Il tempo è dalla mia parte

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17 ottobre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Adamo Dagradi]

È passato quasi un anno. Deve essere vero perché l’aria s’è fatta più fredda, trasparente.
Le giornate s’accorciano e inizia a fare freddo. Per quanto mi riguarda, nonostante il computer funzioni ancora col suo calendario, ho deciso di ignorare il passare delle ore, dei giorni, dei mesi.
Mangio quando ho fame. Dormo quando ho sonno.
L’elettricità c’è ancora. Qualche povero cane deve essersi immolato per farmi avere un ultimo inverno teleriscaldato. Me lo vedo, mentre gira le manovelle della Centrale. Le bestemmie soffocate dal rombo dell’acqua. Una diga che incombe sulla pianura.

La prima uscita l’ho fatta quando il caos era al culmine. Un paio di giorni dopo essermi barricato in casa. Ho preso la bici e ho pedalato come un matto verso l’appartamento dei miei, rimasti bloccati in Liguria dove passavano il Natale.

Le strade erano in fiamme.

Urla, Zulu che passeggiavano morsicando l’aria. Famiglie in fuga e tanti militari e poliziotti che sparavano a casaccio, nel tentativo di bonificare i quartieri.
Il chilometro più lungo della mia vita.
È stato più difficile scansare le mani protese di chi cercava aiuto di quelle putrescenti di chi voleva mangiarmi. Mi sono fatto un po’ di pipì nelle mutande. Ciò mi ha reso felice: la capacità di provare paura è fondamentale per la sopravvivenza. Credevo che la quiete innaturale calata sulla mia mente e sul mio cuore, dopo la morte di … (non farò il suo nome, non ancora, non ce la faccio), mi avrebbe spacciato.
Ho recuperato la vecchia Smith & Wesson cal. 38 di mio padre senza concedere uno sguardo alla casa dell’infanzia. Dentro e fuori. Il ferro antico (un residuato bellico) infilato nella fondina cosciale che usavo per giocare a softair. Una scatola da 50 colpi nello zaino.

La seconda gita l’ho fatta in macchina. Appena è stato dato l’ordine di evacuazione. Un viaggio senza semafori e senza stop fino a Piazza Bra, davanti all’armeria Winchester. Il proprietario mi conosce perché a volte ci compravo le mimetiche e i gibernaggi per l’hobby vituperato, rivelatosi infine anche troppo utile.
Il piano era sfondare la vetrina con l’auto e sciacallare il possibile. Invece ho visto la serranda socchiusa e un’ombra che si muoveva dentro. Il signor Bragantini, grazie a Dio, non mi ha sparato. Si attrezzava per la diaspora. Mi ha detto che l’esercito invitava la cittadinanza a sfollare nel  quadrante Europa, la più grande zona di stoccaggio merci del Nord Italia. Lui andava lì. Di restare non ne ha voluto sapere.
Sono uscito con un borsone di armi e munizioni. Ci siamo stretti la mano. Gli auguro di essere ancora vivo. Io lo sono grazie a lui.

La città si è svuotata nel giro di una settimana. I militari pensavano di poter difendere 200.000 sopravvissuti in quella specie di colossale fortino costruito con un muro di container sovrapposti, alto dodici metri e lungo chilometri. Fort Apache, lo chiamavano.
Alamo, sarebbe stato più corretto.
Sulla carta l’idea non era male: c’erano vettovaglie, armi e tanta buona volontà. C’era anche un piano di evacuazione a scaglioni, con scorta corazzata, verso le comunità montane dell’alto Veneto e del Trentino.
La verità è che avevano imbastito il più grande banchetto della storia dell’umanità.
Dopo venti giorni erano assediati da decine di migliaia di Zulu. Cataste di cadaveri alte come le barricate. Potete immaginare com’è finita.
Io lo so perché i vicini della scala B, i Gunasekara, Sri Lankesi, erano lì. Padre, madre, due bambini e nonna materna. Amanthi, una donna di 42 anni piccola e nervosa, con un carattere di ferro, è arrivata sgommando sotto al condominio, su una macchina tutta bottata. Ne sono usciti anche i piccoli Amanda e Nuwan, sei e otto anni. Hanno visto padre e nonna annegare in un mare di braccia e gambe. Lui, da allora, non parla più. A volte ride, quando lo faccio giocare con la Playstation.
Ora vivono nell’appartamento a fianco del mio.

Abbiamo barricato la scala all’altezza del pianerottolo del secondo piano. Una catasta infernale di mobili e oggetti. L’ascensore sta sempre aperta al nostro piano. Per gli Zulu attraversare è impossibile. Comunque non se ne sono visti. Noi ce la caviamo passando dall’esterno del passamano. È pericoloso ma neanche troppo. Comunque ad uscire sono sempre io. Non voglio che i bimbi restino senza madre.

Se qualcuno dovesse mettersi in viaggio verso est: Verona è tranquilla. Anche troppo. C’è qualcosa che bolle in pentola. Passo le notti a sbirciare dal balcone, nascosto dal falso rampicante di plastica. Quando i pochi abitanti rimasti nel palazzo, costretti a vivere le loro non vite negli appartamenti in cui si sono chiusi a chiave per sempre, smettono di gemere per la fame, sento strani rumori arrivare dal buio delle strade. Si muove qualche ombra furtiva. Troppo veloce per appartenere a uno Zulu.
È una partita a scacchi. Una gara di pazienza.

Mick Jagger canta negli auricolari del mio iPod: Time is on my side.

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