Poveri Stronzi

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29 giugno 2012 di thesurvivaldiaries

Devo fare in fretta. Sto scrivendo di nuovo dall’aereo. Sto volando basso per mantenere il contatto wi-fi o 3G o quello che è e non so per quanto reggerà. Le cose sono andate un po’ dal culo. Cazzo. Per ordine.
Stamattina siamo andati a fare i nostri soliti giri. Abbiamo localizzato tre nuovi distributori con ancora del carburante e portato indietro un trecento litri di benzina verde senza che Giulio facesse cadere un altro militare dall’aereo. Giulio. Cazzo. Mi dispiace un casino.
Li abbiamo chiamati in tante maniere. Zombie, Zulu, Grigi, Ambulanti, Non-Morti, Merde. Ma la verità è che sono sempre è solo stati dei Poveri Stronzi.
Poveri Stronzi che correvano troppo piano. Poveri Stronzi che si sono fidati di una faccia conosciuta. Poveri Stronzi che amavano troppo un familiare per potergli spaccare la testa. Poveri Stronzi che si sono distratti quando non era il caso. Poveri Stronzi che si sono frapposti tra un altro Povero Stronzo e un amico. Cazzo, Giulio, povero stronzo.

Giulio è stato morso. È successo alla fine del terzo giro della giornata. Stavamo facendo una pausa prima di riprendere i voli. È uscito fuori dal nulla. Era veloce. Mi è stato addosso in un attimo. Sono finito a terra con lo zombie sopra. Riuscivo a malapena a tenerlo a distanza, con i denti che schioccavano a millimetri dalla mia faccia. Tutto d’un tratto sparisce. Giulio lo aveva preso per le spalle e tirato via. Poi è inciampato. È caduto anche lui. Lo zombie gli è saltato addosso in un attimo e ha serrato le fauci sull’avambraccio che Giulio aveva alzato per proteggersi. Poi al Povero Stronzo gli è esplosa la testa e ho visto arrivare di corsa Hicks. Ha sparato ancora un paio di colpi nell’assenza di testa dello zombie, poi è ripartito di corsa per controllare se ce ne fossero altri in zona. Giulio nel frattempo si era alzato a sedere. Con occhi vuoti si guardava l’avambraccio morso. Il sangue gocciolava a terra. Io fissavo quelle gocce cadere dal gomito dopo aver percorso la curva del muscolo. Glip, la goccia per terra. Glip, la goccia per terra. Glip, la goccia per terra. Cazzo, Giulio.
Poi Giulio si è scosso. Gli occhi si sono focalizzati. Si è tirato fuori la pistola dalla cinta e se l’è messa in bocca.
“Cazzo, Giulio, mi dispiace.” Avevo cominciato a piangere.
“‘O ho.” ha risposto lui guardanomi per la prima volta in faccia. Poi si è tolto la pistola della bocca e ha ripetuto “Lo so.” e poi “Ti assicuro, anche a me. Quanto avrò? Un’ora? Un’ora e mezza?”
Ho annuito. Non riuscivo a parlare. Adesso all glip, glip del sangue si era aggiunto il plip, plip delle mie lacrime a terra.
“‘Fanculo!” Tutto d’un tratto la sua faccia si è ricomposta con una nuova determinazione. Si è alzato in piedi e rimesso la pistola nella cinta. Poi rivolgendosi a me:
“Alzati, mi devi fare un favore.” Non riuscivo a muovermi, poi è venuto vicino a me, si è inginocchiato tenendosi l’avambraccio con la mano. “Per favore, Pekka, alzati, ho bisogno che mi aiuti. Devi prepararmi il mio trabiccolo. Mi devi riempire i serbatoi fino all’orlo e mettimrmi ancora una tanica sul sedile del passeggero. Ce la puoi fare?” ho annuito lentamente e con fatica, con gli arti che tremavano, mi sono alzato e ho cominciato a dirigermi verso l’aereo. Poi mi sono fermato e mi sono girato verso di lui:
“Giulio, io…” mi ha interrotto subito,
“Lo so, Pekka. Fammi queste due cose e siamo pari.” Poi mi ha fatto un sorriso triste. Mi sono di nuovo girato e sono corso all’aereo. Con braccia tremanti ho riempito i serbatoi fino all’orlo e poi gli ho piazzato una tanica da trenta litri sul sedile legandola con delle corde elastiche. Quando l’ho raggiunto Giulio era seduto sul ruotino del carrello a scrivere sul block-notes. Poi ha strappato il foglietto e me lo ha passato.
“Pubblicalo per me, per favore.” Ho annuito.
“Se vuoi vedere un bello spettacolo, seguimi. È tempo di nuclearizzare dall’orbita.” Deve aver letto qualcosa sulla mia faccia perché ha aggiunto “Cazzo credi? Li guardo anche io i film.”

