Il Grande Jenga

Lascia un commento

10 maggio 2012 di thesurvivaldiaries

Prima ho vomitato. Poi mi sono lavata i denti. Poi ho vomitato di nuovo. Tra un conato e l’altro sono anche riuscita a partire. Zaino in spalla, doppia mandata alla porta, ho controllato le spranghe alle finestre, mi sono fatta il segno della croce (ipocrita da parte mia) e ho puntato in direzione piazzale Garibaldi. La temperatura è salita. Per le strade c’è puzza di carne alla brace. Andata a male. Le chiappe erano così strette che a soli 10 minuti dalla partenza ero già in apnea respiratoria. Il centro di Padova deserto, ve lo assicuro, mette i brividi. Ci sono vetri rotti dappertutto, chiazze di liquido marrone lungo ogni cazzo di colonna di via Roma. Il rumore del vento che trapassa le case vuote. I portoni delle case bruciati e squarciati.

E’ andata bene fino al Bo. Ma proprio mentre stavo girando l’angolo per le piazze, compiendo un giro alternativo per non rimanere troppo esposta, ne ho beccati due. Ogni singolo muscolo del mio corpo ha avuto un rigurgito. Erano lì, mescolati l’uno con l’altro, che se fosse stato un anno fa avrei pensato a un pompino creativo. E invece no. E’ ora del rancio, portata principale: budello umano. Era così invitante che non si è nemmeno accorto di me. Più in là, con la cassa toracica in bella vista, una donna sulla cinquantina, tacco dodici, ricrescita su tinta biondo rame.

Non ho resistito. Ho fatto una foto. Cagandomi profondamente addosso.

Sono scivolata sulla parete vicina come mercurio liquido e ho fatto un giro alternativo. All’angolo con la Rinascente mi sono infilata dentro una macchina incastrata contro una delle vetrine, e lì son rimasta. Ho guardato l’ora: 11.50. Come sempre, in anticipo.

Pochi minuti dopo ho sentito un rumore verso Porta Altinate. Passi. Michele. Son rimasta immobile e ho aspettato ancora un po’. Poi l’ho visto. Non decomposto, respirante, zaino in spalla. L’ho osservato attentamente, poi ho battuto due volte col tacco della scarpa sul cruscotto della macchina. Si è voltato di scatto, ha socchiuso un po’ gli occhi, mi ha localizzata. Sono uscita lentamente dalla macchina e, senza dire niente, ci siamo stretti la mano. Una scena da far west. E’ stato il primo sorriso dopo settimane. Che cazzo, ogni tanto ci vuole.

Il nostro parlare sottovoce, guardandoci sempre attorno, assomiglia un po’ alla più grande mosca cieca della storia. Mea per Elisa. Fine della corsa. Michele è un uomo pratico, ha deciso che io avrei camminato guardando avanti e a destra, e lui indietro e a sinistra. Dei cazzo di Marines polentoni. Lui col badile, io col braccio di un manichino. Abbiamo parlato molto poco. E camminato tanto, lungo via Santa Lucia fino ad arrivare al Teatro Verdi.

Lì, abbiamo potuto constatare la portata della pandemia. Voi non avete idea. La più grande assemblea cittadina della storia di Padova. E stranamente, la più silenziosa di tutti i tempi. Abbiamo scoperto l’obitorio. Se ne parlava, circa due mesi fa, quando l’ospedale e le zone limitrofe erano ormai ricolme di cadaveri. Il sindaco aveva capito che posizionare i corpi morti vicino ai corpi vivi non era affatto un’idea geniale. Attiravano i non-morti peggio degli orsi col miele. Quindi la polizia istituì una serie di distaccamenti di raccoglimento, lontani dalle zone di cura. L’obitorio Dante è uno di quelli. Il grande Moloch. Il gigantesco Jenga umano, togli un cadavere, viene giù tutta la montagna. Col passare delle settimane i corpi semi-carbonizzati si sono mescolati l’uno con l’altro. I liquidi si sono fatti strada tra le poltiglia, raccogliendosi in nausabonde pozzanghere. Sangue, carne macerata, piscio, merda. Se non ci ammazzano i finti morti, ci stroncheranno le malattie infettive.

Abbiamo sbirciato dentro il tanto che è bastato a farci vomitare entrambi. Un tempo troppo lungo. Li abbiamo attirati. In tutto sette. Quattro molto lenti, a causa dei corpi tumefatti e spappolati, altri tre fottutamente veloci. Ragazzini.

E’ stato devastante.

Michele ha mollato un urlo che ha tuonato in tutto il teatro. Per la paura sono inciampata sopra una sedia, graffiandomi  la coscia e il gomito. Michele mi ha tirato su e ci siamo lanciati fuori dall’obitorio.Per lo sforzo cuore mi è uscito dalla gola ed è andato a farsi una cazzo di vacanza all’estero. Al corteo, all’altezza di via Rolando da Piazzola, se ne sono aggregati altri due. Troppi per affrontarli.

La via ce la siamo fatta tutta. Alla fine fa una curva a sinistra ed è lì che finalmente abbiamo trovato un portone aperto. Sembra una vecchia villa padovana, marmi dappertutto, l’entrata maestosa, con la scala centrale che dà alle stanze al primo piano. Quando ci siamo infilati dentro, un figlio di puttana ci aveva già raggiunti. Abbiamo chiuso il portone con forza ma era troppo tardi. E’ successo tutto in un battito di ciglia e contemporaneamente è stato uno dei momenti più lunghi della mia vita. Lo stronzo si è lanciato contro di me serrando la mandibola come uno schiaccianoci. Gli mancava parte del mento, un orecchio e la mano destra.

Urlando come una groupie del cazzo, ho cercato di tenerlo lontano col manichino, infilandoglielo di traverso sotto il collo, affinchè lo schifoso non mi mordesse. Sbavava, sopra i miei vestiti, rantolava, produceva suoni che non ho mai sentito in vita mia. Inumano. Agghiacciante. I vestiti si erano cotti assieme alla pelle, sembrava che il morto indossare un Edgar-abito, quello di Man in Black, presente?

Michele ha chiuso il portone, gli ha tirato un calcio in pieno fianco, facendolo rotolare più in là. Poi ha alzato il badile, stile giustiziere, e gli ha letteralmente fatto partire la testa. Che è atterrata sulle scale. Circa 10 metri. Dovrebbe fare il golfista.

Ora sono qui, Michele mi sta curando le escoriazioni. La casa è sana, niente merda in giro. C’è anche del cibo. Scatolette di tonno e grissini. E, meraviglia delle meraviglie, c’è la connessione internet. Sembra che il web se ne sbatta dell’apocalisse. Meglio per noi.

Resteremo qui il tempo necessario a riorganizzarci. Poi ripartiremo, alla volta di Chiesanuova.

Marta, malgrado le tue supposizioni del cazzo, qui noi siamo ancora vivi. Passo e chiudo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

eBook – Stagione 1

Promo

BlogItalia - La directory italiana dei blog
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: