Another fucking brick in the Wall

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27 giugno 2012 di thesurvivaldiaries

– Ti vedo a tuo agio tra i superalcolici.
– E’ come se avessi trovato le coordinate perfette all’interno della galassia.
È già il secondo giro che Michele mi offre. La birra ha un retrogusto scadente, ma almeno è fresca. Dietro di me, quattro lagunari giocano a scopone scientifico. La bestemmia mantiene il turno di gioco. A Venezia i giochi di carte son roba seria.

Carlo ha scritto il resoconto di ieri sera. Non c’è stato verso di tenerlo lontano dalla tastiera. Ormai il blog è diventato un Testamento Collettivo.

L’Untore mi ha mandato in sovraccarico il cervello. Sono sveglia da molte più ore di quelle che vorrei. Non mi è piaciuto quello che ho sentito e ancora meno quello a cui ho dovuto assistere. Se mi concentro per un secondo, mi sento ancora tremare. Alienone è posseduto dal Demone della Vendetta Interstellare, e anche se cerco di tenerlo calmo e soprattutto drogato, provo la stessa cosa. Non so chi sia quell’uomo, non ho capito un cazzo di cos’abbia detto. So solo che è un fottuto mitomane. E i mitomani, di questi tempi, vanno abbattuti come cavalli zoppi.

Bevo birra alle 10.30 di mattina.

Io e Michele ci scambiamo qualche occhiata di tanto in tanto, ascoltando il rumore della Zona Libera.

Con passo trascinante arriva Alienone. Non è preso bene. Michele si sporge dal bancone e gli dà una pacca silenziosa sulla spalla.
Carlo tossisce e sorride.
E io che son coccolona lo abbraccio.
– Ti vedo in forma, vecio – gli dico.
– Sento di poter sconfiggere tutto l’impero da solo – dice lui.

La verità è che la sua mente è agli antipodi della sua forza fisica.

GLOOOM GLOOOOM GLOOOOOOOM

Michele alza la testa continuando ad asciugare il bicchiere.
– Ma che cazzo sta succedendo?

Ci voltiamo contemporaneamente. Sembra che tutte le campane di Venezia suonino a festa. Mi si dipinge un bel WHAT THE FUCK sulla faccia nello stesso istante in cui i militari si alzano in piedi, lasciando cadere le sedie, e si catapultano fuori, portando con sé l’armeria.

–       State qua, vado a vedere – dico.

Parole nel vuoto. Michele per la concitazione scavalca il bancone. Carlo è già in calle ad urlarci di fare presto. Scivoliamo tra gli edifici continuando ad urlare al vento “Che cazzo sta succedendo? Che cazzo è” avvicinandoci alla Barriera.

E’ da lì che parte il casino.

Saltiamo a piè pari i tre ponti e corriamo lungo Piazzale Roma come fottute gazzelle al galoppo. Perfino Carlo rimbalza prestante sull’asfalto, come non fosse successo niente. La vista è offuscata dallo sforzo e dal caldo. Non riesco a mettere a fuoco cosa stia succedendo.

La gente corre a destra e a manca, impazzita, terrorizzata. Partono schioppi di pistola, le mitragliette rimbombano dappertutto. In lontananza un urlo spaventoso annuncia “BOMBAAAAAAAAAAAAAA”.

Un enorme boato ci stende a terra, una cortina di fumo di alza dalla barriera.

Lanciano bombe a mano. Bombe a mano contro gli Zulu della barriera.

Qualche altro metro, slalom tra la folla. E finalmente capiamo.

Gli Zulu sono entrati. Non so come ma sono entrati. Scappa Marty.

Carlo e Michele si lanciano di nuovo in corsa, li vedo allontanarsi restando bassi, fino a scomparire dalla mia vista.

Io invece sto qui. I piedi sono diventati un tutt’uno col terreno. I muscoli cristallizzati mi trasformano in statua, il fiato corto manda in tilt il fabbisogno cerebrale. L’udito si ovatta, muta in un fischio, un rumore bianco, che sovrasta qualsiasi altro suono. Le persone ora si muovono a ralenty. Le persone sono piene di sangue. Le persone sono morse.

Le persone sono morte.

Gli Zulu sono tra di noi, si amalgamano con noi, si riallineano alla loro identità e diventano carne della nostra carne.

Nell’esatto istante in cui, finalmente, mi sento svenire, un feroce strattone alla manica mi riporta alla realtà.

–       Sbrigati, vai a medicare quei lagunari lì – mi urla un uomo che non conosco.

Seguo il suo dito e vedo una manciata di uomini, stesi a terra. Alcuni si muovono ancora, altri sono immobili. Fusi con l’asfalto della nostra amata Zona Libera.

–       Ti vuoi sbrigare, stronza, vai a dare una mano – mi urla l’uomo che non conosco.

Seguo il dito e nel cammino sopraggiunge un profondo respiro. Carburante per cervelli. Welcome back Elisa.

Mi avvicino al primo. Il morso gli ha strappato l’intera guancia. Lui sembra non esserci accorto di nulla, ridacchia, gioca a ping pong con le palle degli occhi. Gli chiedo come sta, lui ridacchia. Passo al secondo. Si tiene la mano con l’altra mano, piange. Dice di essere fottuto, dice che devo prendere la pistola e fotterlo fino alla fine. Mi implora di fotterlo. Ti prego, mi dice, non farmi diventare Zulu, non voglio essere Zulu, voglio solo la mia mamma. Fottimi, fottimi. Passo al terzo. Il terzo si sta fumando una sigaretta in completo relax. Sono pronto, mi dice. Spara prima a me, e poi a sto stronzo. Si è parato dietro di me perché se la stava facendo sotto. Lo stronzo. Fallo trasformare, fagli fare un bel giretto in giostra e poi fottitelo. Sto stronzo. Il primo ridacchia ancora. Trova le parolacce divertenti, come dargli torto. Il quarto è morto. Ed è quello che mi preoccupa di più.

Penso a quello che mi ha detto l’uomo che non conosco. E non so cosa intendesse con “dare una mano”. Ogni concetto morale, negli ultimi mesi, se n’è andato a fanculo. Ricordo mia cugina, ricordo il suo viso tumefatto, ricordo che non sono stata in grado di ucciderla.

Ricordo che invece gli Zulu li uccido benissimo.

Davanti a me ho quattro pre-Zulu. Voglio dare una mano.

Prendo la pistola dell’uomo che fuma e mi avvicino al morto. E’ disteso a pancia in giù. Vai Elisa. Fai quello che vuoi ma fallo RAPIDO.

Gli punto la pistola alla testa e faccio fuoco. L’uomo con la sigaretta applaude. L’uomo che ridacchia non ridacchia più.

Ringhia.

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