Milano Brucia

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29 giugno 2012 di thesurvivaldiaries

I fari si accendono. Il cancello è aperto.

Per un attimo restano lì inebetiti, nella loro maglietta verde del campo estivo dell’oratorio. Conigli zombie grigi e verdi all’uscita del parcheggio, un attimo prima del revival di carmageddon. Un atto di compassione, prenderli a velocità piena, per quanto possibile con quel cazzo di SUV col cambio automatico che mi ritrovo a disposizione. È così che è incominciato il mio viaggio per raggiungere Claudia.

Il telefono ha smesso di prendermi, la copertura dati totalmente assente dopo poche ore. Claudia non avrebbe potuto rispondermi in nessun modo. Ma dovevo tentare. Dovevo vedere con i miei occhi perché Claudia non era più tornata dal lavoro.

Lo spettacolo di Milano sulle prime luci dell’alba, avvolta nel fumo delle macchine agli incroci. Ovunque è morte, compendio di anatomia, tavola morfologica illustrata dipinta sul cemento e l’asfalto a colpi di qualsiasi cosa si sia avuto a portata di mano. Le macchine bruciano, i corpi bruciano, i camioncini dei panini bruciano, e con loro il loro carico di carne umana e animale in putrefazione. I viali e i controviali bruciano dei fuochi innescati dagli incidenti stradali. Ed è solo questione di tempo, mera statistica, che il fuoco non passi ai negozi, e alle case. Senza nessuno a domare le fiamme, è praticamente certo che Milano brucerà. Si tratta di aspettare e vedere.

Ho scelto di muovermi lungo la circonvallazione esterna per due motivi. Principalmente perché preferivo non ritrovarmi bloccato in vie strette, pavè divelto, dissuasori mobili, e auto in fiamme parcheggiate in doppia fila. La circonvalla con le sue corsie preferenziali, i suoi marciapiedi ampi, mi era sembrata la scelta migliore.

Secondariamente per incrociare i due navigli lungo la strada e valutare quanto siano rimasti navigabili.
Ho preso con me la bicicletta, come eventuale scialuppa in caso di affondamento della nave SUV, un carico di molotov di fabbricazione domestica, e un paio di altri scherzetti improvvisati, utili come diversivo.
Non ci credereste a quanto si possano rivelare utili un paio di flash fotografici dotati di radio trigger montati ai lati dell’abitacolo nell’inebetire per qualche istante quelle cose quando si avvicinano troppo.

La cosa bella buona dell’apocalisse, è che non è peggio dei milanesi alla guida. Le strade sono intasate, piene di deambulanti di ostruzioni, di barricate improvvisate di cumuli di corpi e rottami. A volte procedi dentro al fitto del fumo di pneumatici in fiamme senza sapere da dove potrebbe sbucare il prossimo grigio, o qualche decina dei suoi più intimi nuovi amici, ma la cosa non è così peggio da raggiungere il livello di disgrazia insito nei milanesi alla guida. Ci son punti in cui la percorribilità e pessima, strettoie e imbuti, ma la mancanza di regole, la fine delle corsie preferenziali, delle dieci diverse tipologie di zone a traffico limitato, di sopraelevate ed orario diurno, di rotonde con dentro i semafori, con dentro altre rotonde, in un certo qual modo aiuta.

Non è stato immediato, mi è occorsa quasi una giornata per attraversare la città con prudenza. Me la sono vista brutta più di un paio di volte. Ma forse sono riuscito a gestirmela bene.
Su viale Toscana, all’altezza del parco Ravizza mi sono visto costretto tagliare lungo il prato. Un blocco di macchine rovesciate, un maxi tamponamento con un camion o un filobus. Avrei pensato meglio a come aggirare il blocco se non fosse stato per un gruppetto di grigi atletici che aveva iniziato a braccarmi dall’altezza dei magazzini generali. Truzzi zombie morti calandosi ai Magazzini Generali presumo.

Ho svoltato a destra sull’erba con una mano sola, mentre cercavo di accendere almeno uno dei miei confettini molotov da lanciarmi alle spalle. Troppo occupato a fare lo splendido per accorgermi di non stare piombando direttamente dentro ad un gruppetto di cicloturisti e lesbiche surfiste zombie. Ne abbatto un paio ma il corpo di una ragazza si spezza solo in parte e mi rimbalza sul cofano. Faccio in tempo a riconoscerla. Non tanto per la faccia, priva della mascella, ma dei tatuaggi sulle braccia che battono sul parabrezza e cercano di entrare nell’abitacolo.

