Nessuna fine

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17 settembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special guest: Gherardo Del Lungo]

Se non uscivo di casa era meglio. Non tanto per il fatto che sto perdendo sangue ovunque, e che ho una mobilità davvero ridotta. Nemmeno per il fatto che a occhio e croce morirò tra una mezz’ora, oppure un’ora, non so bene. È che tutta questa impresa finale è stata un fallimento clamoroso, ed è frustrante.
Di Claudia non c’è traccia. Non so bene da che parte si sia diretta, so solo che si è risvegliata e non si è nemmeno degnata di uccidermi. Anche se ero la prima forma di cibo disponibile. Anche se le sono stato dietro per più di un mese. Che io facessi una brutta fine era praticamente preventivato: figuriamoci, visto tutto il casino sarei stato in buona compagnia – e comunque non mi era rimasto molto da fare.
Ma lei, il mio secondo cuore, la donna che ho perso al momento in cui è finita inferma su di una sedia, beh… l’ho persa di nuovo. Come temevo, mi sono alzato dal letto, ho fatto quei difficili sette/otto passi verso il salotto, e lei non c’era più. Morta, cioè viva, o una schifosa via di mezzo, ha preso e se ne è andata. Via, per sempre, forse a fare compagnia a quei relitti ambulanti per strada. Non che mi aspettassi un biglietto, e meno che mai un saluto (ma quelle robe parlano? mi sa di no), però ecco, se mi avesse ucciso mi avrebbe fatto un enorme piacere. Io non credo esattamente nel destino, ma l’idea era proprio questa: io e Claudia, uniti nella morte. Avevo anche immaginato un finale farsesco: lei, che è già un corpo resuscitato, mi uccide, divento anch’io un affare del genere, e ce ne andiamo in strada da veri protagonisti dell’apocalisse. Mano nella mano, magari. Pensavo anche a una cena in qualche locale in voga a Firenze, ma mi sa che quei morti mobili non sono tanto mondani. Però, togliendo l’appendice romantica, era un finale in cui credevo davvero.
Invece niente. Claudia è sparita nel nulla, ormai non ho modo di trovarla e adesso sto qui dentro un fosso, che poi è il letto di un torrente, a mischiare il mio sangue con le acque del Mugnone e a tapparmi questa ferita alla coscia con tutte e due le mani. Cosa che, per giunta, mi impedisce di fumare una delle ultime sigarette rimaste. L’effetto del Biancosarti, che ho ingoiato copiosamente prima di prendere la felice decisione di scendere in strada per trovare Claudia e farmi inevitabilmente ammazzare (l’ordine doveva essere questo), è svanito subito. Maledizione. Forse dovevo portarmi una bottiglia o due. Dev’essere stata l’adrenalina, lo shock, o quello che è. Ho dato parecchi fatti per scontati. E invece, anche se hai progettato scientificamente di farti uccidere, quando ti trovi in pericolo subentra l’istinto di sopravvivenza, e ti trovi a scappare, o lottare, anche se non hai niente per cui lottare. E c’è anche di peggio. Quando ho pensato “Esco, cerco Claudia, ammazzo qualcuno dei non-morti e poi finisce come finisce” non ho fatto nemmeno i conti con una specie di umanità che mi è rimasta.
È andata così, in un maniera buffa. Sono uscito di fretta, armato del più minaccioso dei coltelli che avevo in cucina (ed era roba degna di Halloween, lo giuro, ora non so dove è finito). Ho chiuso il portone del condominio, e ho iniziato a corricchiare. Claudia non ha lasciato scie di sangue, pezzi di vestito o indizi sulla sua direzione. Sicché ho praticamente immaginato da che parte sarebbe potuta andare, e ho iniziato a braccarla. Ho trovato il primo idiota resuscitato dopo un minuto o due. E gli sono arrivato davanti con il coltello in mano, già preparato, prontissimo a togliermi almeno una soddisfazione.
Poi, clamorosamente, non ce l’ho fatta.
Aveva anche un aspetto terrificante, e non vi sto a parlare dello sguardo, perché è indescrivibile. Ma semplicemente, la mia fottuta mano sinistra – quella armata – non si è alzata, e non ha colpito quel tipo. Non è che ho avuto paura, figuriamoci. Cercavo ancora Claudia, non ero ancora rassegnato, niente avrebbe potuto fermarmi. Semplicemente, si è bloccato qualcosa. Umanità? Può darsi. Più probabilmente, un errore di calcolo. Pensavo che non avrei avuto problemi ad accanirmi con roba che è già morta, in un certo senso. Nella mia vita non ho mai accoltellato nessuno, e ho sempre evitato la violenza. Però la situazione, il caos, questo dramma personale – e sociale – mi avevano cambiato. Pensavo che non ci fossero limiti. Soprattutto se me ne andavo a morire.
