La bambina che ride

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6 maggio 2012 di thesurvivaldiaries

Carlo C.

Questa mattina verso le dieci sono partito bardato di tutto punto con destinazione Padova.
Caricatura di un vecchio personaggio western, sono uscito dal mio rifugio con in vita un cinturone (simpatico ricordo di quando facevo la guardia giurata) fornito di ogni ben di Dio. Dalla fondina ad estrazione rapida a due porta caricatori a una Maglite.
Il mio eroico viaggio è terminato dopo soli pochi passi, il tempo di svoltare l’angolo che dal giardino porta nella via principale di Codevigo. Nella strada deserta un’unica figura immobile ad una decina di metri da me.
Mi da le spalle, ma la riconosco subito. Si tratta di Giulia, la figlia del mio vicino di casa. Ha circa una decina d’anni e posso tranquillamente dire che l’ho vista crescere.
Un brivido mi attraversa il corpo. La chiamo. Lei lentamente si gira e mi osserva. Sorride, ma il suo sorriso mi gela le vene.
Ha del sangue rappreso ai bordi della bocca e tutti i denti macchiati di rosso. Il vestitino è strappato in più punti e le manca una scarpa.
Comincia a muovere qualche passo verso di me. Io istintivamente indietreggio.
“Giulia. Sono io, Carlo. Come stai? Mi riconosci?”
Nessuna risposta. Continua a muoversi verso di me sorridendo. Ha un occhio completamente bianco ed è molto pallida.
“Giulia, sono io.”
Metto la mano sulla fondina e sgancio il fermo che assicura la mia Clock calibro quaranta.
La piccola continua ad avanzare e il suo sorriso, ora che è più vicina, ha un qualcosa di famelico, di diabolico.
Sono consapevole di quello che devo fare, ma non ci riesco. Cazzo, è una bambina, l’ho vista crescere e l’ho pure tenuta in braccio.
Meccanicamente estraggo la pistola, faccio arretrare il carrello ed il colpo entra in canna. Nella Glock non esiste la sicura. Sono pronto a sparare.
Giulia è molto vicina, troppo. Un fiotto di sangue sgorga improvvisamente dalla sua bocca e le imbratta tutto il vestitino bianco. La sua piccola mano si alza verso di me, il suo sorriso si allarga mostrando denti osceni.
Alzo la pistola e la punto contro di lei. La mia mano trema visibilmente. Sento il sudore colarmi lungo la schiena.
Lei accelera improvvisamente il passo, io tiro il grilletto.
La spalla di Giulia esplode in una nuvola di pezzi di carne e sangue. La bambina cade a terra.
“Giulia!” grido. “Dio mio, cosa ho fatto.”
Mi avvicino di qualche passo, mosso dall’istinto di soccorrerla e devastato dai sensi di colpa.
Poi d’improvviso lei si alza. Adesso non ride più. Adesso ringhia come una bestia randagia.
Sento il vomito salirmi lungo la gola mentre alzo nuovamente la pistola contro di lei e le sparo all’addome. Questa volta la bambina vola all’indietro come colpita da un pugno invisibile. Un paio di costole sbucano dal suo vestitino strappato.
Sono come ipnotizzato. Sento le lacrime rigarmi il viso.
Giulia prova ad alzarsi di nuovo. Io mi avvicino. Voglio finirla mentre è ancora a terra.
La guardo per l’ultima volta mentre prendo la mira al centro della fronte. “Addio piccola mia” penso mentre premo di nuovo il grilletto.
Questa volta Giulia non si muove più. Gran parte della sua testa è disseminata sull’asfalto, in un raggio di cinquanta centimetri.
Sono tornato barcollante nel mio rifugio. Ho preso tre Xanax e bevuto mezza bottiglia di Four Roses, le quattro rose che parlano d’America.
A Padova ci vengo domani. Adesso lasciatemi dormire.

Carlo C.

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