In giro per sagre

Lascia un commento

25 giugno 2012 di thesurvivaldiaries

I suoi capelli sono fini fini fini, puliti ma spettinati. Continua a cantare una canzone che non conosco, parla di una principessa in sella a un ippopotamo alato. Con ogni probabilità è uno di quei cartoni animati di nuova generazione, quelli con la sigla senza Cristina D’Avena.

Mi stende lo smalto con una precisione aliena, lasciando ondeggiare le gambette secche giù per la sedia. Sembra felice, sembra che viva nel mondo di prima.

“Come ti chiami tesoro?”

“Ariiiianna!”

“Sei brava a mettermi lo smalto”

“Grasie! Me lo ha insegnato la mia sorellona”

“E dov’è adesso la tua sorellona?”

“La mia sorellona c’ha la bua nella testa, un uomo ha lanciato le cose PEM PEM in testa e lei ha fatto PUF.”

Le accarezzo i capelli, lei continua a canticchiare. Ad un tratto, come una molla, schizza in piedi “Finitooooo!!”

“Sei stata magnifica Arianna, appena ritorno tocca a me metterti lo smalto”.

Passo davanti allo specchio. Per la prima volta dopo 4 mesi sono di nuovo una donna. E’ come se il balsamo, lo smalto, il vestito a fiorellini e i sandali di cuoio avessero archiviato il passato. Anche solo per un secondo.

Il caldo è torrido, decido di farmi un paio di trecce.  Ora la missione è compiuta. La turista tirolese.

Ho titubato per un paio di giorni. Ho trovato un sacco di scuse per non partire. Sei a un metro dalla verità, dalla ricerca finale della verità. Solo due passi ti separano dalla conoscenza. La vita o la morte della tua famiglia. Terrore.

Prendo un sorso d’acqua dalla borraccia, la infilo in borsa e parto.

I miei sono di San Polo. A San Polo c’è ea sagra, come la chiamano qui. Il conglomerato più grosso di sopravvissuti, circa un migliaio, tra veneziani, turisti e gente recuperata in giro per la terraferma. Fanno un casino della madonna, sembra di essere al mercato permanente.

Non ci metto molto ad arrivarci, conosco le scorciatoie a memoria. Mi prudono le mani, ho una voglia pazzesca di fare foto, un bel reportage visivo di questa pazzesca woodstock di disperati, un rumoroso organismo che si agita per sopravvivere. Ma per ora ho “solo” un iPhone per tenermi in contatto con gli altri e aggiornare il blog. Me l’ha dato un lagunare dopo avermi palpato le tette, col mio permesso. E’ stato uno scambio vantaggioso. E’ sempre uno scambio vantaggioso quando fai affari coi maschi.

Mi concentro. Chiamo, chiedo, giro, torno indietro, chiamo ancora. Niente. Salgo a casa dei miei. La casa è abbastanza in ordine, a parte vetri della finestra che Carlo ha dovuto rompere per entrare. Hanno fatto le valigie. Non c’è traccia di sangue.

Vado nello sgabuzzino e prendo chiodi e martello. In camera di mia sorella recupero le porticine della sua scarpiera. E comincio a chiudere il buco in salotto. Finito questo prendo la scopa e raccolgo i vetri.

Esco. Chiamo, giro, torno indietro, chiamo ancora. Niente.

Mi siedo su uno scalino e mi accendo una sigaretta. Mi viene da piangere ma non piango. Resto fissa sul bersaglio, lo visualizzo, ragiono. Le treccine e le gambe depilate non possono fare di me una frignona. Il casino di San Polo mi consola, mi dà forza, mi ricorda che i giorni di solitudine, di scontri corpo a corpo, di corse senza fiato, di cibo di merda, sono finiti. Ora sono a Venezia. Ora sono viva.

Mi rimetto in marcia e arrivo a Sant’Elena in una mezz’oretta. Lì c’è un distaccamento dei militari. Sorrido e chiedo loro di parlare con Pekka, che ora fa parte delle Forze Aeree della Venezia Libera. Divertente.

Aspetto una mezz’oretta per il passaggio al Lido. Pekka è impegnato in una qualche operazione di ricognizione. Mi siedo sulla fondamenta e osservo la lunga lingua di terra del Lido. Dà la sensazione di un’oasi felice, in cui il tempo si è fermato e i problemi non sono riusciti a raggiungerla.

“Oh finalmente, ce ne hai messo di tempo. Il taxi più lento della storia.”

“Ehh questa è l’ora di punta, c’è un casino in centro, non c’ho mica le ali.”

Non voglio farmi vedere nervosa, ma io odio volare. Odio odio odio volare.

Stringo le chiappe e partiamo.

Pekka sembra uno di quei marines suonati che si vedono nei film sul Vietnam. Vestito hawaiano, sigaretta in bocca, un sorriso completamente inopportuno e una risata contagiosa. Mi mette di buon umore. E per un secondo, volando sopra la Zona Libera, mi dimentico perfino perché sono qui. Lui scherza, io rido. Tutto così semplice, così naturale. Così vivo.

Arriviamo nei pressi di Malamocco e lui si offre di darmi una mano. Al Lido ci sono due sagre, una a Poveglia e una sul lungomare della mostra del Cinema. Giriamo per molte ore, col caldo che ci cuoce il cranio e i piedi fritti dall’asfalto. Chiamiamo, chiediamo, giriamo. Giriamo, chiediamo, chiamiamo. Al Lido ho anche degli zii, ma non c’è traccia nemmeno di loro. Faccio la descrizione accurata dei miei, ma non serve a niente. Vado a chiedere dentro i negozi ancora aperti, ai militari della zona. Chiedo se esistono altri distaccamenti in qualche isola più piccola, ma loro mi dicono di no. Se qualcuno se ne è andato, lo ha fatto prima che arrivassero i lagunari. Adesso ogni spostamento verso fuori e verso dentro è controllato.

Ci distendiamo sulla sabbia a riposare. Sono sfinita. Soprattutto mentalmente. Le lacrime mi escono senza controllo, ed è come se vomitassi qualche chilo di merda tenuto lì per troppo tempo. Pekka mi accarezza la testa e io mi appoggio alla sua spalla. Stiamo zitti, quasi immobili. E’ un momento particolare, l’inizio di qualcosa e la fine di qualcos’altro. Proprio in quell’istante. Fissando un mare sporco e lasciandoci cuocere da un’estate torrida. In quella che sarà, con ogni probabilità, la nostra nuova casa.

Mi asciugo le lacrime stropicciandomi tutta la faccia. Pekka mi osserva per qualche secondo poi, come un bambino, esclama “Anche a me anche a me!”. Stropiccio la faccia anche a lui.

“Sei un po’ scemo” gli dico.

“Sei un po’ sciocca” mi risponde.

Torniamo a Sant’Elena, lo saluto e mi rimetto in cammino. Stasera mi trovo con gli altri, berremo qualcosa aspettando l’arrivo di Carlo e Marta. Dovrebbero essere qui a breve, secondo quello che ci hanno scritto.

Questo blog in un certo senso ci ha uniti. Ci ha reso un surrogato di famiglia. E’ una bella sensazione.

Nei prossimi giorni passerò a setaccio tutta Venezia. Non è finita qui.

Passo e chiudo, fioi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

eBook – Stagione 1

Promo

BlogItalia - La directory italiana dei blog
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: