Quando Billy Corgan era bravo

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23 giugno 2012 di thesurvivaldiaries

San John Matrix, protettore dei centri commerciali e dello shopping, prega per noi!
Santa Ellen Ripley martire, protettrice delle ragazze madri e dei carrelli elevatori, prega per noi!

E’ passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ho scritto: in questo periodo sto molto spesso sulla Barriera e non mi è possibile accedere ai pc. Neppure ne ho voglia, a dirvi la verità. Probabilmente, se non siete dei miei fan che leggono solo i miei post (lo so, lo so: è dura essere bellissimo) allora saprete che molti di noi si sono dati appuntamento proprio qui, nella Zona Libera che una volta si chiamava Venezia. Alcuni di loro sono già arrivati: Elisa, Michele, Pekka, Giulio. Sono andato incontro ad ognuno di loro e li ho abbracciati e salutati. Poi mi sono spalmato la canfora sotto il naso e sono tornato sulla Barriera.

Santissime Selene e Trinity, patrone delle tutine di pelle nera aderente, pregate per noi!
San John Rambo, protettore delle apparecchiature del valore di migliaia di dollari, prega per noi!

E’ brava gente. Persone che potrei chiamare amici in altri momenti. A volte la sera torno a San Sebastiano e scambio due parole con loro. Ognuno di noi sta elaborando un lutto, alla sua maniera. Figuratevi che io neppure l’avevo capito fino ad una settimana fa. Forse, nel vedere loro vivi ho capito veramente cos’è che è morto. Ed è dai nostri dialoghi da sopravvissuti che l’ho capito.
C’è stato un bel periodo tempo fa, per tutti noi della generazione nata alla fine degli anni ’70. Era il periodo in cui aspettavamo Dalla che cantava Lunedì film sulla Rai, in cui di pomeriggio potevi ancora guardare le ultime repliche dell’Uomo Tigre, in cui Eddie Murphy faceva ridere (davvero, non sto scherzando) e Billy Corgan era bravo a far musica. Era un periodo in cui ci si abbracciava di più e probabilmente ci si voleva davvero bene o almeno ci si provava.
Poi sono arrivate altre cose e ci hanno sommerso come un immenso tsunami di luci e colori. Tutto si è accelerato e si è blurrato ai margini. Prima eravamo ragazzi, imparanoiati sì, ma che credevano che ci fosse un futuro ad aspettarci, un domani in cui avremo potuto mostrarci per quello che eravamo, rilasciare sul mondo la potenza dei nostri sogni, vivere, stare insieme, essere sereni per una volta.
Le cose non sono andate così e non sto parlando solo degli zombie. Anzi, gli zombie non c’entrano proprio nulla.

San Tenente McLane, protettore dei piedi scalzi e delle canottiere sporche, prega per noi!
San Jack Bauer martire, protettore di chi lavora un solo giorno all’anno, prega per noi!

Credo che io e gli altri siamo orfani già da molto tempo prima dell’apocalisse. E molti altri con noi. I vecchi hanno sempre cercato di definirci. Una volta addirittura ci chiamavano Generazione X perché  eravamo un’incognita: cercavamo nuove esperienze, ci piaceva bere, farci le canne, scopare come piaceva a loro, solo che noi lo dicevamo apertamente. Non credevamo a Dio come non ci credevano loro, però noi non andavamo a fare gli ipocriti a messa. Eravamo migliori dei nostri padri, sì. Più buoni, carichi di quell’affetto che loro non ci davano perché troppo consumati dalla follia collettiva del lavoro pagato, dei mutui, delle banche, delle pastiglie, dello stress, dello smog. Se guardo dalla barriera con gli occhi di Gonzo, posso vedere dove l’onda dell’era della comunicazione si è infranta: migliaia di cadaveri rantolanti, putrefatti, puzzolenti che sbattono sulla Barriera come falene contro una lampadina.
La metafora è fin troppo ovvia per non essere illuminante. Magari i documenti che ha in mano Carlo C. sono solo teorici, magari questi zombie sono ciò che avete voluto diventare voi che siete venuti prima e dopo di noi. Magari questa massa di carne putrida senza cervello è veramente il fine ultimo della creazione.

