Diario di guerra nr. 1

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20 settembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Nicola Furia]

Settembre 2012.

RELAZIONE del Tenente Colonnello dei Carabinieri Nicola Furia del Comando Provinciale di Rieti (Lazio).

Dopo 6 mesi dall’apocalisse, trovo il tempo per relazionare sugli avvenimenti verificatisi e sulle drastiche decisioni adottate dal sottoscritto, che hanno finora permesso la sopravvivenza di numerose unità di questo Reparto ed il successivo salvataggio di parte della locale popolazione.

Non so chi mai leggerà questa relazione, né so se ci sarà in futuro qualcuno ancora in grado di leggerla, ma so che chi lo farà condannerà senza appello lo scrivente per le nefandezze effettuate e per le decisioni inumane adottate per conseguire lo scopo.

Non cerco né giustificazioni, né perdono. Io per primo non mi perdonerò mai.

Mi limiterò a descrivere quanto accaduto e, finché ci riuscirò, continuerò a registrare gli accadimenti presenti.

RESOCONTO DELLE ATTIVITA’ PREDISPOSTE AL DIFFONDERSI DEL CONTAGIO

Marzo 2012:

Al diffondersi dell’epidemia la Prefettura convocò immediatamente il Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, al quale dovetti partecipare quale rappresentante delle forze di polizia.

Erano tutti nel panico totale, il caos era dilagante e capii nel giro di poco tempo che sarebbe saltata qualunque forma di coordinamento tra le forze dell’ordine (che già in situazioni normali non avveniva).

Abbandonai quella riunione di burocrati disorientati e confusi e mi diressi immediatamente in caserma in Viale De Jiulis, con la consapevolezza che le nostre istituzioni erano del tutto incapaci di comprendere una catastrofe del genere, che nessuna procedura di soccorso sarebbe stata idonea a fronteggiarla e che la sopravvivenza dipendeva solo dall’iniziativa dei singoli e dalla capacità di adottare drastiche decisioni ed anomale procedure…anche se inumane.

Fu in quel momento che decisi di iniziare la guerra.

Procedetti quindi ad attuare le seguenti fasi del progetto:

FASE UNO: ISOLAMENTO

Feci chiudere e sbarrare la caserma, protetta in tutta la sua estensione da una resistente recinzione invalicabile.

Fu così impedito l’accesso a tutti i cittadini che si ammassavano all’ingresso per chiedere aiuto e rifugio. Con l’altoparlante gli comunicai di tornare a casa, di rinchiudersi dentro e di non fare entrare nessuno che presentasse lesioni dovute a morsi o graffi. Lì avrebbero dovuto attendere l’arrivo dei soccorsi. La stessa cosa la riferirono gli operatori della centrale operativa che rispondevano alle richieste di soccorso con il 112.

Poi diedi l’ordine di sparare, ad altezza uomo, a coloro i quali continuavano a stazionare dinanzi la porta, urlando disperati, implorando di entrare…e l’ordine fu eseguito.

Quando i primi uomini caddero a terra colpiti a morte… gli altri si dispersero immediatamente.

Dislocai anche cecchini sul tetto della Caserma con il compito di sparare senza pietà a chiunque avesse tentato di forzare l’ingresso, anche tramite l’utilizzo di automezzi pesanti.

Questo è quello che feci nell’immediatezza.

Se avessi fatto entrare i contagiati… sarebbe finita prima di iniziare.

FASE DUE: ISPEZIONE MEDICA

Successivamente feci eseguire una meticolosa ispezione medica di tutti i Carabinieri presenti in caserma.

Quelli che presentavano ferite ”sospette” li feci rinchiudere nelle camere di sicurezza.

Procedetti poi al recupero dei familiari che si trovavano negli alloggi di servizio (presenti all’interno della caserma) e li concentrai tutti nei vari uffici della caserma, previa ispezione medica.

FASE TRE: CONTEGGIO E ISTRUZIONE DELLE FORZE PRESENTI.

Dopo l’ispezione medica presi atto di avere a disposizione un centinaio di uomini.

Li riunii in sala rapporto e gli spiegai cosa stava succedendo e come avremmo dovuto agire per contrastare il fenomeno.

Finita la riunione, in segreto, riunii una squadra selezionata (una 15ina di uomini fidati) e concordai con loro un piano di “sganciamento” e fuga, con i rispettivi familiari, in caso di perdita del controllo della situazione… Era chiaro che in quel caso avremmo abbandonato al loro destino tutti gli altri.

Solo questi elementi selezionati custodivano le chiavi di tutte le auto e dell’armeria.

FASE QUATTRO: ALLESTIMENTO DI SQUADRE OPERATIVE

Approntai 2 squadre operative da 5 uomini l’una (selezionando i migliori).

Equipaggiamento: Tuta da Ordine Pubblico (con casco e protezioni) – anfibi – giubbotto anti proiettile – guanti – doppio se non triplo strato di giacche a vento con il collo riparato e protetto.

Armamento: Pistola mitragliatrice M12, selezionata sul tiro singolo (non a raffica) e pistola Beretta 92 con doppio caricatore – Ariete per sfondare le porte.

Automezzi: due fuoristrada Defender.

FASE CINQUE: – APPROVVIGIONAMENTO DI RIFORNIMENTI.

Le due squadre radio collegate uscirono da un ingresso secondario posto sul retro dello stabile.

Avevano l’ordine di evitare qualunque scontro a fuoco con gli zombi che già stavano imperversando per la città. Nessuna richiesta di aiuto da parte di cittadini inseguiti dagli zombi doveva essere attuata… questi erano gli ordini.

DESTINAZIONE DELLE DUE SQUADRE:

Prima destinazione: negozi di armi. Se chiusi dovevano essere sfondati con l’ariete. Effettuato l’accesso si doveva procedere al prelevamento di tutti i fucili di precisione e del relativo munizionamento. Nel mentre una squadra operava l’altra proteggeva l’intervento abbattendo gli zombi in avvicinamento. In caso di un eccessivo concentramento di morti viventi, l’obiettivo doveva essere immediatamente abbandonato.

Seconda destinazione: negozi di articoli sportivi. Prelevamento di tutte le tute da sub (quelle intere e con doppio strato).

Terza destinazione: negozi di generi alimentari. Prelevamento di prodotti a lunga conservazione.

Rientro immediato in sede dopo aver conseguito gli obiettivi e sottoposizione a visita medica.

Questa la cronaca dei primi giorni dall’invasione dei morti viventi.

Fu la paura e la disperazione a far sì che i miei ordini fossero eseguiti. In quei giorni non c’era il tempo per pensare, per obiettare, per contestare.

Non c’era il tempo di chiedersi se era giusto o sbagliato eseguire quegli ordini. Eravamo in guerra, ed in guerra gli ordini si eseguono, non si discutono.

Era il caos. E quegli uomini cercavano solo un leader sicuro e deciso, che sapesse cosa fare, che riuscisse a farli sopravvivere… e che si assumesse la responsabilità morale di quelle decisioni… e fosse in grado di sopportarne il… rimorso.

One thought on “Diario di guerra nr. 1

  1. giustina scrive:

    Bell’idea! :)

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