Le due ancore identiche alla maniera di braccio di ferro mi dicono che il mio prossimo atto di pietà, sarà quello di porre termine alla non esistenza quella persona che conoscevo con il nome di Virginia. Freno e cerco di farla rovesciare, ma si aggrappa ai tergicristalli. Premo per il lavaggio veloce e il tergicristallo si spezza, mentre io riprendo ad accelerare e zizagare lungo il prato del Ravizza. Virginia non demorde e inizia a sbattere la testa sul vetro. La lingua penzola dal palato e striscia sul vetro. Il piercing stride sul cristallo mentre prendo in mano il trigger del flash e lo attivo in manuale a piena potenza. Abbacinata quel tanto da mollare la presa, casca a destra durante la mia brusca svolta a sinistra.

La svolta è così brusca e la tenuta di strada del suvvone demmerda così pessima che mentre la forza centrifuga ci spinge entrambi a destra, e la “mezza” Virginia finisce fra le ruote e il prato. Per un lungo momento in cui non so se mi ribalterò o se manterrò l’assetto ho il tempo di pensare alla pubblicità della Canyonero in quel vecchio episodio dei Simpsons prima di ricordarmi dove cazzo sta il tasto per la trazione integrale. Ed è un epifania di gore, che culmina in un ripetersi di crack e rumore come di angurie schiacciate lungo tutta la traiettoria della mia derapata contro il gruppo delle lesbiche e degli zombie hipster. Accelero e ne son fuori.

Adesso che son qui a scriverne, all’interno della stanza di vetro e moquette che da sulla strada, e tutto pare più lontano, riesco anche a scherzarne.
È finita che ho attraversato la mia fetta di fine di mondo per arrivare fino a qui ma ce l’ho fatta.
L’albergo come un monolito spaziale, spettrale al tramonto, le sue luci spente. Eppure l’assenza di visibili colonne di fumo mi avevano lasciato ben sperare fin dall’imbocco della strada.

Mi hai raccontato che tu e i tuoi colleghi avete bloccato gli ingressi con auto e i pulmini durante i primi giorni di epidemia. Stranamente nessuno pensa mai ad un albergo come possibile rifugio, eppure c’è la stessa quantità di provviste che potresti trovare in un ristorante e un sacco di posto dove vivere e dormire. Spesso ci sono un sacco di utensili, e a volte armadietti della sicurezza con armi e dissuasori. Avete tenuto spente e vuote le stanze che danno sulla strada, perché il modernissimo albergo di design non diventasse una vetrina di macelleria al neon per tutti i grigi nei dintorni. E perché non attirasse l’attenzione dei vivi di passaggio, che di sicuro non avrebbero avuto buone intenzioni.

Quando il mondo è finito, cercare di andarsene non aveva avuto molto senso, se non che per i vostri ospiti più ordinari. Rappresentanti commerciali e farmaceutici che fanno la formazione in sede a Milano, compagnie aeree, gente perlopiù lontana da casa e dai suoi cari che ha pensato male di tentare la via del ritorno, un po’ come tutti. E un po’ come tutti, ve li siete trovati a ritornare, ma non nel senso in cui questi avevano inizialmente sperato. I manutentori e i fattorini sono stati i primi a farne le spese. Vi siete spinti ai primi piani, bloccando gli ascensori e chiudendo le scale.

Siete andati avanti dei giorni, così, ed è per questo che non potevi comunicare ne accedere ad internet, chiusa fuori dalla reception, nell’impossibilità di attivare il wifi e la connessione internet in stanza. La connessione dati del telefono era inesistente.

Non è stato facile ma sono riuscito a convincere i tuoi colleghi, i pochi rimasti, di non essere infetto, sarà stato per la molotov addosso a quel che restava di un orda di rappresentanti della folletto, o per via della scritta a bomboletta che avevo graffitato sul cofano al posto del grande logo aziendale: “ODIO QUEL CAZZO DI GLITTER!”.
Sapevo che avresti, e avrebbero immediatamente capito.

Finalmente non sono più solo, finalmente ti ho trovato. E facciamo parte di un gruppo più grande, per quanto in via temporanea, ma non siamo più soli.

La luce è spenta e tu finalmente dormi, mentre la città brucia. Quella decina di superstiti che ci sono qui si da il turno per fare la guardia al perimetro dell’edificio. E adesso tocca a noi dormire.

Non so quanto resteremo ancora qui, ma lo faremo assieme. Tu dormi, mentre io e la rediviva connessione internet cerchiamo possibili vie di fuga alternative. C’era quella idea malsana che ho avuto venendo qui, quella di trovare una qualsiasi forma d’imbarcazione e percorrere il naviglio fin dove sia possibile spingerci nella direzione di Pavia. Ma non dobbiamo decidere adesso, vedremo.

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