San Marion Cobretti, protettore sia del male che della medicina, prega per noi!
Santissimo Texas Ranger, protettore dei calci volanti e dei conteggi fino all’infinito, prega per noi!  

Magari no. Sulla barriera ti vengono questi pensieri. E’ un posto molto più contemplativo di quello che pensavo. Ho stretto amicizia con Gonzo, tra simili ci si riconosce. Mi ha detto di essere stato un parrucchiere e un paracadutista. Mi ha raccontato che una volta, in un lancio di gruppo, il capo lancio gli ha dato il segnale in anticipo e lui si è trovato impossibilitato ad aprire il paracadute così si è attaccato al compagno che si era lanciato prima. Sono scesi così, in due da chissà quanti metri, urlandosi bestemmie proprio come all’inizio dei Versetti Satanici. Si sono salvati, però.
Un’esperienza così ti cambia, mi ha detto Gonzo una volta, mentre mi stava spuntando la zazzera. Se ci esci con le tue gambe e non in un monolocale di mogano allora il mondo non è più quello di una volta per te. Capisci quante cose sono solo stronzate.
Io non sono caduto da un aereo senza paracadute, non ho rischiato la vita anche se ho cercato mille volte di distruggermi con l’alcol ma ho sempre visto tutte le stronzate nitide nitide, sentendomi spesso impotente, senza voce. Io e gli altri però avevamo la scrittura e ci siamo salvati. Altri di noi non sono stati così fortunati e hanno trovato un lavoro in banca, al supermercato, nei call-center, negli interinali.
Penso che Elisa e gli altri siano come me  ed è per questo che non mi va di passare molto tempo con loro. Perché mi fanno ricordare che siamo orfani, non di certo del mondo di Facebook e della crisi ma orfani della promessa che se ce l’avessimo messa tutta avremmo avuto la nostra felicità.
Bé: noi abbiamo avuto Amici di Maria de Filippi e la società di inizio millennio ha avuto gli zombie. Siamo pari, credo.

Beata Sarah Connor, protettrice di chi non si fa trovare in casa, prega per noi!
San Jackie Chan, custode delle ambulanze che aspettano fuori dal set, prega per noi! 

Sulla barriera la vita è semplice. Si sta di vedetta. Alle volte i caporali danno l’ordine di far fuori qualche Zulu. Noi allora prendiamo le balestre, miriamo e becchiamo qualche ex-commercialista alla testa. Le frecce sono legate alla balestra con un cordino di nylon, così le possiamo recuperare e riutilizzare. Non mi ci è voluto molto ad imparare ad usare la balestra, non è più difficile che fare un parcheggio ad esse.
Spesso, anche quando i caporali dicono di smetterla di lanciare, di prenderci una pausa, noi continuiamo ancora per un po’. Non c’è nessuna gara, è che siamo persi nell’automatismo della catena di montaggio dell’orrore.
Preghiamo sì, abbiamo i nostri gospel. Ma non sono dedicati agli dei falsi e bugiardi ma a quelli che abbiamo visto veramente, seppure al di là dello schermo azzurrino dei nostri televisori a tubo catodico.
Non so cosa accadrà. Il tenente Zanin, che dirige le operazioni qui in Barriera, ha lasciato intendere che i pezzi grossi abbiano scoperto qualcosa di grosso. Gonzo dice che potrebbe essere vero come no, i militari hanno sempre un motivo per agitarsi. Però anche lui è strano recentemente. Ha detto che l’acqua puzza più del solito. Boh.
Ora vi saluto, vado a far due chiacchiere con gli altri e poi torno alle mie preghiere e alle mie frecce.
E’ sabato oggi.
Sembra più domenica.

Padre nostro che sei nei cieli,
è meglio se non ti fai vedere da queste parti,
stai ben sicuro nel tuo regno
che qui ci penso io con la mia motosega.
Mandaci se vuoi qualche tacchetta in più di banda larga
così ci induciamo tutti un po’ di più in tentazione.
Liberaci dalla puzza che c’è qui attorno
e dalle donne con relazioni complicate.
Per il resto stai pure tranquillo.
Ci si sente,
Amen. 

[Dedicato all’amico Tim. Grazie per le tue parole. Write without fear!]

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