Una passeggiata notturna

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20 settembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special guest: Lorenzo Baldarelli]
Seduto sul divano pulisco la mia pistola d’ordinanza, una Beretta 92 SB. Tutto intorno a me è silenzio; un silenzio cui faccio ancora fatica ad abituarmi. In genere i miei giorni di riposo li passavo a bere, sparare stronzate con gli amici e vedere film. Ora mi ritrovo solo ad aspettare l’oscurità, intesa come assenza di luce; quella legata alla fine della speranza è già qui in Città.
Mentre scendo le scale la mia mente vola al passato, a quando le persone mi davano fastidio e i pianti del bambino del terzo piano non mi facevano dormire il pomeriggio. Quanto rimpiango quell’odio, mi faceva sentire vivo. Le giornate ora le passo in un’indifferenza condita dal piombo.
Apro il portone con la mano sinistra, lo tengo fermo con il piede mentre con uno specchio controllo se fuori, negli angoli ciechi, si sono appostati quei maledetti. Eccola, una puzza di carogna si fa largo nelle mie narici. Armo il cane, mi giro di scatto e faccio fuoco. La testa del non morto, dello zombie, nonché del mio elettrauto, esplode. Via libera, la meta della serata è l’armeria del quartiere.
Sono giorni che provo ad aprire la serranda. Dopo che lo Stato perse il controllo delle strade i commercianti chiusero le attività e si rintanarono in casa nella speranza di riaprire. Ora mi tocca lavorare con attrezzi raccattati per strada, nella costante paura di essere accerchiato. Ho bisogno di armi più potenti. Ho bisogno di amici. Chissà i miei che fine hanno fatto. All’inizio li ho cercati, poi le continue delusioni e il sangue sulle strade mi hanno fatto desistere. Ho bisogno di munizioni, ho bisogno di maggiore potenza di fuoco.
La natura fa ancora fatica a riprendersi le strade; meglio così almeno posso continuare a prendere la bici. Rimetto la Beretta nella fondina, inforco la bici e parto.
Quando sei solo e sei una preda di 90 kg neanche troppo allenata, la cosa più importante da fare è mantenere la concentrazione. A volte però i ricordi prendono il sopravvento e ci si perde in tempi e luoghi passati, in sorrisi e affetti ormai spariti; è in quei momenti che si è più vicini alla morte. Gli zombie ti arrivano alle spalle, in silenzio, e poi mordono.
Per non impazzire a volte parlo ad alta voce, lo faccio mentre pedalo per non attirare l’attenzione. “Chissà se oltre la nostra civiltà anche tutte le altre sono sparite, chissà se esiste ancora un luogo dove l’oscurità non sia arrivata, magari ‘un’isola felice’ dove poter ricominciare a…”. Ma che cazzo succede? Le mie parole sono soffocate da una visione,  sono ormai pazzo o i miei sensi hanno percepito un’ombra ancora umana? Accelero la frequenza della pedalata e metto una mano sul pezzo, sento una voce: “Ciccio! Cazzo sei vivo!” Porca troia è Lorenzo, è vivo!
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