Amici per cena

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16 ottobre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Andrea Mesina]

Odio tutto questo. Odio gli zombie e odio quasi tutti gli altri sopravvissuti. Odio i non-morti e quelli che siamo noi oggi, i non-vivi del cazzo, sempre chiusi in casa, sempre a morire di paura, sempre con l’adrenalina in circolo e lo scroto così teso e il buco del culo così stretto da fare male.

Sono passati mesi, una primavera intera e un’estate intera, domani è il primo giorno di autunno. Stiamo in un posto in riva al mare, in Sardegna, costa nord, quando l’aria è tersa si vede l’isola dell’Asinara e anche la Corsica. Ma il posto esatto non lo scrivo, no, tutto quello che siamo riusciti a fare qui è solo nostro, non vogliamo visite, né di sconosciuti e tantomeno di amici. A Luglio, il giorno del mio compleanno, ne ho dovuto uccidere due, di cosiddetti amici…li ho presi alle spalle, non ne vado particolarmente fiero, cioè si …il fatto è che facevano discorsi strani, e guardavano in modo strano…erano strani cazzo, non mi fidavo di loro, e tutti gli anni passati insieme all’università a studiare archeologia, a scavare, a bere birra e giocare a poker texano non significavano più niente. Non se due maschi, in salute e svegli come loro, si stabiliscono a casa tua e della tua donna e si comportano in modo strano, parlano in modo strano, guardano in modo strano, si muovono in modo strano. È stato tutto premeditato, ed avevo molta paura, forse di non farcela o forse proprio di riuscire. Nonostante quell’altra cosa che avevo fatto ad Aprile non potevo essere sicuro di riuscirci, di esserne capace. E invece si.

Li ho scoperti, più di una volta li ho sorpresi a scambiarsi sguardi strani, complici, di sottecchi. Guardavano la casa e tutta la nostra roba con calcolo, fregandosi le mani. E soprattutto guardavano Maria Francesca leccandosi le labbra, con un sorrisetto strano, e lo sguardo cùpido, che si scrive come Cupìdo, e che forse per loro voleva dire la stessa cosa. Lei non era tranquilla e me ne accorgevo, aveva paura. Ma a Luglio non ci parlavamo poi tanto…ce l’aveva ancora con me per quello che era successo ad Aprile…forse mi odiava, ma non poteva andare nè poteva cacciarmi, eravamo solo noi, ancora più soli dopo quello che era successo, e ancora più maledetti.

 

Aprile è passato e Luglio ugualmente. Lei, l’amore della mia vita, è tornata a esistere con un po’ più di consapevolezza. Ogni tanto parliamo, ricordiamo com’era prima, come eravamo noi. Non parliamo mai delle cose che ho fatto, lei forse ha rimosso, ha dimenticato, perchè non ha più odio negli occhi, ogni tanto mi guarda come prima, con amore, e io sento che per quegli occhi farei qualsiasi cosa.

L’amore nel 2012 non è più dirsi ti amo, non è più due cuori e una capanna. L’amore nel 2012 è macellare lo zio Silvio, morto suicida, congelarlo a pezzi e cucinarlo in qualche modo per non morire di fame.

L’amore è ubriacare due cari amici dell’università (ex cari amici) e ammazzarli alle spalle a colpi di bastone in testa. Agostino, il più grosso, è morto sul colpo, ci sono andato pesante e non se lo aspettava. Giuseppe invece ha reagito. Mi ha detto “bastardo, t’ammazzo”, ma è morto lui invece. Anche loro sono finiti nel congelatore a pozzo, come lo zio Silvio, tranne le teste, le mani e i piedi. C’è troppa personalità nelle estremità, troppa umanità. I torsi, senza spalle e senza glutei, seppelliti in un buco nel giardino dietro casa, con le croci sopra. In congelatore ci sono ancora quattro gambe e sei braccia, tagliate e ben chiuse nei sacchetti giusti. E due culi, ci sono, che sono i pezzi più buoni.

 

Perchè vi dico questo? Perchè a qualcuno devo dirlo. Perchè voglio liberarmi e voglio liberare voi. Sì, forse qualcuno di voi stronzi sta campando a scatolette, ma io non ci credo troppo, non quando passo in cantina e guardo il congelatore, che ronza sicuro nella penombra. Quando accendo la luce poi, e lo vedo bene, vero, reale, con le ammaccature e i punti di ruggine, mi chiedo quanti altri congelatori a pozzo così, ci siano nelle vostre case.

 

Andrea M.

 

Post scriptum: Maria Francesca oggi mi ha detto una cosa, “voglio un bambino”, emozionata.

Le ho detto “si vedrà”. Ho paura, ma lo voglio, con tutto me stesso. Voglio una bambina, meravigliosa come lei, innocente come non possiamo più essere noi.

Domani devo uscire fuori dal perimetro della casa, in mezzo alle urla e al delirio.

Serve frutta e verdura, carne ce n’è.

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