Il viaggio della speranza

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20 ottobre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Francesca Pede]

Sono scappata. Ero a Milano e sono riuscita ad andarmene.
Un viaggio d’inferno, undici ore di agonia, ma ce l’ho fatta.
Il capogruppo dei superstiti del mio quartiere è stato in grado di accaparrarsi (tramite un’asta su Ebay) gli ultimi posti rimasti in uno dei pochi treni ancora in funzione, pagandoli però a caro prezzo, ovvero barattando metà dei viveri che ci eravamo procurati.
La città era devastata ma non si sta meglio neanche qui, l’unico lato positivo di essere tornati al sud è che i paesi sono meno popolati e quindi ci sono meno zombie da combattere.
Milano è stata una delle prime città ad essere infettata. E’ stata una cosa improvvisa, il giorno prima salutavi la portinaia del tuo palazzo e quello dopo cercavi di raggiungere in fretta l’ascensore per non essere sbranato da lei. Le brutte facce che di solito incontravo in autobus si sono trasformate in esseri amorfi dall’aspetto ancora più disgustoso.
L’unica persona che mi dava la forza per continuare a lottare ed uscire viva da questo incubo, ormai non c’è più.
Era uscito un giovedì mattina in cerca di superstiti e di speranze, insieme al gruppo che era di ronda quel giorno, ma non aveva più fatto ritorno.
-Te lo prometto – mi aveva detto – Non piangere, ci rivedremo domani.
E io gli avevo creduto.
Il giorno dopo sono andata in stazione, dove avevamo fissato il punto d’incontro, ma non c’era. L’ho aspettata per tre ore.
Più volte degli zombie mi avevano attaccata, ma ero riuscita a contrastarli grazie ad una mazzafrusto (rubata giorni prima nel Museo Archeologico
da un ex dipendente, nonché membro del nostro gruppo) con cui gli spappolavo il cranio.
Mi era servito fare un bel po’ di pratica prima di riuscire anche solo a tenerla in mano, dato il peso e la scarsa forza che avevo nelle braccia.
Fatto sta che era quasi mezzanotte e di lui neanche l’ombra.
Ho pianto, ho urlato e per scaricarmi ho fatto fuori altri mostri, ma non è servito a nulla.
Tempo dopo ho scoperto che era riuscito a tornare nella sua casa d’origine perché tutto quello che stava accadendo nel mondo l’aveva devastato.
Così sono tornata a casa anche io, dato non vi è più nulla che al momento mi leghi a quella città. In più la mia famiglia ha bisogno di me: mio padre e mia zia sono stati infettati, ora sono rinchiusi in cantina, incatenati. Speriamo in una cura, ecco perché sono ancora in “vita”. Mi hanno parlato di un vaccino che per ora è ancora in fase sperimentale. Offrono provviste a chi si offre volontario per fare da cavia, sono molto scettica ma ci provo. Oggi ho fatto delle analisi e giovedì farò i primi test.
Vi aggiornerò nei prossimi giorni.
Francesca

2 thoughts on “Il viaggio della speranza

  1. Julya scrive:

    bello mi piace, dove posso trovare la continuazione ?

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