The Long Dark Tea Time of The Soul

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13 ottobre 2012 di thesurvivaldiaries

Poi sono successe cose. Più che altro è successa la noia. Non avendo mai fatto un cazzo in vita mia, non mi ero fidato della gente e dei film che dicevano o facevano intuire che l’adrenalina provoca dipendenza. Gente che si butta per scherzo una volta col bungie da qualche metro di altezza perché sfidato dagli amici, finisce per lanciarsi da un pallone meteorologico dalla tropopausa. Che poi, se stai rischiando la vita, è indifferente se sei a mezzo metro da terra o 18 km, ma questo è irrilevante. Scusate, mi distraggo facilmente, quando sono a casa.

Dicevamo, la noia. È successo che un giorno sono uscito di casa per cercare zulu da annientare. Ma pare che gli zombie siano come gli [inserisci termine di paragone a piacere], quando ne hai bisogno non li trovi mai. Giaveno è proprio vuota. Qualche gatto e cane randagio, ma niente che mi intrattenesse. Ho anche fatto più rumore possibile mentre giravo per stanarli, ma niente. Mi sentivo un po’ come Johnny 5, ma invece di input, necessitavo stress.
Tornato a casa ho fatto carburante all’aereo parcheggiato davanti a casa, ho rullato fino alla circonvallazione davanti ai vigili del fuoco e sono decollato senza una meta in mente. Ho fatto un giro a bassa quota su Avigliana. Lì, qualche sparuto zombie ancora in movimento c’era, ma non abbastanza da giustificare la fatica di trovare un posto per atterrare. Con tutti i dossi che ci sono sulle strade di Avigliana, ci avrei sicuramente rimesso il carrello, se non tutto l’aereo. Stupidi dossi.
Salendo verso nord, lungo la A32, ho finalmente notato qualcosa di interessante all’altezza di Condove. Sulla carreggiata in direzione Torino, la madre di tutti gli incidenti autostradali. Il noumeno del disastro automobilistico. Forse la scena di Blues Brothers, con la catasta di macchine della polizia, gli rende giustizia. Giusto dopo una curva cieca, saranno state almeno una cinquantina i mezzi coinvolti. Un’orgia meccanica lunga un centinaio di metri, che in certi punti invadeva anche la carreggiata opposta. Ma le due cose che mi hanno fatto palpitare il cuore come ad un adolescente che per la prima volta tocca un paio di tettine, erano (1) un gruppetto di 6/7 zombie ambulanti tra i rottami, e (2) due camion militari e un Lince, coinvolti nell’incidente, ma parrebbe non troppo distrutti.
Al primo passaggio ho lanciato il Tifoso. La trombetta da stadio dopplera verso il suolo mentre viro per allontanarmi e prepararmi al secondo passaggio con la molotov. Ne becco cinque. Cinque belle torce ex-umane. Gli ultimi due, bloccati dalle auto, impossibilitati a raggiungere la fonte sonora. Faccio un giro ancora intorno, aumentando il raggio di virata, per assicurarmi che nessun altro sia stato richiamato dal Tifoso e poi atterro, sull’autostrada, a mezzo chilometro dall’incidente.
Libero i due zombie della loro stupida non-vita e poi controllo il convoglio militare. I cadaveri sono belli che secchi. Il tutto deve essere successo un bel po’ di mesi fa. Sta anche crescendo l’erba sotto le ruote dei mezzi. Apro il telone del primo camion e mi vengono le lacrime agli occhi. Vomiterei arcobaleni se ne fossi capace. Casse e casse e casse di armi e munizioni.
Il secondo camion trasportava morte. Non sembrava distrutto dall’aria, ma deve essere scoppiato un incendio dopo l’incidente che ha carbonizzato i cinque che c’erano dentro.
Infine il Lince. Ah, se avessi avuto la capacità tecnica per smontare il mitragliatore dalla torretta per attaccarlo al mio trabiccolo volante. Ah, se, detto trabiccolo volante, non fosse stato fatto di carta igienica e cartone e avesse potuto sopportare il peso in più. Gli ho dato un tenero buffetto prima di tornare al primo camion a fare la spesa.
Poi è successa un’altra cosa di rilievo. Stavo continuando il mio giro lungo la valle di Susa, a questo punto, soddisfatto e beato, solo per il piacere di volare tranquillo, quando dal forte di Exilles ho visto partire un razzo di segnalazione. Cazzo, questa non me l’aspettavo. Salgo di quota, ricordando i sabbipodi che avevano sparato a Giulio e a me quando volavamo verso Venezia, e sorvolo il forte. Gente. Saranno stati almeno una cinquantina, tra uomini, donne e bambini, nella corte del forte a guardarmi e indicarmi. Non sapevo tanto che farne di questa nuova scoperta. Gente. E sembravano anche felici di vedermi. Per darmi tempo per pensarci, strappai un foglio da un bloc notes e scrissi “Domani torno”, arrotolai il foglio e lo infilai in una bottiglia di birra vuota che girava per l’abitacolo e la lasciai cadere sul forte, cercando di evitare di beccare qualcuno in testa. Ho visto i bambini correre e recuperare il messaggio e portarlo ad uno degli adulti che, dopo averlo letto, ha sollevato il pollice in alto in mia direzione, subito imitato da tutti i bambini. Ho scosso le ali come saluto e mi sono diretto verso casa.
Quello è stato il mio primo contatto con i sopravvissuti di Exilles. Poi vi racconto gli altri.

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