Scazzo.

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29 maggio 2012 di thesurvivaldiaries

Ho dello scazzo addosso. Non è depressione, è più un mal de vivre. Deve essere che non ho più un obbiettivo, uno scopo. Prima avevo la quest dei giochi al centro commerciale, poi Giulio nel campo a Casale, ma ora non ho più niente.
Un paio di giorni dopo aver salutato Giulio sono arrivato a casa, un viaggio che in tempi normali sarebbe stato straordinario, ma in questi tempi di morti ambulanti era noiosamente normale. Incredibile come investire zombie con lo spazzaneve sia passato molto in fretta da ‘La meglio cosa che mi sia mai successa’ a ‘ah, ne ho beccato un altro?’.
Ho provato a giocare un po’ a Portal 2, un classico a cui mi rivolgo per farmi due risate con GladOS, Wheatley e Cave Johnson, ma non ha funzionato.
Ho giocato un’oretta a Halo: Reach, che normalmente mi tira su quando sono sono scazzato, ma niente. Questa volta niente. La modalità Apocalisse Grunt, lungi dal farmi più sorridere mi ha messo ancora più tristezza addosso. Forse ci vedo un parallelo con la nostra situazione. È irrilevante quanti grunt fai fuori, continuano ad arrivare sempre a nuove ondate. E non è neanche colpa loro. Nel gioco hanno ordini dai superiori di lanciarsi addosso al uomo in tuta potenziata che li falcia senza remore, e nella realtà è la programmazione del gioco che glielo impone. Non sono malvagi, è che non hanno alternativa.
Quei poveri bastardi di grigi ambulanti non sono malvagi. Non ne hanno la capacità. Non sono senzienti. La malvagità è una caratteristica che gli affibiamo noi. Sono come squali, ovviamente senza la letale bellezza, hanno un unico imperativo, e noi lo antropomorfizziamo nella cattiveria. Qualunque cosa ci sbatta giù dal nostro illusorio trono in cima alla piramide alimentare, noi lo associamo con il male, mentre in realtà è solo imprinting e istinto di sopravvivenza da parte loro e arroganza da parte nostra.
Ho deciso di uscire. Vado a completare la quest dei giochi al centro commerciale. Ci si sente gente.

[Edit]

Ochei, uscire con lo scazzo non è stata un’idea furbissima. La parola che meglio si addice è ‘pericoloso’.
Il viaggio fino al centro commerciale è stato ordinario. Vedi sopra per la definizione di ‘ordinario’ [zombie maciullati da una lama di acciaio seguita da diverse tonnellate di camion arancione].
Ero venuto un paio di volte all’Auchan per preparare un piano e trovare un modo per entrare che fosse sicuro e non attirasse l’attenzione degli ambulanti. Era un piano minuzioso che prevedeva di forzare una porta di sicurezza senza rovinarla troppo in maniera da potermela poi chiudere alle spalle. Il piano era. Il nuovo piano è consistito nel mettere la retromarcia e sfondare le porte di sicurezza con il corazzato culo del camion. Fanculo, non avevo proprio voglia.
Lasciato il camion in moto mi dirigo al GameStop e comincio a scegliere giochi, avendo cura di mettere in un sacchetto a parte tutti i quelli con ambientazione zombie, loro hanno un destino speciale che non implica una X-box 360, bensì della benzina e un accendino.
Alzando un attimo lo sguardo verso il camion vedo un ambulante che viene verso di me. È un ragazzo. Avrà ventiqualcosa anni. È vestito come mi vesto io. Un paio di pantaloni corti con i tasconi, una maglietta della Aperture Laboratories e un paio di scarpe da corsa ai piedi, anche se, come me, probabilmente non corre mai. È un ragazzo con cui probabilmente avrei potuto chiaccherare di world of warcraft, citare frasi da portal o bere una birra in serenità.
Estraggo la pistola dalla cintola e gliela punto in faccia. È a una quindicina di metri. Ha gli occhi bianchi e il passo strascicato. È uno di quelli lenti. Non tiro il grilletto. Comincio a camminare all’indietro.
“Aaaaarrrhhh”
“Ti prego non muoverti.”
“Aaaahhhsss”
“I tempi di reazione sono importanti, quindi, ti prego, fai attenzione. Devi rispondere rapidamente.”
“Uuuaaaahhss”
“1187 Unterbasse…”
“Aaaarrr”
“Cosa?”
“Uuuuuuhsss”
“È bello?”
“Aaaaaarrrrr”
“No, diciamo che è per scaldarci. Sei in un deserto, stai camminando sulla sabbia e all’improvvi…”
“Aaaauuuhhh”
“Sì. Sei in un deserto, stai camminando sulla sabbia e all’improvviso…”
Arrivo a questo punto del Voight-Kampff test prima di inciampare e cadere di culo a terra. Mi devo essere fatto al polso destro, la mano in cui tengo la pistola. Lo zombie di me di qualche anno fa continua ad avanzare lentamente. Io mi spingo all’indietro, il culo scivola sul marmo. Con la pistola nella mano sinistra continuo a puntare alla sua faccia.
“Non ha importanza quale deserto! È del tutto ipotetico.” Urlo.
“Aaaarrrrrrrhhhhh”
“Guardi in terra e vedi una testuggine Leon. Arranca verso di te e…”
“Uuuaaaaassss”
“Sai cosa è una tartaruga?” continuo a urlare, sto diventando roco.
“Aaaaauurrrr”
“Stessa cosa!” Sparo.Lo colpisco alla spalla. Non sono abituato a sparare con la sinistra. Continuo a tirare il grilletto e continuo a urlare. Quando la pistola fa click l’ambulante è a terra. Con uno dei quindici colpi devo averlo colpito in testa. Continuo a urlare e ho cominciato a piangere. Mi alzo e vado verso il mio cadavere. Moccio, lacrime e sudore zampillano a terra. Lo prendo a calci. Urlo insulti e maledtizioni.

Quando finalmente la crisi mi passa, ho sangue fino al ginocchio e schizzi anche in faccia. Guardo la mia scarpa da ginnastica da corsa, lo stesso modello che ha lui, piena di sangue. Non riesco a non fissare le nostre scarpe. Le sue impolverate ma in buone condizioni. Le mie grondanti sangue. Prima di cedere di nuovo ad una crisi corro verso il camion raccattando per strada i sacchi di giochi.
Sono a casa adesso. Adesso sto meglio. Penso sia stato utile, catartico.
Ho letto di venezia. Penso di voler venire da voi. Adesso mi organizzo.
Piano. Ho bisogno di un piano.

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