Schizzi di gruppo sanguigno

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4 giugno 2012 di thesurvivaldiaries

Due scooter. Due schifosissimi scooter. Sei convinto che, in procinto della fine dei tempi, ogni tuo desiderio sarà esaudito. Per poi morire tranquillo. Crepare col sorriso tra le labbra sapendo di aver guidato, almeno per una volta in vita tua, una cazzo di moto.
E invece no. Uno dei due scooter, quello blu metallizzato, ha la scritta “Kiara ti amo” sulla fiancata destra. E’ imbarazzante.

In questi giorni di silenzio stampa abbiamo fatto un giro per il condominio a cercare provviste. Il malloppo totale consiste in: 5 pacchetti di cracker, 6 bottiglie di acqua da un litro e mezzo, 3 scatolette di tonno, 2 di peperoni sott’olio, un cartoccio di Tavernello. Morti totali: 5 e mezzo. Ce n’è uno senza gambe al terzo piano, incastrato nella vasca da bagno della famiglia Crivellari.
Abbiamo trovato una pistola ancora carica, una mazza da baseball fuscia e almeno una decina di coltelli da cucina con cui fare il tiro a segno da lontano.

Sono stanca di accumulare punti esperienza.

Stamattina siamo partiti con gli scooter, e ci siamo diretti verso Via Venezia. Dimenticandoci completamente del blocco militare. Grosso errore. A Michele non è esplosa la testa solo grazie e pochissimi centimetri e un bel po’ di disidratazione dello stronzo che ci ha sparato. Come se questa città di merda fosse piena di morti col casco intenti in un tour a due ruote. Quando abbiamo alzato le mani urlando a squarciagola che eravamo vivi, hanno sparato in aria un altro paio di colpi. Poi più niente. Ma quei due colpi sono serviti ad attirare una quindicina di Zulu (sì, da oggi in poi li chiameremo anche noi così) incastrati tra le macerie.

Un bel sandwich. Da una parte i militari, dall’altra i mangiatutto. In ogni caso, entrambe le parti composte da Signori della morte cerebrale. Abbiamo fatto l’unica cosa che potevamo fare. Casino.

Clacson, urla, bestemmie colorite, giretti tamarri col gli scooteroni in mezzo agli Zulu putrefatti. Ne abbiamo attirati molti. E poi ancora altri. E incredibilmente, i militari non hanno fatto niente. Forse erano confusi, forse non volevano sprecare munizioni. Sta di fatto che dopo 15 minuti di rave party siamo corsi verso la barriera, bene bene sotto, nella speranza di non essere cecchinati. E abbiamo aspettato qualche lunghissimo secondo. La piccola convention di mangiatutto si è avvicinata pericolosamente. Ha annusato la nostra carne, e forse (spero) anche quella dei militari. Al tre io e Michele abbiamo sgasato e siamo partiti a razzo, buttandone per terra qualcuno di un po’ troppo affettuoso. Poi abbiamo preso una vietta alternativa e ci siamo diretti verso l’autostrada.
Spero davvero che divorino il culo a quei figli di puttana. Per sempre. E sempre.

All’altezza di Dolo ho fatto cenno a Michele di accostare. Mi è venuta in mente una cosa. Mia cugina. Non la vedo quasi mai, ci incontriamo solo alle feste imposte. Ma è pur sempre mia cugina. Siamo usciti al casello e nel giro di 5 minuti siamo arrivati sotto casa. Non so ancora niente della mia famiglia, spero che Carlo l’abbia trovata. In ogni caso non potevo non fermarmi a controllare.
Non c’è molto da dire. Lo vedete in questo video.


L’ho lasciata lì, assieme al suo ragazzo. Non ce l’ho fatta, ok? Sarebbe stata una buona azione, dividerle il cranio in due con un bel colpo di mazza. Ma ammazzare uno dei “tuoi” non è come ammazzare uno sconosciuto. Cazzate, quelle dei film. Che se vuoi davvero bene a una persona devi evitare che soffra ulteriormente. Beh, provateci. A spappolare la faccia della bambina che vi tirava la sottana e vi chiedeva un’altra sigla di chissà quale cartone animato giapponese. A immaginarvi quanto del sangue spruzzato sulle pareti dell’ingresso sia simile a quello che vi scorre ancora nelle vene.

Il teatrino regge finchè non conosci la sua data di nascita. Il suo colore preferito. Il nome del suo cane. Il tatuaggio sulla sua schiena. Dio, quanto mi manca la mia famiglia. In questi mesi ho pianto per tante cose, ma non ancora per loro. Non voglio piangere per loro, perché farlo significherebbe scavare una buca di due metri e buttarceli dentro.
Non mi va. Non ancora.

Siamo all’autogrill ora. La connessione qui pompa bene. Non so se avremo di nuovo questa fortuna. Ci siamo barricati dentro la cucina e ora mangiamo qualcosa. In tempi diversi, quando ero triste, mettevo su un telefilm. Ciò che mi manca di più, nella vita di tutti questi raccapriccianti giorni, è l’intrattenimento. Quella distrazione sensoriale che ti permette di staccare la spina ed entrare in un altro universo. Un bel film, una bella scopata, una maratona di Game of Thrones. Per ora ci facciamo bastare l’intrattenimento 2.0. The good, the bad, the undead.

In questo contesto, sia io che Michele siamo stanchi, confusi, incazzati. Parliamo poco ormai. Forse perché siamo assieme da troppo tempo. Ci siamo raccontati già tutto. Forse non abbiamo voglia di raccontarci altro.

Arriviamo, Carlo. Ti prego, continua a cercarli. E magari facci anche sapere un buon attracco per la barca. Dovremmo essere a Venezia tra un giorno o due.

Ho letto anche di Pekka. Sei folle. Completamente. Se riuscirai ad arrivare fin qui, ti aspetta il primo premio per l’attaccamento alla sopravvivenza. Come minimo.

Stiamo qui ora, a fissare le lamiere della cucina, sorseggiando un pessimo caffè. Passo e chiudo.

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