell’entrata principale e decisi che la notte l’avrei passata lì, dopo aver opportunamente bloccato le entrate.

Quella notte, sognai Chiara che dispensava piombo come Milla Jovovich. In 3D.

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