Un’altra stagione all’inferno

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21 settembre 2012 di thesurvivaldiaries

Ciao, fuori piove, sento le onde infrangersi sulla spiaggia e sono ancora vivo.
Vi scrivo da un appartamento di una palazzina di Jesolo, come sia arrivato qui dopo l’apocalisse di Venezia è una storia piuttosto lunga ma intendo raccontarvela, fra un po’. Anche perché ci sono ricordi di quei momenti a cui non ho più pensato. E non fa bene non pensare alle cose brutte, perché poi restano e marciscono. E io sono stato marcio per troppo tempo.
Non ho pensato alla fine di Venezia ma ho pensato ai miei amici, davvero tanto. Ho pensato a Elisa, Pekka, Michele, Carlo, Thomas e gli altri. Ho cercato i loro post prima di cominciare il mio.
Nessuno di loro ha ancora scritto dopo quella notte e questo, è inutile che ve lo dica, mi fa temere il peggio. Speravo di aprire il portatile (il primo che sono riuscito a trovare da mesi, Jesolo è stata saccheggiata di brutto), andare sul nostro sito e trovarvi tutti lì. Magari spaventati, magari incazzati o alle prese con qualche orda di Zulu. Invece niente.
Spero che stiate bene, tosi. Lo spero tanto. Anche perché non posso fare a meno di pensare che quello che è successo sia colpa mia. Sono io che vi ho invitato a venire nella zona libera, io che vi ho messo dentro la scatoletta di carne che gli Zulu hanno imparato ad aprire.
Basta paranoie, Alienone.

Sembra passata una vita intera. Sapete cosa dicono le persone quando si ricordano di momenti tragici, no? Dicono sempre ‘tutto sembrava così confuso’. Invece per me no. I ricordi della notte in cui Venezia è stata invasa sono marchiati a fuoco nelle cellule della mia testa, le poche rimaste intendo.
E fanno male, bruciano.
Comincia tutto dal black out, dal terremoto, dagli spari e dalle esplosioni. E poi ci sono io che corro in mezzo ad una folla di sopravvissuti. Cerco i miei amici. Per un attimo scorgo Elisa, la chiamo ma lei sta scappando da un’altra parte, non mi sente.
E ci sono gli Zulu cazzo. Sono venuti su dall’acqua, hanno imparato a nuotare, ma non è proprio nuotare quello che fanno. E’ camminare, strisciare.
D’altronde a loro non gliene frega niente di annegare.
Zulu non fa Surf, è vero. Non gli serve una tavola di legno per venire a prenderci.
Lentamente, come spinti da un’unica grande volontà, gli Zulu hanno camminato sul fondale della laguna, hanno raggiunto Venezia, ci hanno trovato.
Ho corso verso Elisa e gli altri quella notte ma non ho più trovato nessuno.
Le mani cazzo. Le mani degli Zulu che si protendevano dall’acqua. Li avevo già visti alla barriera, erano tanti. Questi sembravano ancora di più. Cos’è che diceva Dante? “e dietro le venìa sì lunga tratta di gente, ch’i’ non averei creduto che morte tanta n’avesse disfatta”.
Fanculo. Morti del cazzo.
Ho fatto slalom fra mille braccia putrefatte e tese. Ho visto scene assurde di persone che venivano lanciate nei canali per fare da esca, per dare un contentino alla morte. Ho visto gente scappare, ficcarsi nel buio delle calli di Venezia. Li ho seguiti anch’io: ho chiamato, chiesto di aspettarmi, mi sono ficcato in duemila vicoli ciechi, poi mi sono perso e mi sono trovato ansante e con degli spilloni conficcati nella milza. Sono proprio l’ultimo eroe d’azione che si merita questo mondo andato a puttane.
Non so proprio da che parte di Venezia fossi arrivato. Ero in un campo che non avevo mai visto con qualche panchina e una chiesetta illuminata dalla luna. Non sentivo più voci e gli spari erano così lontani che sembravano provenire da un altro post.
Ero scappato dal paese dei morti e finito in quello degli spettri. Manco in una puntata di Bem.
Uno di quegli spettri si chiamava Gianni Beggio, 45 anni e 140 chili, tecnico di computer. Di lui vi parlerò un’altra volta però, ora ho qualcosa da fare, ci sono delle persone che hanno bisogno di me. Persone vive.

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One thought on “Un’altra stagione all’inferno

  1. Alessandro Rampazzo ha detto:

    Bellissimo!! perchè non ho scoperto prima stò blog, perchè!?!

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