Dojo di sangue parte 2

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19 settembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Roberto Carrisi]

Fortunatamente, nonostante tutto il baccano che aveva fatto Alessandro, non arrivarono altri zombie, così riuscimmo a raggiungere i due all’entrata senza ulteriori intoppi ed insieme ci introducemmo all’interno del centro commerciale.

Superate le porte scorrevoli ci ritrovammo nell’ampia entrata principale del centro. Avanzavamo con le nostre armi in pugno: Piero aveva il tipico “Bo” da allenamento, una sorta di bastone da allenamento lungo sei piedi, mentre Alessandro reggeva una katana, o per meglio dire una buona imitazione della spada giapponese. Io avevo passato il mio Bokken a Chiara, la sorella piccola e avevo impugnato l’altra balestra che Valentina aveva rimediato giorni prima in un negozio di articoli sportivi (anche se comunque non avevo rinunciato a portarmi dietro anche i miei fidi sai). Ricordo che in quel momento, mentre i nostri passi risuonavano ovattati nel silenzio irreale di quel tempio del consumismo, non potei fare a meno di contemplare quel contrasto, una specie di curiosa immagine nella quale i fasti di una società di gomma e plastica cedevano il posto all’irruenza di una realtà tanto dura quanto inaspettata. Molte delle vetrine dei negozi erano state infrante ed i manichini, i vestiti, le borse ed un sacco di altri oggetti erano sparsi tutti intorno sulla pavimentazione lucida. La fontana, che si ergeva nel bel mezzo dell’entrata, aveva smesso di funzionare da un bel pò e l’acqua ristagnava torbida, riflettendo opacamente le colorate insegne al neon intorno ad essa. In particolare, di questo contrasto, mi rimarrà per sempre impressa l’immagine di un grosso cane di plastica, una specie grosso pupazzone, che prima troneggiava innanzi ad un negozio di giocattoli e che ora giaceva per terra col muso mezzo spaccato, una frattura che aveva trasformato quel suo giocondo sorriso in un ghigno beffardo. Proprio ad un metro dalla testa del pupazzo vi era un’enorme chiazza di sangue, quel sangue così reale, così diverso da quello che si vede nei film dell’orrore, con quel suo colore quasi marrone invece che rosso, che rendeva la percezione di quella scena ancora più viva, ancora più adrenalinica che mai.

Fu infine Piero a farmi riemergere da quegli strani pensieri alla realtà del momento. Chiamando tutti e quattro attorno a se, iniziò a dare le disposizioni.

– Ok, ragazzi. Dobbiamo fare un pò di scorta! Voi ragazze cercate del cibo, in particolare prendete cose che possano essere conservate a lungo e cose che contengano zuccheri e carboidrati.

Le due sorelle annuirono, poi Piero si girò verso di me

– Roberto: Tu e Alessandro cercate un paio di carrelli, riempiteli con delle di casse d’acqua e poi portatelo giù, così…

– E tu? Dove vai? – Interloquì Alessandro

– Io vado al negozio di articoli sportivi a cercare cose utili.

– Cose utili?

– Protezioni per il corpo, tipo quelle da skateboard, caschi, munizioni per le balestre e cose di questo genere!

– Ah, ok capisco.

disse Alessandro, con fare abbastanza supponente. Era evidente ormai da giorni che stesse cercando lo scontro con Piero, per cui non perdeva occasione per cercare di mettere in dubbio quello che diceva, dimostrandosi il più delle volte arrogante e fastidioso. Comunque Piero, dal canto suo, non gli dava più di tanto bado, limitandosi ad evitare le provocazioni, solo velatamente nascoste in quel tono sarcastico che a quell’altro tanto piaceva usare.

– Teniamoci in contatto con le radio eventualmente. Rendez-vous fra 30 minuti all’entrata!

Fu così che poco dopo, mi ritrovai nella corsia del supermercato al piano primo del complesso a caricare casse di acqua insieme allo scimmione mentre Valentina e Chiara si occupavano del cibo. Dopo aver fatto un viaggio ed aver caricato i primi due carrelli rientrammo per caricare altra acqua mentre, le ragazze avevano completato col cibo.

– Fate un altro carico? Noi vi aspettiamo giù, anche Piero dovrebbe aver finito ormai.

– Ok, ragazze non preoccupatevi, se avete bisogno di noi gridate e veniamo salvarvi.

Rispose Alessandro, ostentando una patetica sicurezza in se stesso. Le due sorelle si guardarono in faccia e si avviarono verso le scale.

Se Piero è bravo a evitare lo scontro con Alessandro, io so di non esserne altrettanto capace, quindi la mia tecnica consiste sostanzialmente nel cercare di parlarci il meno possibile. Così il più delle volte è lui che inizia le conversazioni con me e anche quella volta non fece eccezione.

– Allora, tu chi ti faresti? – mi chiese mentre stavamo completando di nuovo il primo carrello.

– Eh?

– Dico, chi ti faresti?

– Ma di che parli?

– Dai, non dirmi che non ci hai mai pensato. Le due sorelline lì.

