There you are.

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19 giugno 2012 di thesurvivaldiaries

Non sono mai andato tanto d’accordo con i dormitori, sono sempre stato piuttosto geloso dei miei spazi e della mia privacy, ma immagino che di questi tempi si debba essere contenti se la gente con cui condividi la stanza russa e scoreggia piuttosto che barcollare e cercare di sgranocchiarti la tibia. Se poi qualcuno la smettesse di farmi rimbalzare quella cazzo di palla da tennis sulla nuca, scriverei sicuramente più sereno.
Stamattina siamo arrivati a Lido, giusto una veloce tappa per mollare l’aereo di Giulio per poi spostarci a Venezia con l’idrovolante. Al Lido c’è gente viva, dicono che è ogni tanto arriva qualche grigio, ma sono sporadici e solitari. Gente che probabilmente è morta in qualche appartamento e si fa viva solo quando riesce a uscirne.
Quando siamo atterrati un po’ di gente ci è venuta incontro al campo volo. Si sentono sicuri quindi sono tranquilli. Ci hanno offerto un caffè, si è chiacchierato e poi abbiamo barattato mezza tanica di benzina con docce calde e vestiti puliti. Sembro un turista ammerigano: bermuda, ciabatte e camicia hawaiana. Giulio in compenso sembra un signore della droga colombiano con un completo in lino bianco che una signora ha assicurato gli sarebbe andato a pennello. Appena troviamo anche un cappello di paglia l’illusione sarà completa. Sull’isola c’è più che altro gente autoctona o veneziani che sono venuti in barca quando la situazione si è fatta pesante. Ci hanno raccontato che altri profughi hanno fatto tappa qui per poi proseguire verso sud o est. Volevo chiedere se avessero visto passare i parenti di Elisa, ma non ho idea come si chiamino o come descriverli. E poi fin quando la cagacazzo continua a lanciarmi la palla da tennis sulla nuca, non si merita un cazzo.
Dopo aver assicurato il trabiccolo di Giulio e chiesto alla brava gente del Lido di darci un occhio siamo decollati per il volo di cinque minuti verso Venezia. A mo di akranoplano abbiamo volato tutto il tragitto in effetto suolo e all’altezza di di piazza San Marco, con la lancetta della velocità vicino alla zona rossa, con una bella strattonata al volantino, l’aereo praticamente si mette a coltello per un passaggio a raso del campanile. Giulio di fianco a me pianta un urlo entusiasta e alza le braccia come sulle montagne russe. Abbiamo fatto ancora un po’ di evoluzioni sulla città, un po’ con le mie manine sante sui comandi e un po’ con quelle di Giulio e poi abbiamo ammarato sul canale della Giudecca e attraccato alle zattere.
Inutile dire che il casino che abbiamo fatto sorvolando la città ha attratto un po’ di gente. Gente più avvezza di me a legare barche a banchine ci ha dato una mano con le cime, cosa che mi evita parecchi imbarazzi e l’inseguimento a nuoto di un idrovolante fuggitivo.
Mi ero fatto parecchi problemi e creato tanti scenari su come trovare la gentaglia del blog, ma non mi sarei dovuto preoccupare, sono tutti e tre lì sulla banchina ad aspettarci. Prima che riesca a dire qualcosa, Elisa ci si lancia addosso e ci abbraccia, Carlo ci mette una bottiglia di birra in mano a entrambi e Michele ci tira delle gran pacche sulla schiena. C’è anche un militare nel gruppo che, prima ci fa un cazziatone per il casino nei cieli di Venezia e poi ci informa che a partire da quel momento facciamo parte delle Forze Aeree della Zona Libera di Venezia. Giuro che ho sentito le maiuscole quando lo ha detto. Giulio offre anche le sue abilità e il suo aereo al Lido. Il militare, di cui ho dimenticato il nome appena me lo ha detto, si gira e se ne va dicendo a Carlo di portarci al dormitorio.
Adesso siamo al dormitorio da un’oretta. È bello conoscere la gente che finora avevo solo letto. Anche se certi sono più rmpicoglioni dal vivo.
Scusate, adesso devo andare che devo far mangiare una palla da tennis a una sopravvissuta di Padova.
Vi lascio con le imperiture parole di Buckaroo Banzai:

Remember, no matter where you go, there you are.

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