It’s The End Of The World As We Know It

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30 giugno 2012 di thesurvivaldiaries

Dalla prima volta che l’ho sognato sono passati circa dieci anni.

A quel tempo dirottavo la bestia facendo casino e lasciandomi seguire, salvando così la bambina braccata. Notte dopo notte continuavo a sfidarlo, e lui continuava a tornare. Ed ogni mattina, al mio risveglio, avevo capito il modo di superare un pezzettino di Paura. Era come se la bestia mi indicasse la giusta porta da aprire, la giusta via da prendere, la giusta sequenza di numeri per uscire dal cubo. E lo faceva sfidandomi, continuamente. Portandomi faccia a faccia con la Morte. Costante, immensa, bavosa.

La vittoria eterna della Loggia Bianca, solo dopo aver superato la Loggia Nera.

Così, negli anni, ho cominciato a considerarlo come un animale guida. Quello che si usa nei giochi di ruolo, la carta vincente di ogni situazione critica. Un tiro di dadi sbagliato? una skill usata male? Niente paura, il famiglio risolverà la situazione.

Certo, la bestia non la puoi tenere in tasca, o dentro una gabbia, o magari a guinzaglio. Ma lei è sempre lì per me. Maestosa. Bastarda. Lei che mi ha insegnato il valore della sfida, la voglia di inseguire la Paura, a testa alta, fino alla fine.

Ripley, in quel trabiccolo giallo, non si cagava forse addosso?

Nei miei sogni non sono mai morta, nei miei sogni tiravo fuori le palle e mostravo le chiappe all’ostacolo più oscuro e devastante che osava sfidarmi. Perché se nella vita, dopotutto, sono sempre stata una cagona, pronta a subire qualsiasi cosa, nei sogni mi trasformo nella Cacciatrice di Demoni che avrei sempre dovuto essere. Grazie alla bestia.

Grazie allo xenomorfo.

Nei mesi passati il demone si è concretizzato, mettendomi alla prova. Mettendoci tutti alla prova. L’uomo nero che finalmente ti bussa alla porta. E sono certa che, ad un certo punto, tra una sopravvivenza e l’altra, ognuno di noi, qui riuniti oggi, abbia percepito la potenza dell’incarnazione di tutte le paure.

Il gigantesco Moloch demoniaco che ci ha preso a calci in culo, lasciandoci soli, imbrattati di sangue, finalmente perduti.

Guardo oltre le facce delle persone attorno a me, in questi due minuti di silenzio ai caduti, e vedo tutti gli xenomorfi del mondo. Vedo che l’azione, la guerra per la sopravvivenza, ha trasformato le percezioni della Vita. Come un setaccio disgustoso, ha trattenuto solo l’indispensabile. E mai come adesso il genere umano comprenderà la solennità della lotta.

Only after disaster can we be resurrected

It’s only after you’ve lost everything that you are free to do anything

Pekka è vicino a me. Ha lo sguardo perso in un boato di fuoco. Fuma nervoso e fissa una bara vuota. Carlo, poco più lontano, ha le braccia incrociate e rigide. Nei suoi occhiali si rispecchiamo tutte le fiaccole accese attorno alle bare, ed è come se continuasse a sparare fiamme dagli occhi. Michele poggia il peso da una gamba all’altra, sta in mezzo a un paio di lagunari, ormai assidui frequentatori dello Zombar. Tutti e tre sembrano non vedere una bella giornata di sole da almeno quindici anni.

La folla è grande, campo San Barnaba è gremito di gente. E in questi pochi minuti di silenzio, solo un rumore riecheggia tra le calli e i canali. Sono loro. Loro, irrispettosi e disumani. Loro, gorgoglianti e ululanti. Loro, lì alla Barriera, a cercare nuove vie per fotterci.

E’ un odio che odio non è. E’ un odio nato dalla rabbia della disperazione

E’ necessario ad allontanare il pensiero che forse, tra quell’altrettanta folla di budella e carne marcia, ci sia anche mia madre, mio padre, le mie sorelle. O che magari siano già stati bruciati. O fiocinati. O che abbiano un bel buco in fronte.

Pekka mi appoggia una mano sulla spalla. Ma le lacrime continuano ad uscire. E lasciamole uscire.

–          Ed ora una preghiera anche per le anime laggiù, che possano trovare conforto nella morte, nella speranza che essa giunga molto presto.

Il frate ha il senso dell’umorismo, tra la folla qualche risata. Qualche sguardo assente nei volti dei turisti stranieri. Un altro paio di preghiere e benedizioni, e la sessione religiosa è finita. Dalla parte opposta alla chiesa di San Barnaba, tre lagunari sul tetto sparano raffiche in onore dei Caduti della Barriera. Una tradizione lontana, direttamente a casa nostra dalle grandi guerre del passato. Quando gli spazzini, nei campi di battaglia, portavano via i cadaveri. Quando i tre colpi significavano la ripresa dello scontro.

Avrei preferito non sentirli.

Si rompono le righe e qui c’è solo voglia di bere. Bere tanto. Col gruppo del blog raggiungo il bar e mi scolo una birra troppo economica per darmi alla testa. Chiacchieriamo e ci scambiamo opinioni sulla scelta di Carlo e Marta, e ci gasiamo rileggendo le avventure di quei due fuori di testa a Tonezza. Mi avrebbe fatto piacere incontrarvi. Chissà, magari un giorno riuscirete a raggiungerci nella ridente Zona Libera.

Passo e chiudo.

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