– Ah – non risposi subito

– Secondo me, socio – socio??? – quelle là, sono due porcone

Non risposi proprio a quell’affermazione anche se nascosi con difficoltà l’infastidimento che mi aveva provocato.

–  Tu dici di no?

– Non saprei

– Vabbè… ti sarai fatto un’idea e poi voglio dire…

A quel punto si avvicinò quel suo faccione a pochi centimetri dal mio naso, tanto che potevo sentire l’alito pesante della sua bocca direttamente nelle narici. Con aria complice mi disse:

– Secondo te, quelle, dopo oltre due mesi di questa vita, cosa credi che si aspettino da noi?

Io continuai a far finta di non capire

– Non saprei – risposi di nuovo

– Andiamo! La notte, tutte sole, abbracciate l’una all’altra, di cosa vuoi che parlino?

– …

– Di maschi no? Quelle fanno finta di non essere interessate, ma in realtà hanno solo voglia di…

– Senti – sbottai – “Quelle” hanno dei nomi e sono le nostre compagne del dojo, non delle puttane che pensano al tuo amichetto quando vanno a dormire!

A quel punto Alessandro parve quasi sorpreso dalla mia reazione, rimanendo con la bocca socchiusa e accennando ad un sorriso ebete. Sembrava non sapesse se ridere o incazzarsi. Continuai:

– Quindi vedi di darci un taglio e cerchiamo di pensare a quello che stiamo facendo invece di immaginare i risvolti pornografici di questa storia, chiaro?

– Uh uh … – rispose lui – capisco!

– Cosa capisci?

– Il misterioso Bob è innamorato! – “Misterioso Bob”? e questa da dove saltava fuori?

– Ma che cazzo dici?

– Di una delle due sorelle!

– Ma vai al Diavolo – gli dissi mentre caricavo un’altra cassa

– E chi è? Dai dimmelo!

– Piantala!

– Dai, dai dimmelo! Guarda che me lo tengo per me tanto.

– Ti ho detto di smetterla!

– Scommetto che è la più grande, la cosa lì… come si chiama?

– Valentina!

– Allora è vero!

Decisi di smettere di parlare, ma mentre continuavo a lavorare lo scimmione insisteva ogni momento di più, diventando fra l’altro sempre più chiassoso. Fu proprio per quel motivo immagino, con lui che faceva l’idiota ed io che ancor di più mi dimostravo tale nel dargli corda, che non ci avvedemmo di quanto stava accadendo proprio intorno a noi. Saremmo dovuti stare più attenti, saremmo dovuti stare allerta, avremmo dovuto caricare l’acqua in silenzio e portarla giù invece di metterci a fare discorsi da sedicenni nei bagni del liceo. Lo scimmione, incurante del pericolo, pareva divertirsi ed iniziava a fare casino per davvero.

–          Andiamo Bob, non c’è niente di male. E poi è un’ottima scelta. Quella è la più troia fra le…

–          Ma la vuoi piantare o no?

gli dissi, alzando la voce e piazzandomi impettito con il volto a pochi centimetri dal suo. Mentre ci fronteggiavamo, entrambi in posa da “macho” mi tornò alla mente la battuta di Valentina sui maschi e il loro testosterone. Non so se fu una specie di sesto senso o altro, ma fu quanto bastò per ricordarmi che non era quello il momento per certe questioni e fu così che un piccolo rumore, come quello di un piccolo tetrapak schiacciato alle spalle di Alessandro, che mi permise di reagire in tempo: mentre Alessandro si voltava, la mia mano aveva già estratto uno dei sai dalla cintura e così mentre lui scivolava di lato mi allungai in uno scatto deciso con tutto il corpo, così come avevo appreso durante le lezioni nel dojo, portando la lama centrale ad incunearsi dritta in mezzo ai lobi frontali di uno zombie che era ormai a meno di mezzo di metro. Esecuzione perfetta: il corpo allungato in una posa che ricordava l’affondo di uno spadaccino, aveva trasmesso tutta la forza dalla punta dei piedi fino all’arma, la quale aveva trafitto il cranio di quel maledetto, come fosse stato di cartapesta, fu proprio quella la sensazione che provai mentre la lama penetrava.

Bel colpo, ma sfortunatamente mentre il corpo cadeva a terra, con il mio sai incastrato in mezzo alla faccia, dal fondo del corridoio comparvero altri tre mangiacarne ed ulteriori quattro sbarravano il passo all’altra estremità.

–          Dannazione!

esclamai mentre mi mettevo in ginocchio per caricare la balestra. Nel frattempo Alessandro, tutto eccitato si era messo spalla contro spalla verso di me e brandiva già il suo bastone facendolo roteare sopra la testa.

–          Si, avanti maledetti figli di puttana! Volete un po’ di Alessandro? Venitevelo a prendere.

