Le dodici chiamate

Lascia un commento

20 giugno 2012 di thesurvivaldiaries

[Special guest: Ezio Fornesi]

RESISTERE, RESISTERE, RESISTERE

Montagna massese, seccatoio per castagne da me trasformato in bunker.

Dalle mie parti per resistere si va sui monti, per questo da quasi tre mesi sono nascosto qui. Dopo la
catastrofe ho cercato in tutti i modi di lasciare la città e alla fine ce l’ho fatta. Per arrivare quassù, a soli
venti chilometri dal centro, ci ho messo una settimana.

Tre giorni fa, a corto di provviste, sono sceso fino al paese più vicino e ho provato ad entrare in una casa
isolata dopo essermi accertato che nessuno di loro fosse nei paraggi. Non ho trovato nulla da mangiare ma
ho trovato un portatile. Ho provato a collegarmi e vi ho trovato. Non so come ho fatto e come facciate voi
ma da quando ho la certezza di non essere rimasto solo ho deciso che non voglio più scappare e che non mi
costringeranno a nascondermi nei boschi come un animale. Da oggi o me o loro. Voglio raccontare la mia
storia ed aggiornarvi sui miei risultati di resistente. Fino a quando ce la farò.

Quando è cominciato il casino ero in ufficio. Era domenica pomeriggio e avrei voluto rimanere a casa ma
dovevo fare un lavoro che mi trascinavo da troppo tempo. Volevo provare a staccare una staffa arrugginita
che reggeva un’ala della libreria e che minacciava di staccarsi, per farlo mi ero portato dietro la cassetta
degli attrezzi. Ero decisamente di cattivo umore perché era domenica pomeriggio, perché mi toccava
lavorare e perché dovevo fare un lavoro manuale per il quale ero e sono negato. Mentre parcheggiavo
avevo guardato il telefono e avevo trovato dodici chiamate perse e un messaggio. Era mio cugino che
aveva provato a chiamarmi ma con il telefono in modalità silenziosa non l’avevo sentito. “Nasconditi”, mi
scriveva ,“qui sta succedendo un casino, le strade sono piene di gente pericolosa. Tappati in casa e non
aprire a nessuno”. Il messaggio ci poteva anche stare perché chi me l’aveva mandato aveva sempre voglia
di scherzare ed era nostra abitudine mandarci messaggi assurdi, quello che non quadrava erano le dodici
chiamate. Veramente molto strano.

Più tardi comunque lo avrei visto e mi avrebbe spiegato, per il momento mi aspettava quella maledetta
barra da smurare. Salii le scale e notai la porta dell’ufficio accanto al mio spalancata e le luci interne accese.
Mi venne in mente che il dentista che lo occupava si era dimenticato la luce accesa o che qualcuno poteva
essere entrato per rubare dato che negli ultimi tempi il centro era stato oggetto di molti tentativi di furto.
Ero entrato in silenzio guardandomi intorno con circospezione: non mi andava di trovarmi davanti a
qualche malintenzionato. Per ogni evenienza avevo digitato il 113 sul telefono, pronto a chiamare se si
fosse presentata la necessità. Percorsi tutto il corridoio, mi affacciai alla sala in cui il dottor R. lavorava e
tirai un sospiro di sollievo: il medico era al lavoro, probabilmente il paziente sulla sedia aveva avuto un
problema improvviso. Mi schiarii la voce e dissi: “dottore, mi scusi se la disturbo ma si è dimenticato la
porta aperta”. Non mi rispose e continuò a trafficare chino sulla sedia, mi sembrava che stesse parlottando
tra se. “Dottore” dissi di nuovo alzando la voce “ha lasciato la porta aperta”. A quel punto girò la testa e
quello che vidi mi sconvolse: il dentista aveva la faccia interamente coperta di sangue e dalla bocca gli
pendevano brandelli di carne, sulla sedia giaceva un corpo umano al quale mancava la testa e gran parte
della spalla sinistra. Rimasi immobile a guardarlo mentre si chinava nuovamente sul corpo inanimato e
riprendeva la sua macabra opera. Non so quanto rimasi immobile a guardare quell’orribile spettacolo,
dentro di me si alternavano terrore, disgusto, rabbia ed uno strano senso di stupore che mi impediva di
staccarmi da quella vista. Intanto, con movimenti lenti, avevo aperto la cassetta degli attrezzi e avevo

