Grattano

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27 ottobre 2012 di thesurvivaldiaries

E’ successo tutto così in fretta che forse ancora non mi rendo conto di essere faccia a faccia con la morte. Grattano.

Abbiamo fatto i bagagli, consumato tutto il cibo che rimaneva aperto e anche di più per non rimanere a pancia vuota nel momento del bisogno. Abbiamo caricato l’auto nel garage e ci siamo concessi quattro ore e mezza di sonno; alle 5 eravamo svegli e vigili, pronti per andarcene. Abbiamo lasciato qualche provvista in casa, giusto la sopravvivenza minima per una o due persone per qualche giorno, uno dei nostri vecchi machete e una torcia. Uscire, arrivare alla macchina e partire è stato più facile del previsto: nessun putrido nel raggio di chissà quanti chilometri, pareva, e le strade statali sembrano sicure qui intorno. Per un attimo ho sperato nella fine di questo incubo.

Qualche decina di chilometri dopo la partenza, ci siamo ritrovati in un vicolo cieco: il ponte, l’unico ponte in zona che poteva permetterci di fottercene di tutto e scappare sulle montagne in un tempo minore di una giornata è crollato. Forse fatto saltare in aria per impedire ai putridi di uscire dagli immediati dintorni di Bologna, forse crollato per un massiccio passaggio di mezzi, non lo so. Fatto sta che siamo scesi dall’auto, ho acceso lo smartphone lasciatomi dal mio defunto compagno e ho controllato se la mappa della zona poteva dirmi qualcosa. Ero sul ciglio del ponte, fissavo il vuoto e pensavo ad un pasto caldo quando, in un secondo, sono tantissimi, manco fossero usciti dalle fottute pareti, come diceva qualcuno. E sono brutalmente veloci, non dico freschi ma qualcuno aveva ancora le labbra e le unghie.
Niente, la macchina è rimasta abbandonata con tutti i viveri, le poche armi che avevamo e la speranza di allontanarci più possibile dal caos. Ce la siamo data a gambe, ho pianto e ho corso per non so quanto tra le viuzze.
Ora siamo nascosti, e fuori grattano. Grattano. Grattano. E io leggo le vostre ultime testimonianze come una malata di mente, è l’unica distrazione, ho la febbre probabilmente perché mi sento come se mi avessero acceso un fuoco in testa ed ho paura, tanta, troppa paura.
In questo momento l’unica cosa a cui penso è il cibo, nonostante la nausea alla vista della pozza di sangue e materiale decomposto che si allarga sotto la porta. Non riesco a fare a meno di alzare la maglia e guardarmi la pancia tirata e le costole a vista, mesi fa avrei ucciso per quei cinque chili in meno. Adesso sono come quelli là fuori, una fame senza confini e la voglia di prendere la porta a craniate, di consumare le unghie sul legno e scotennare chiunque sul mio cammino.
Basta davvero poco per annientarci. Ma poi, per chi sto scrivendo? Per me? Per qualcuno di quelli che sta in casa al sicuro, che come al solito osserva le disgrazie degli altri pensando “Certo che però io non mi posso lamentare, c’è gente che sta peggio”? Per quelli come me che mi compatiranno e penseranno che non vogliono fare la fine del topo?
Il mondo alla fine non cambia poi tanto. Le dinamiche sono sempre le stesse.

Voci. Spari. Rumori liquidi. Silenzio.

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