Una gita al Brico Center

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2 ottobre 2012 di thesurvivaldiaries

Padova, Via Tiepolo.

Questa mattina, a luce appena fatta, mentre i rumeni e gli accampati ancora se la dormivano, sono uscito. Due zaini da riempire e la mia mazza agganciata alla cintola.

Per non farmi scoprire, ho spinto la Vespa e l’ho avviata più avanti. Per fortuna non è arrivato nessuno schifoso deambulante.

Non ho avuto problemi ad entrare al Brico: la vetrata di Via Venezia era stata sfondata da una Multipla che aveva terminato la sua corsa nel reparto Arredo Bagno. Un cesso tra i cessi…

Dentro è un disastro. Per fortuna che le luci d’emergenza ancora funzionano e mi assicurano quel minimo di visibilità per trovare quel che cercavo.

Nel reparto giardinaggio ho recuperato un piccone: mi serve per il mio piccolo progetto. Mentre sono lì che lo soppeso, un rumore strisciante alle mie spalle. Cuore a mille, sudore freddo. Mi volto lentamente ed eccolo lì, un putrido si sta avvicinando trascinando quelle sue gambe rigide. In mano tiene qualcosa, che riconosco subito non appena transita sotto la luce d’emergenza: un bel femore spolpato. Forse stava cercando di nasconderlo, come fanno i cani…

Pensiero ed azione. E così collaudo subito il mio nuovo utensile, sciabolandoglielo dritto in mezzo agli occhi. Gorgoglìo e risucchio quando faccio leva per disincagliarlo dalla testa. Dalla punta del piccone cola una poltiglia grigio-verde (che fosse un Finanziere nell’altra vita? Ah aha ah…).

È la prima volta che uccido qualcuno (qualcosa ?). Mi viene in mente Frankenstein Junior: “Piano dottore! Così lo uccide!” mentre “Fredraick” tenta un massaggio cardiaco al cadavere del mostro inanimato.

Mi devo muovere, potrebbero essercene altri. Corro tra le corsie, attento a non inciampare nel ciarpame sparso per terra. Volo verso non so dove, devo recuperare qualche tanica. Dove cazzo sono?! Ecco, le trovo nel reparto Tempo Libero, vicino alla carbonella e ad un barbecue in offerta. Spero che il responsabile del lay-out dei prodotti abbia fatto una bruttissima fine. Idiota…

Lego due taniche (le uniche…) con uno spago e me le metto al collo. Mi affretto verso l’uscita passando per il reparto Falegnameria e… mi blocco. Nemmeno San Paolo sulla via di Damasco sarebbe rimasto tanto folgorato quanto me, vedendo quello che stavo guardando.

PISTOLA-SPARA-CHIODI-DA-11-CM-AD-ARIA-COMPRESSA! Completa di cinturone e 6 bombolette di aria di ricarica! Tutto a 399,00 euro. La compulsione consumistica è irrefrenabile. Agguanto e ficco il tutto nello zaino grande, sulle spalle. Prima di richiudere, butto dentro anche svariate scatole di chiodi. Non ho tempo per provarla, sento rumori che non mi piacciono.

Sono ormai all’altezza della Multipla, vicino all’uscita, quando mi sento afferrare una gamba. Un non-morto da sotto la macchina! Il peso dei carichi che sto portando mi fa cadere in avanti, mi giro sulla schiena, scalcio e colpisco qualcosa che cede sotto la mia scarpa: crack! È il naso dell’immondo che ora, invece del grugnito, emette un sibilo che esce dalla parte sbagliata della faccia. Urlo, annaspo alla cieca cercando il piccone che, però, è finito più avanti. Trovo invece la mazza, al mio fianco. La slaccio, arretrando mentre la schifezza striscia verso i miei piedi. Riesco a tirarmi su nonostante il peso sulle spalle che mi fa sembrare una tartaruga rovesciata sul guscio, e la mia schiena ringrazia con una fitta lombare che risale fino alle scapole. Sono in ginocchio, faccia a faccia con quegli occhi vitrei e grigi piantati in un volto senza naso e digrignante (bruxismo post mortem?…).

Craaack! Ora davanti a me c’è una poltiglia di ossa, capelli e cervello. Un ultimo rantolo e hasta la vista, baby!

Mi alzo, ho il culo stretto come quello di un passero. Recupero taniche e piccone che finisce nell’altro zaino, sulla pancia. Corro fuori. Aggancio le taniche come una bisaccia sulla sella della Vespa. Pedivella. Il motore borbotta e si spegne. Meeerdaaaa! Pedivella di nuovo. Niente. In fondo a Via Venezia, prima del cavalcavia, vedo agitarsi militari del posto di blocco. Già pensavo a quei miei adorati film in cui l’auto non si accende proprio sul più bello. Riprovo, devo stare attento a non ingolfare il motore. Altro brontolio del pistone. Cazzocazzocazzo! Da dentro il Brico arrivano distintamente dei ringhi. È chiaro che li ho “svegliati”. Ultimo tentativo, poi dovrò abbandonare il mezzo, non c’è più tempo. Il motore parte scaricando una densa nuvola azzurrognola. Prima di schizzare via, mi volto e vedo gli schifosi che escono dalla vetrata sfondata e mi puntano. Partono degli spari dal posto di blocco, armi a lunga gittata senza dubbio. Non saprò mai se erano diretti a me, agli zombi o a entrambi (i marines avrebbero detto Kill’em all, let God sort’em out, un qualsiasi Toni Sugamàn Chi ciàpo ciàpo).

Parto sgommando senza nemmeno togliere il cavalletto. Sono alla rotonda e, isterico, sto urlando e sto piangendo. Dalla paura e dalla gioia.

Arrivo sotto casa come una furia urlando il nome di Chiara.

E che si fottano quelli che dormono.

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