La gabbia

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15 ottobre 2012 di thesurvivaldiaries

Bunker 3
4 superstiti

C’è una gabbia al centro del paese.
Una gabbia che per dar spettacolo un tempo conteneva dei grossi e feroci felini. Un regalo lasciatoci dall’ultimo circo passato da queste parti. Una gabbia che era stata poi riutilizzata per esporre dei morti viventi. Per le stesse uguali ragioni: l’intrattenimento.
Ora quella gabbia ospita dei vivi.
Vivi condannati ad attendere la clemenza dei vivi.
Sono loro a decidere se dare cibo e acqua agli ospiti della gabbia. Questo in base al loro crimine e al peso che ne deriva dalla nuova coscienza collettiva. Con la fame e la disperazione, certi valori sono assai difficili da ritrovare. La clemenza ora viene considerate quasi una debolezza.
Un po’ da poveri stronzi, ecco.
E allora capita spesso che il condannato muoia di fame e di stenti tra le sbarre della gabbia. Nell’indifferenza assoluta dei paesani.

Un tempo era l’empatia a distinguere l’uomo dalle bestie e dalle macchine. Ora che l’empatia sta del tutto svanendo nell’essere umano, mi chiedo in che cosa ci stiamo evolvendo? Potrebbe essere solo una pausa dell’evoluzione e poi magari tutto tornerà come prima. Oppure no. Potremmo trovarci di fronte ad una nuova era.
Ad un nuovo, lungo e buio medioevo.

Ora la gabbia ospita un vecchio. L’accusa è di avere sottratto del cibo alla comunità. Il cibo in questione sono alcune mele, raccolte direttamente dagli alberi. Il vecchio è stato sgamato con le mani nel sacco e rinchiuso nella gabbia.
Tutte le derrate alimentari vengono raccolte nel municipio e poi elargite equamente a tutta la popolazione. Sottrarre il cibo ai compaesani è il crime più infame che si possa compiere oggi giorno. Un atto che dovrebbe essere punito con la morte, secondo sempre i paesani. Ma con la riduzione della popolazione sana non possiamo permetterci di eliminare braccia che potrebbero servire alla causa.
Da qui l’idea di lasciare alla clemenza dei paesani la giusta punizione all’incriminato.
Democrazia popolare.
Il vecchio sembra quasi sentirmi. Allunga le mani tra le sbarre. E’ sporco e puzza. Sbava, grugnisce. Ad un primo e sommario esame lo si potrebbe scambiare anche per uno zombie.
– Ho sete. – Sbiascica sbavando. – Ti prego, a te ascoltano, liberami. Prometto che non lo farò più. Lo giuro sulla testa di mia figlia.
Parla spesso della figlia, gli venivano date pure le derrate per lei. Ma da quando è iniziata la pandemia, nessuno l’ha più vista in paese. Si dice che la nasconda da qualche parte nei boschi. Qualcun altro invece insinua che il vecchio se la sia mangiata.
– Ora che sei qui, di cosa sta vivendo tua figlia? – Domando io.
Il vecchio ritrae le braccia dalle sbarre e cupo si mette in un angolo. Borbotta tra sé e sé qualcosa. Alza la testa: – Di nulla, povera creatura. Liberami e così potrò aiutarla. Non farlo per me ma fallo per lei.
– Dimmi dove si trova, così possiamo aiutarla.
– No – scatta in piedi tremolante nei suoi cenci sbrindellati, – nessuno può avvicinarsi alla mia piccola. Solo io. Preferisco che muoia piuttosto di vederla nelle mani di bestie come voi.
– Ok – faccio io, iniziando ad allontanarmi, – quando avrai deciso vecchio, mi farai sapere.
– Aspetta – urla con le poche forze che gli sono rimaste. – Ti prego, aspetta ancora un attimo. Un ultima cosa, ti prego.
Mi fermo e mi riavvicino alle sbarre.
Lui mi mostra l’arcata marcia dei denti. – Facciamo un patto – sussurra sbavando, – tu mi liberi e io te la consegno. Potrai tenerla tutta per te. – Si guarda in giro per assicurarsi che nessuno ci ascolti. Poi, massaggiandosi i dorsi delle mani bisunte, continua. – Sai, è molto bella. E giovane. Molto giovane. Ha la pelle candida come il latte e capelli neri come i corvi. Profuma sempre di primavera. Liberami Coma, ed è tutta tua.
Gli occhi del vecchio si accendono improvvisamente, a fatica trattiene le bave che gli scendono giù dal mento.
Io faccio un passo in dietro, appoggio la mano sull’impugnatura della roncola.
– Sono sicuro che tra qualche giorno mi dirai dove sta. E senza doverti tirare fuori da lì. – Lentamente sguaino il ferro dalla cintura. – E se proprio non dovesse tornarti la memoria vecchio, stai sicuro che troverò il modo per aiutarti a ricordare.
Saggiamente l’Ospite si mette al centro della gabbia, distante dalle sbarre, china il capo e non parla più.

La fame sta diventando un grosso problema qui da noi. Le trappole iniziano a non dare più cacciagione. Ci stiamo mangiando pian piano tutti gli esseri presenti e tutto l’ecosistema. I funghi, le bacche, le patate e le poche uova dei Bettin non bastano per saziare tutti.
Oltre la gabbia, il circo ci ha lasciato altre armi. E ora che Grizzly gestisce con successo il reparto armato in paese, di zombie se ne vedono sempre meno.
I pochi che capitano, servono più che altro a tirare su un po’ il morale ai ragazzi che pattugliano.
Siamo sempre più sicuri, ma la fame potrebbe portare più morte della pestilenza stessa.

Elisa, Alienone, Pekka. Sono felice che siate riusciti a sopravvivere alla pandemia di Venezia. Avevo smesso pure di scrivere nel blog. Credevo foste tutti morti. Spero di sentire presto altre voci amiche.
Aggiornatemi sui vostri spostamenti.

Credo che mi avventurerò verso il comprensorio dei Fiorentini. Lì un tempo c’erano molte malghe e il bestiame girava libero. Del latte e del formaggio sarebbero un vero tocca sana per tutto il paese.
Spero di trovare ancora qualcosa di vivo laggiù.

Coma

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