A8: chi si ferma è perduto

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18 settembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special guest: Luca Raldiri]

Non pensavo sinceramente che avrei riacceso il pc dopo l’ultima volta. Non ero neppure sicuro di essere ancora vivo se per questo, ma questo è un’altra storia. Negli ultimi giorni ho sentito come il bisogno di raccontare, di scrivere di quello che abbiamo passato, un po’ per riviverlo, un po’ per riabbracciare mentalmente chi si è perso lungo la strada. Riprenderò da dove avevo lasciato:
Come promesso ho aspettato lo scadere delle due ore, erano riusciti ad arrivare un paio di amici, Domenico e la sua ragazza e Pasquale con sua sorrella. Quando dissi che era ora di partire cercarono tutti di convincermi ad aspettare. NO! Se volevano aspettare erano liberissimi di farlo, ma senza di me.
Il primo a seguirmi sul carro attrezzi fu Pit, il mio beagle. Sembrava che in quel gruppo l’unico con un minimo di senso di realismo e di sopravvivenza fosse il cane. Dopo pochi minuti salirono tutti, chi sul cassone chi in cabina. Solo mio padre e mia madre rimasero irremovibili.
Quando aprimmo il portone non eravamo pronti a quello che ci aspettava. Una vera e proprio ressa di mangia cervelli ci caricò. Ingranai la prima e partii a tavoletta cercando di falciarne il più possibile per sgombrare l’ingresso e permettere al mio vecchio di richiudere il portone.
Fu tutto inutile. Cercai di tornare indietro con la retro ma oramai il vecchio era già stato circondato. Domenico allungandosi dal cassone riuscii in qualche modo a trascinare su mia madre, che continuava a piangere. Piangevano tutti. Forse piangeva anche il cane. Io no, io dovevo guidare.
Per strada sembrava di giocare a GTA, investivo chiunque e se c’erano dei blocchi mi aprivo la strada a forza.
Ero preoccupato per l’autostrada, pensavo che sarebbe stato un macello, invece no. Sembrava che quelli che cercavano di scappare dalla città erano molti meno rispetto a quelli che ci si riversavano. La cosa mi preoccupò, magari stavo guidando verso qualcosa di peggio, ma oramai dovevo andare. Cercai di non pensare e di evitare che qualcuno del gruppo ci riflettesse. Decisi di tirare dritto senza preoccuparmi di nulla e di nessuno.
C’era gente a piedi sull’autostrada, avevano abbandonato la macchina e camminavano in contromano sulla mia carreggiata per raggiungere Milano. Qualcuno cercò anche di invadere la carreggiata con la macchina ma dopo i primi tentativi di sfondare i blocchi di cemento non ci furono molti altri emulatori.
Ricordo che a un certo punto mi incazzai parecchio perché gli altri continuavano a piagnucolare. Dicevano di fermarmi ad aiutare qualcuno, almeno quelli che andavano nella nostra stessa direzione. Non era il momento per piagnucolare, e non era di certo il momento per fermarsi ad aiutare gli sconosciuti. Dovevano farsene una ragione. Dovevamo farcene una ragione, io per primo.

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