Invece, l’idea “ne porto qualcuno con me nella tomba” si è rivelata troppo epica. E poco realistica. E io sono rimasto per un secondo, come un imbecille, davanti al cadavere eretto che voleva mordermi, senza infliggergli quei danni che meritava. Le mie gambe, a differenza della mano con il coltello, hanno funzionato, e sono scappato. L’ho scartato sulla destra (la sua sinistra), andando anche a sbattere contro il muro. E qualche attimo dopo, ho realizzato di essere un fottuto non-violento. E sentirmi un Gandhi al centro dell’inferno non mi ha fatto stare bene. Tutt’altro. Lì ho capito di non avere nessuna risorsa. Soltanto l’idea di trovare Claudia mi faceva muovere. Ho sentito un forte bisogno di un altro po’ di Biancosarti, e per un po’ anche l’esigenza di pregare. Ma per fortuna non c’era tempo, quindi sono andato avanti, e ho veramente trottato. Mangiavo gli isolati di corsa, ero un maledetto atleta munito di coltello (inutile, a quanto pare).
Poi c’è stato quel casino in viale Milton. Lì erano più di uno, almeno cinque, anche se sul momento mi sono sembrati un miliardo. A quel punto la mano armata di coltello, quella che mi faceva assomigliare a Michael Myers senza maschera, ha funzionato bene. Perché se sei proprio alle strette, l’istinto è quello. Difendersi, scansarsi, prendere qualcuno o qualcosa a testate.
Si è sparso parecchio sangue. Mi sono divincolato, ho tirato gomitate, fendenti, e secondo me ho anche morso qualcuno o qualcosa. Pensate che bellezza: un ‘vivo’ che morde uno zombi. E poi, anche se è difficile da ricostruire, ho paura che la foga sia stata eccessiva, e che il coltello mi sia finito sulla coscia destra. Dev’essere successo in mezzo alla lotta, non so, sicuramente non ho sentito il dolore, oppure sul momento non ci ho fatto caso. Quando sono finito giù dal parapetto – e mi hanno spinto, non è che volevo scappare – non mi sono accorto della ferita.
Adesso invece mi ci confronto volentieri. Con questo bel taglio, e con il resto. Dal poco che so, dalla zona dove sto perdendo tutto questo sangue passa l’arteria femorale. Se il coltello, il mio coltello, l’ha presa, sicuramente ho pochissimo tempo per lagnarmi. E poi ho il gomito destro sbucciato, la caviglia destra che mi fa male in modo estremo, e per di più sono pieno di terra. Fanghiglia, sembrerebbe. E questa roba che brucia un sacco sotto l’ascella (sempre destra) ha proprio le fattezze di un morso. Sono veramente in forma, non c’è che dire.
Così, mi pongo domande importanti. Adesso ho deciso, levo le mani dalla ferita, se non altro per il fatto che perdo sangue ugualmente, quindi chi se ne frega. Se muoio dissanguato, divento uno schifo mobile come tutti quegli altri? Mi hanno morso. Non potrei massacrarmi da solo, visto che ci siamo? Distruggermi la testa: c’è una pietra a un paio di metri da me che sembra perfetta.
Non voglio diventare un morto vagante. È un’esistenza senza prospettive. Non me la sento di considerarla una seconda vita, una reincarnazione. Non mi sembra per niente un nuovo percorso, uno dove si possono correggere gli errori che hai fatto in quello vecchio. Anzi, tutto questo mi spaventa. Non potrei semplicemente smettere di esistere? Dissolvermi, diventare polvere che scorre via in questo torrente ridicolo? Che cosa mi succederà esattamente? Adesso vorrei un medico, che magari non capisce un bel niente della situazione, ma mi dà spiegazioni da medico. Con quel linguaggio astruso che però potrebbe rassicurarmi.
Porca troia, sto morendo, non è una cosa da poco. Non ha senso tirare le cuoia così, da soli, in questo modo. Anche se me la sono cercata.
Vorrei un medico, o anche soltanto la voce di un medico. Vorrei Claudia, vorrei che tornasse da me, anche solo per questi minuti che mi restano.
Va bene, adesso basta con le domande e con i tormenti. Ora posso anche fumare, anche se le sigarette si sono bagnate. Non importa, sto bene così, disteso. Non fa così tanto caldo, e l’acqua che scorre mi rinfresca un po’. È una serata bellissima, senza nuvole.
Claudia, ho paura che verrò a cercarti. Perché sarai dentro di me per sempre, anche quando sarò qualcun altro…  cioè, qualcos’altro.
Non ce la faccio a muovere niente, nemmeno una mano, e del resto non ne ho voglia. Mi sento bene, adesso. Prima che tutto si spenga, mi resta una paura, opprimente. Non è la paura della fine, per niente. Al contrario, è la paura che non ci sia mai una fine.

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