Pesci rossi

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31 agosto 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Gherardo Del Lungo] “Secondo te quello cos’è, Claudia?”, chiedo sporgendomi pericolosamente dalla ringhiera.
“Quale? Ah, un pesce rosso. Ce ne sono decine”, risponde lei dopo un po’. Non è molto attenta a quello che dico, mi sa che guarda altrove, ma comunque aggiunge: “Finirai di sotto se non stai lontano dall’acqua”. Forse mi vuole prendere in giro.
La grande vasca sarà profonda sì e no un metro, quindi non sto a preoccuparmi troppo.
“Ma non quello! Lì, più sotto, sembra… bianco. Ora è fermo, ma prima si è mosso. Che è?”
“Ah. Un pesce pulitore, credo”
“Quelli stanno negli acquari, siamo nella fontana di un parco!”. Lei è davvero distratta, e questo un po’ mi indispettisce.
“Già”, continua Claudia, “non è niente di ché comunque. Qui è pieno di pesci. Non guardare”.
Per un po’ sollevo lo sguardo dall’acqua. Il giardino è bellissimo. Le sculture della fontana, le siepi tutto intorno, il rumore degli insetti. In giro non c’è nessuno, ed è un po’ strano. Siamo nel parco più famoso di Firenze, probabilmente. Mancano i bimbi che giocano, le coppie silenziose, non ci sono nemmeno i custodi. Ci siamo solo io e Claudia. E il tramonto ha un colore strano, come se fosse più rosso del solito. Forse è proprio quello che lei sta osservando: sembra concentrata su un punto indefinito, magari si è fissata semplicemente sull’orizzonte.
A un certo punto mi accorgo che nemmeno le cicale fanno più rumore. Torno a osservare l’acqua della vasca, mi chiedo se presto spariranno anche i pesci. So che quelle sagome rossicce ci mettono un attimo a scomparire nel verde torbido dell’acqua. La forma biancastra sembra più grande adesso.
“Non guardare”, mi ripete lei, mentre tutto d’un tratto mi sembra che faccia troppo caldo. Troppo anche per un tramonto d’estate. Qualcosa in grado di farti sudare, moltissimo, anche se il sudore è freddo. Un’afa travolgente, come se…

…come se anche il condizionatore se ne fosse andato. E se n’è andato di sicuro, penso, svegliandomi sudatissimo. Un problema in più.
Non mi concentro molto sul sogno appena interrotto. È un sogno che faccio di continuo, un paio di volte a settimana. Quando non ho la fortuna di svegliarmi prima, finisce che la roba biancastra nella fontana si rivela essere un braccio mozzato, o un piede, o peggio.
Per oggi invece niente finale horror, solo un’afa soffocante. È un gran modo di iniziare la giornata. Anche se secondo la sveglia sono le cinque di pomeriggio, quindi non è esattamente primo mattino.
Di riflesso cerco le sigarette sul comodino, ma mi ricordo che adesso le tengo soltanto in sala. Le devo razionare, cercando di fumare solo quelle… essenziali. Ho bandito la cicca del risveglio, decidendo che quelle dopo un pasto e un caffè sono più godibili. Tutto questo è un peccato, perché di caffè ne ho moltissimo. Anche se, a giudicare da quanto mi vanno bene le cose in questi giorni, presto mi si guasterà la macchinetta.
Come dopo ogni risveglio, ci metto diverso tempo per arrivare in salotto. È per via del desiderio (o della paura, difficile dirlo) di trovare la sedia di Claudia vuota. Di scoprire che si è risvegliata, ed è scappata. Non so perché mai dovrebbe accadere, ma non posso sopportare l’idea che vada via. Con tutto quello che c’è per strada, poi.
Ma forse ho anche paura di trovarla morta. Sì, chiaro, sarebbe un sollievo per lei. Dovrebbe esserlo anche per me, ma non si può parlare di sollievo quando la tua seconda metà scompare.
Però non è scomparsa. È sempre lì, anche oggi pomeriggio, nella sua sedia eterna. Sempre con quello sguardo perso, con gli occhi che non guardano l’orizzionete, semplicemente non guardano… niente. Adesso devo farla alzare, pulirla, tra non molto la metterò a letto. Ormai è difficile credere che ci pensi Katia: la badante, che mi ha aiutato parecchio in questi giorni, è via da troppo tempo.
Ovviamente le avevo sconsigliato di uscire. Non ce n’era nemmeno bisogno: anche lei era piuttosto terrorizzata all’idea. Ma sembra che avesse lasciato qualcosa di fondamentale a casa di suo padre, dall’altra parte della città. Chissà se ci è mai arrivata. Le ultime parole che le ho rivolto erano: “Mandami un messaggio quando arrivi là, fammi sapere che è tutto ok”. Non voglio sbilanciarmi, ma è difficile impiegare tredici ore ad attraversare il centro storico.
Il suo cellulare squilla a vuoto.
Presto si spegnerà, e non squillerà più.
Arrivederci Katia, e buon appetito agli stronzi che vagano là sotto.
Penso queste ultime cose ad alta voce (altissima: tanto sono solo nel condominio, e ultimamente mi sento un po’ isterico), e chissà perché mi aspetto che Clauda sorrida. Un movimento impercettibile degli angoli della bocca, solo per farmi capire che non tutto è immobile. Ma naturalmente non accade. Claudia guarda con i suoi occhi spenti in un punto indefinito davanti a sé, un po’ come nel sogno. Qui però non ci sono vasche coi pesci rossi, c’è soltanto un salotto in condizioni sempre peggiori, con la polvere che si posa implacabile su tutto. Si stratifica con una velocità impressionante. Mi sa che prima era Katia che dava una pulita in giro. Adesso dovrò attrezzarmi anche per questo, e non è male, perché fare la donna di casa riempirà le mie giornate.
Finché Claudia non si spegnerà, o peggio. E allora i casi saranno due: o di lì a poco sarò morto, stretto nel suo abbraccio glaciale, oppure mi farò un Biancosarti e scenderò in strada, tanto per ammazzare il tempo e un paio di quei dementi resuscitati. E anche in quel caso, di lì a poco sarò morto.

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