Au revoir, Shoshanna!

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4 ottobre 2012 di thesurvivaldiaries

Padova, Golena San Massimo

Nella notte Chiara è morta.

Probabilmente infettata dal sangue della maledettissima e schifosa creatura che le era finito in faccia: non immagino altra causa per la sua morte.

Un grido strozzato, qualche rantolo, e basta.

Non ho avuto nemmeno il tempo di stringerla, baciarla o solo tenerle la mano, di dirle quanto la amassi e che mi dispiaceva di non aver mantenuto la promessa che tutto sarebbe andato bene.

Ho pianto, tanto quanto mai avessi fatto prima. Ti accorgi di quanto realmente ami una persona solo nel momento in cui ti viene a mancare: e ti penti di non averglielo detto come si deve.

Sono rimasto accanto a lei, accarezzando la sua testolina bionda nel modo in cui le piaceva farsi accarezzare quando si appiccicava a me sul divano di casa.

Poi le ho sparato un chiodo in fronte.

Mi dispiace amore mio, ma non potevo aspettare che ti risvegliassi: allora non ce l’avrei fatta e ti avrei permesso di darmi l’ultimo abbraccio mortale, come nella scena finale di Zeder.

In questo alloggio di fortuna non c’è nemmeno dell’alcool con cui ubriacarsi. Ho coperto il corpo per non vederlo e l’ho portato giù in riva al fiume e mi ci sono seduto accanto. Una veglia funebre accompagnata dai miei singhiozzi e dai lamenti degli zombi che continuavano a premere sul cancello.

Clang-clang-clang…

La mia testa ed il mio cuore si riempivano di rabbia – Clang – dolore – Clang Clang – sensazione di impotenza e predestinazione – Clang Clang Clang – ODIO!

Come una molla mi sono alzato e, sparachiodi in pugno, mi sono diretto dritto al cancello. E lì, faccia a faccia con gli artigli ed i volti putrefatti della morte ho iniziato a scaricare acciaio da 11 cm in quelle teste sbavanti. Ogni prima fila che cadeva veniva subito rimpiazzata da quella dietro, come teenagers impazzite ad un concerto di Justin Bieber.

Non so quanti ne ho abbattuti, ma ho continuato a sparare, in completa trance,fino a che la pistola non ha iniziato a sparare a vuoto.

Allora sono ritornato al fiume, vicino a Chiara.

L’alba mi ha sorpreso a fissare l’acqua ed i cerchi concentrici che qualche pesce creava rilasciando bollicine in superficie.

Doveva essercene un branco, di pesci, là sotto, perché le bolle diventavano sempre più fitte, frequenti, e vicine alla riva. Sono rimasto così, imbambolato a fissare quel fenomeno strano, pensando che se l’epidemia aveva spazzato via il genere umano, aveva – di contro – favorito lo sviluppo delle specie che l’uomo normalmente predava.

Le mie elucubrazioni alla Piero Angela sono state bruscamente interrotte e riportate alla dura realtà, nel momento in cui dall’acqua verdastra del Piovego è emersa una testa e dietro di lei un’altra e poi un’altra e via così, e sotto le teste i corpi devastati dai pesci, e questi corpi non galleggiavano come cadaveri normali, ma stavano ritti, emergendo dal fondo ed annaspando per raggiungere la riva.

CAZZO, GLI ZOMBI NUOTANO! O meglio, camminano sul fondo. D’altra parte non hanno bisogno di respirare.

Quindi, amici di Venezia e zone lambite da acque paludose, marine o lacustri, guardate l’acqua. Non è così sicura come sembra. Come direbbe lo sceriffo Brody, vi serve una barca più grossa…

Colto di sorpresa, ho preso la sparachiodi e avvicinatomi al primo di loro che era già uscito dall’acqua, ho fatto fuoco. Click… click-click-click… Mi ero dimenticato di averla scaricata nella mia precedente performance di tiro a segno da luna park!

Il merdoso mi afferra la maglia, che per fortuna si traccia, ed io fuggo verso la casa del custode, abbandonando i verdognoli a pasteggiare con il corpo di mia moglie.

Ora sono asserragliato qua dentro. Dal fiume ne sono arrivati molti altri.

Ho sparato tutti i miei colpi. Quanti sono andati a segno? Chissà…ma tanto è inutile perchè là fuori i morti camminano ancora e cercano me. Mi braccano guidati dal loro istinto, l’unico, di mangiare il mio cervello.

Li ho sentiti arrivare, grugnire e strisciare le loro sudicie mani contro la porta, contro le imposte sbarrate, e premono a decine per entrare, e prima o poi so che succederà e allora sarà la fine.

A meno che…

Frugo disperatamente nel mio zaino – l’unica cosa che non sia rimasta ancora sulla Vespa – e tocco qualcosa che rotola sul fondo, lunga, fredda, liscia e appuntita. Un sorriso mi fiorisce sulle labbra: altri chiodi. Non molti, ma forse sufficienti ad uscire da quella trappola in cui mi sono cacciato e a fare un altro po’ di strada facendoti largo in mezzo a quei corpi putrefatti.

Poi chissà.

Ma sì, sono ancora vivo e non ho intenzione di lasciarli banchettare con il mio magnifico cervello.

Allora ricarico la sparachiodi, mi sistemo lo zaino sulle spalle, e scrivo queste ultime righe per voi, amici miei, anche se non vi ho mai conosciuti. Chissà se un domani non ci incontreremo in qualche posto. Non lo so.

Tirerò un bel respiro e dopo aver spalancato la porta con un calcio li vedrò lì, bavosi e famelici, che aspettano me.

Uscirò dalla casa del custode e, sparando, tenterò di raggiungere una delle due canoe giù sulla riva.

Non so se ce la farò, ma almeno ci avrò provato fino alla fine. Lo devo a voi, che resistete, e lo devo a me stesso, che ho resistito fino ad ora.

Ma soprattutto lo devo a Chiara, che si è fidata di me e ne è morta.

Au revoir Shoshanna!

(continua?)

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