Giulia

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17 maggio 2012 di thesurvivaldiaries

[Special guest: Giulia Villa]

Mi chiamo Giulia, e l’unica ragione per cui non sono nella vasca da bagno con i polsi tagliati è il
mio gatto che miagola disperato e mi lecca le mani. Non per essere melodrammatica, ma davvero
non ho la forza di lasciarmi morire mentre lui impazzisce per la fame. Appena finisco di raccontarvi
come sono andate le cose per me, o appena finisce la batteria del telefono da cui vi sto scrivendo, è
uguale, uscirò di casa e tenterò di arrivare a casa di mia nonna, dove ci sono scorte di cibo per gatti
per almeno altre due settimane, e, se sono fortunata, una qualche maniera per uccidermi in fretta.

Casa mia, non fosse che è finito il cibo inclusa la pasta d’acciughe, sarebbe ideale. Siamo al quinto
piano di un palazzo isolato. L’appartamento è grande, uno spreco per me che sono rimasta qui da
sola, e le porte sono blindate. La facciata è troppo liscia per essere scalata, e se c’è una maniera di
calarsi sui nostri terrazzi, be’, per ora nessuno l’ha scoperta. Se anche ci riuscissero, comunque, non
credo sarebbe facile passare attraverso le porte di legno massello che mio padre ha inchiodato ai
telai delle portefinestre. I solai sono spessi, dall’appartamento sopra il mio solo pochi tonfi ovattati
una delle prime sere, poi nulla. Sono contenta di non aver avuto modo di ascoltare più nel dettaglio:
appena ho capito cosa stava succedendo ho messo su un disco.

Non voglio sapere, non voglio vedere.

Oggi sono due settimane che sono a casa da sola. Il primo mese l’ho passato con i miei genitori.
All’epoca facevamo ancora finta di credere che le cose sarebbero andate a posto da sole. Giocavamo
quasi tutto il giorno, a carte e a Monopoli. Mia madre piangeva tutte le notti per mio fratello, che
era a Bologna dalla sua amica quando questa… cosa è cominciata e che lì era rimasto. Non so bene
perché poi all’improvviso abbiano deciso che Michele non era “molto più al sicuro a casa della
Dida, davvero, è meglio così” e che bisognava assolutamente andarlo a prendere, ma due sabati fa,
all’alba, hanno preso la macchina e sono andati a Bologna a riprenderselo e a portarlo a casa.

Naturalmente non sono più tornati.

Tutte le volte che penso a loro mi viene da piangere e non posso permettermelo, le lacrime non
fanno che portarmi via sali minerali e io ho già un mal di testa quasi insopportabile. Prima di uscire
prenderò l’ultimo Mg. K vis, sperando mi faccia bene. Quello e un sorso dell’Alchermes di mia
madre, che è l’unico alcolico che ci è rimasto in casa. Le cose appena più appetibili le hanno finite
loro mentre cercavano di non pensare a Michele a Bologna. Io sono più o meno astemia. Ero.

Non mangio da quasi due giorni, e non mangio decentemente da quando settimana scorsa è saltata
la luce e la roba nel freezer ha iniziato ad andare a male. Se ci fosse il gas potrei tentare di salvare
qualcosa cucinandolo. A proposito di luce, sarete lieti di sapere che il quinto piano è l’ultimo al
quale l’acqua arriva (in qualche modo, giusto un filo) grazie alla semplice pressione idrostatica.

(Si dice così? Mi sa proprio di no. Insomma, siamo più in basso dell’acquedotto, anche se di poco. I
miei vicini dei piani più alti, dal sesto al decimo, sono quasi sicuramente morti di sete) (e, se non lo
sono, protesteranno moltissimo alla prossima assemblea condominiale).

Non so più cosa dirvi. Mentre guardavo su Google quella cosa della pressione dell’acqua mi si è
aperta per errore la pagina di Facebook del mio ragazzo. Lui è morto il primo di maggio. L’ho visto
succedere su Skype. Non mi va di raccontarvelo, ora dormo un po’. Vi chiederei se qualcuno di voi
è delle mie parti, ma in realtà non me ne frega un cazzo. Presto sarò morta anch’io, in una maniera o
nell’altra.

Non vedo l’ora.

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