Diario di guerra n.2

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17 ottobre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Nicola Furia]

RELAZIONE del Tenente Colonnello dei Carabinieri Nicola Furia del Comando Provinciale di Rieti (Lazio). 

I ricordi non mi abbandonano… girano lenti come zombi nei meandri del mio cervello, si aggrappano ostinatamente alle arterie del mio cuore.
Cerco di spegnerli, di annientarli, ma al pari dei morti viventi si ripresentano inesorabili, lenti, inarrestabili.
E allora proseguo l’aggiornamento del file che inserisco in questo blog, a futura memoria (semmai ci sarà in futuro una memoria condivisa di questa apocalisse).
Ritengo sia mio dovere farlo…e forse è anche terapeutico.

RESOCONTO DELLE ATTIVITA’ PREDISPOSTE AL DIFFONDERSI DEL CONTAGIO

Aprile 2012:

Nei primi 30 giorni dallo scoppio dell’epidemia avviammo e ultimammo l’operazione che denominammo: “FORT APACHE”.
Lo scopo della missione era quello di riuscire a costituire e rendere sicuro ed impenetrabile un caposaldo posto nel cuore dell’inferno. Per ottenere lo scopo, la strategia era quella di evitare qualsiasi operazione di soccorso e di limitare all’essenziale gli scontri con gli zombi che ormai avevano conquistato l’intera città.
Sia la Questura che il Comando dei Vigili Urbani non avevano adottato questa procedura, non si erano resi impermeabili. A differenza nostra avevano accolto nelle caserme i cittadini che chiedevano aiuto. Le volanti della Squadra Mobile si erano lanciate in varie operazioni di soccorso, ingaggiando scontri con le varie mandrie di morti viventi che si andavano formando sempre più numerose.
Dopo una settimana, la Questura e il Comando dei Vigili Urbani non esistevano più… e tra gli zombi ce ne erano tanti in divisa.
Dopo aver attuato le prime 5 fasi tattiche della missione proseguimmo con le ulteriori fasi programmate.

FASE 6: LEGGE MARZIALE

Elaborai una prima bozza di regolamento che ricalcasse, in grandi linee, il codice penale militare di guerra, e la feci firmare a tutti i presenti all’interno della caserma (compresi i civili).
Sostanzialmente si rese noto che chi non si fosse attenuto agli ordini sarebbe stato giudicato immediatamente e condannato a morte, tramite fucilazione.
Nessuno poteva uscire dalla caserma, nessuno poteva comunicare con l’esterno, nessuno poteva allontanarsi dalle aree assegnate.
Chi non firmava veniva immediatamente allontanato ed abbandonato al suo destino.
Senza una ferrea disciplina avrei subito perso la guerra.

FASE 7: ULTERIORI RIFORNIMENTI E PRIMA MISSIONE DI “SALVATAGGIO”

La merce “prelevata” nel corso delle prime sortite (cibo, armi e mute da sub) venne registrata e conservata.
Subito dopo si organizzarono e si eseguirono ulteriori operazioni esterne finalizzate all’acquisizione di ulteriori rifornimenti presso i seguenti obiettivi:

-farmacie, per il prelievo di medicinali;

-negozi di elettronica specializzata, per il prelievi di pannelli solari.

Le squadre addette alle sortite esterne, oltre ad utilizzare l’armamento e l’equipaggiamento delle precedenti operazioni, indossavano, sotto la tuta antisommossa ed il giubbotto anti proiettile, le tute da sub (che li proteggevano dai graffi e dai morsi del “nemico”).
Successivamente contattammo telefonicamente le abitazioni di vari medici, assicurandoci che almeno uno di questi fosse ancora vivo e barricato in casa. Riuscimmo a trovare un chirurgo e gli preannunciammo che saremmo venuti a “salvarlo”.

Con una manovra rapida ci portammo quindi sull’obiettivo e, dopo aver eliminato i morti viventi che girovagavano nelle strade antistanti, prelevammo il dottore con la sua famiglia e, dopo una sommaria ispezione fisica, li portammo in caserma.
Quando fu in salvo il chirurgo ci ringraziò, ci abbracciò, ci elogiò… In realtà per noi la sua vita non contava niente. Non avevamo salvato lui, ma avevamo salvato noi stessi. Lui era solo un “rifornimento” che ci garantiva la sopravvivenza, al pari di una scatoletta di cibo in scatola, al pari di un fucile di precisione, al pari di un proiettile.

FASE 8: DISTRIBUZIONE DEI COMPITI E GESTIONE DELLE RISORSE.

Allestimmo un infermeria. Allestimmo una mensa. Allestimmo un magazzino, un’officina e un’armeria.
Predisponemmo turni di guardia su tutto il perimetro recintato della caserma (con l’ordine di sparare non solo agli zombi, ma anche ai sopravvissuti che tentano di scavalcare la recinzione).
Ogni mattina tutto il personale presente in caserma , io per primo, doveva recarsi in infermeria ove veniva accuratamente ispezionato (in quei primi giorni dovemmo “abbattere” un carabiniere che si era avvicinato troppo alla recinzione ed era stato morso).
Le linee telefoniche saltarono dopo una settimana.

Finché erano in funzione ignorai gli ordini assurdi del Comando Generale che ci ordinavano di concentraci a Roma (anche prima dell’olocausto avevo spesso disatteso alle disposizioni superiori, e ne avevo pagato le conseguenze…ma ora non temevo alcuna ripercussione…nulla poteva essere peggio di quello che stava accadendo).
Comunicavamo tra di noi con le radio portatili. Per fortuna l’energia elettrica ancora funzionava e potevamo mettere sotto carica le batterie. Ma stavamo già predisponendo l’alimentazione tramite i pannelli solari.

Insomma, dopo un mese dall’apocalisse eravamo autonomi, autosufficienti, operativi ed in condizioni di sicurezza.

L’operazione “Forte Apache”, nel corso della quale persero la vita (riacquistandone un’altra) 10 unità combattenti, si poteva ritenere conclusa.
Quando ci rintanammo in caserma eravamo in 105 (compresi i civili). Dopo un mese la nostra forza si era ridotta a 90 unità (nel novero dei caduti non c’erano solo quelli che avevano perso la vita in azione…ma davanti al plotone di esecuzione).

Il numero della popolazione Reatina era ormai costituita per la maggior parte da morti viventi che affollavano le strade.
Di sopravvissuti in giro non c’era più traccia.
Chi si era salvato dai morsi stava rintanato dentro casa, circondato da orde di zombi.
Quello fu il momento in cui avviammo la seconda parte della missione, dando inizio all’operazione che denominammo: “DECIMAZIONE”.

 

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