Quasi rispondendo al suo invito, due dei quattro accelerarono il passo goffo, urtando parte dei beveraggi sugli scaffali e buttandoli per terra. Nel frattempo io avevo caricato e avevo scoccato un dardo verso il più avanzato dei tre sul mio lato, ma mancando clamorosamente il colpo. Iniziai ad innervosirmi e cercando di riparare in fretta al mio errore scoccai frettolosamente altre due frecce. La prima volò di lato all’orecchio sinistro del mangiacarne mentre la seconda si piantò sul suo braccio. Troppo poco per fermarlo. “Eccolo qua” pensai, il mio tallone d’Achille: sbagliare all’inizio, al primo colpo, mi rendeva terribilmente nervoso ed insicuro e così finiva che facevo altri sbagli fino a fallire miseramente la prova. Mi ero giocato almeno un paio di esami in quel modo, ma questo non era proprio il momento per lasciarsi andare. La radio gracchiò qualcosa.

–          È tutto a posto là sopra, quanto ci mettete ragazzi?

I tre erano a pochi passi da me e mentre sentivo i colpi che Alessandro vibrava agli altri, mi misi in piedi pronto a scappare. Presi la mira ancora una volta e questa volta scoccai un dardo dritto in mezzo al volto dello zombie che ormai era a meno di cinque metri. D’istinto poi presi il carrello con l’acqua e lo lanciai con forza verso gli altri due. Colmo di casse d’acqua questo investì in pieno il primo che cadendo trascinò a terra anche l’altro. Quella era l’occasione giusta per scappare, ma quando mi voltai per chiamare Alessandro, lo vidi mentre finiva l’ultimo dei suoi nemici con un violento colpo alla testa. Girandosi verso di me, coperto di schizzi di sangue mi disse.

–          Andiamo! Ce ne sono altri.

Aveva ragione, una volta tanto. Dall’altra corsia al lato destro un paio di braccia cercarono di afferrarmi, trattenute solo dalla struttura degli scaffali. In fretta e furia caricammo un altro paio di casse di acqua sul carrello rimasto e ci avviammo verso l’uscita mentre i due zombie che avevo investito si rialzavano.

–          Ma non li hai finiti?

–          Ho avuto dei problemi.

–          Problemi? Che gli hai chiesto?

–          Dov’era l’aranciata, che altro?

Mentre ci portavamo al di là delle casse del supermercato feci in tempo a dare un’occhiata alle nostre spalle e notai diversi zombie che arrancavano, non a caso, fuori dalla porta del reparto macelleria, tentando di inseguirci. Avevamo comunque un buon vantaggio e quando raggiungemmo le scale mobili per portarci al piano inferiore potemmo vedere Piero che ci aspettava con una copiosa borsa sulle spalle. Scendemmo di corsa ripiombando rumorosamente sul pavimento del piano terreno, tanto che il carrello quasi si ribaltò.

–          Che cazzo è successo?

chiese Piero, ma la risposta comparve da sola davanti ai suoi occhi quando i nostri inseguitori comparvero in cima alle scale

–          Ok, diamoci una mossa – disse

In un attimo guadagnammo l’uscita. Chiara ci stava aspettando già col motore acceso. Facemmo appena in tempo a caricare l’acqua sullo scudo che quei maledetti erano già alla porta. Alessandro salì davanti insieme a Chiara, mentre io e Piero ci sistemammo alla meglio nel vano posteriore. Appena chiuso il portello posteriore, il piccolo furgoncino partì con una lieve sgommata e riuscimmo ad udire un paio di manate che si abbattevano sul lunotto posteriore.

–          Wow, ci è mancato un pelo – disse Alessandro, quasi ridendo

–          Mi spiegate che cazzo è successo?

–          Dov’è Valentina? – chiesi io

–          Ha portato la macchina col cibo all’ingresso del parcheggio – rispose Chiara

Dopo alcuni secondi potei riconoscere la sagoma della Opel Vectra con cui eravamo arrivati, che iniziò a muoversi mentre ci avvicinavamo. Senza ulteriori problemi imboccammo insieme la provinciale e ci avviamo verso il campo base, ancora una volta salvi, ancora una volta tutti interi. Ma quella notte non avrei dormito pensando quanto era successo ed a quanto soprattutto ero stato stupido. Completamente dimentico di ogni precauzione mi ero lasciato trasportare in una discussione idiota, perdendo la concentrazione e permettendo che quasi mi uccidessero. Per cosa poi? Per litigare con un imbecille? O forse quell’imbecille aveva toccato un tasto troppo sensibile per me? Qualunque fosse stata la ragione giurai a me stesso che non avrei permesso che una cosa del genere accadesse di nuovo. Appoggiai la testa sulla parete del vano posteriore e chiusi gli occhi, mentre sentivo il sudore freddo che mi rigava le tempia e il cuore che ancora batteva all’impazzata dopo le scariche di adrenalina che il cervello aveva dato ordine di pompare.

Intanto Piero stava frugando nella borsa che aveva riempito e dopo alcuni secondi tiro fuori un oggetto delle dimensioni di poco superiori ad un libro

–          Ho preso un regalino dal negozio di elettronica – disse sorridendo – penso che ci divertiremo!

Finalmente avevamo anche un PC decente da poter usare. La cosa bastò a migliorare un poco il mio umore nero.

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