Poi eravamo in volo. Lo seguivo a distanza mentre si dirigeva verso nord-ovest. Alla radio sentivo le voci dei militari andare avanti e indietro con comunicazioni concitate, ma non riuscivo a farci attenzione. Da est, forse dall’isola di Sant’Elena, magari dallo stadio, ho visto alzarsi due elicotteri e mi sono stupidamente chiesto chi cazzo fossero e come facessero ancora ad avere del Jet-Fuel. Poi il mio sguardo si è di nuovo fissato sul trabiccolo di Giulio e me ne sono subito dimenticato. Mi immaginavo il glip, glip e la pozza di sangue sul pavimento dell’aereo.
Eravamo all’altezza dell’isola di San Michele quando ho capito cosa aveva in mente Giulio. In lontananza sulla sinistra il ponte della libertà. Lampi di esplosioni e di armi da fuoco. Ho schiacciato il pulsante di trasmissione.
“Cazzo, Giulio, mi assicurerò personalmente che scrivano ballate su di te.” in risposta sento la sua risata.
“Sei un idiota, Pekka. Grazie di essermi venuto a recuperare a Casale.”
“È stato un onore.” e non sono mai stato così sincero in vita mia.
All’altezza di porto Marghera, si abbassa a circa trecento piedi e fa una virata a sinistra di 180 gradi sorvolando il ponte della Libertà. Continua ad abbassarsi. Deve aver trimmato tutto verso il basso perché riuscivo a sentire il motore urlare da dentro il mio abitacolo, io, cinquecento piedi sopra di lui e cinquecento indietro. E continua a scendere. Sta sorvolando una massa fitta di zombie a pochi metri di altezza. Poi ho visto un lampo da dentro il suo cockpit e subito dopo la luce di fiamme vive. Subito dopo Giulio ha spinto l’aereo verso terra. Deve aver polverizzato una cinquantina di zombie nei primi dieci metri, poi è cominciato il vero spettacolo. Il trabiccolo stava ancora andando a tutta velocità tritando carne e ossa quando è esplosa la tanica dentro l’abitacolo. E a quel punto è una palla di fuoco a viaggiare a 80 nodi attraverso una massa di ex-umani. Poi sono esplosi i serbatoi nelle ali portandosi via nelle fiamme e con l’onda d’urto zombie nel raggio di cinquanta metri. Il bolide infuocato ha perso, a questo punto, parecchia inerzia ma è riuscito a farsi ancora un centinaio di metri tra i corpi, e quando lo sorvolo, ormai fermo, continua a bruciare con la forza dell’inferno. Ho fatto un giro lento sul ponte, facendo attenzione alle correnti ascensionali dei fuochi, e ho potuto finalmente ammirare la scala della distruzione che Giulio ha portato sulla folla di cadaveri ambulanti sul ponte. Ne deve aver tritati e bruciati a migliaia. Quando sono passato sulla barriera, a poche decine di metri dallo scheletro in fiamme del trabiccolo, ho forse immaginato di vedere Carlo in piedi sulla barricata con un fucile o qualcosa alzato sopra la testa a salutarmi come un sabbipode, ma mi piace pensare che lo fosse.

Ciao, ti chiamavi Giulio, eri mio amico e hai fatto la cosa più coraggiosa che abbia mai visto.

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