impugnato il martello da carpentiere, temendo che da un momento all’altro R. potesse aggredirmi.
Cominciai quindi a camminare all’indietro verso il corridoio facendomi forza per non urlare, appena fossi
stato fuori avrei chiuso la porta ed avrei chiamato la polizia.

La botta che mi arrivò mi fece cadere pesantemente all’indietro, caddi sulla schiena e per qualche secondo
persi conoscenza. Quando mi ripresi vidi che china sopra di me c’era la signora F., una sessantenne che da
anni faceva l’assistente alla poltrona in quello studio. Stavo per rivolgerle la parola quando, incrociando il
suo sguardo, mi accorsi che non aveva nulla di umano, era anche lei completamente coperta di sangue e
mi guardava con quell’espressione vuota che terrorizzava. Rimase un lungo istante a fissarmi e poi protese
la testa verso il mio volto con l’evidente intenzione di mordere. Alzai il braccio che impugnava il martello e
due secondi dopo la donna era stesa immobile sul pavimento con le punte piantate all’altezza della tempia
sinistra. Mi rialzai sconvolto, avevo appena ucciso una persona! Raccolsi il telefono da terra con le mani che
mi tremavano e composi il 113. Chi mi rispose non mi fece nemmeno parlare: “non sappiamo cosa sono e
perché lo fanno ma attaccano per uccidere” disse “chiudetevi in casa e aspettate”. “Non sappiamo cosa
sono” aveva detto la voce. Se avesse guardato negli occhi l’assistente del dentista lo avrebbe capito senza
bisogno di spiegazioni. Collegai il messaggio, con quello che mi aveva detto l’operatore e improvvisamente
seppi con certezza che la catastrofe era arrivata. Tornai di nuovo nella sala in cui avevo lasciato il dentista
con il suo sfortunato paziente. Lo guardai, stava li, quasi immobile. Si era accasciato su una sedia e sedeva
immobile con quell’orribile sguardo fisso nel vuoto. Emetteva dei rantoli e, di tanto in tanto, una specie di
sospiro. Soprattutto il sospiro faceva gelare il sangue nelle vene: sapeva di putrefazione, di dolore, di
violenza, di disperazione. Mi avvicinai. Osservai quella fronte spaziosa, presi la mira e colpii con tutta la
forza che avevo. Anche questa volta le punte del martello fecero il loro dovere: il dentista era caduto a
terra. Fulminato. Tirai a me il manico del martello e sentii distintamente le ossa del cranio che si
spezzavano, aprii il getto d’acqua dalla cannula della poltrona odontoiatrica e pulii accuratamente la mia
arma, quindi corsi verso il mio ufficio mi chiusi dentro e scoppiai in un pianto dirotto. Non so per quanto
rimasi li ma quando mi ripresi mi accorsi che non avevo ancora chiamato casa. Dovevo farlo
immediatamente, dovevo avvertire i miei familiari del pericolo. Composi il numero e, dopo un tempo che
mi sembrò infinito qualcuno alzò la cornetta del telefono. “Sono io” dissi, ma dall’altra parte nessuno
parlava. “Sono io” provai ancora a dire “sta succedendo un casino, chiudetevi in casa!”. Ancora silenzio.
Rimasi in attesa fino a quando il silenzio dall’altra parte della cornetta fu rotto da un sospiro, un sospiro
che sapeva di putrefazione, di dolore, di violenza, di disperazione.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

eBook – Stagione 1

http://www.booxfactor.com/prodotto/the-survival-diaries-prima-stagione/

Promo

I più letti

BlogItalia - La directory italiana dei blog
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: