Addio e grazie per tutto il porno

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29 giugno 2012 di thesurvivaldiaries

Torno allo Zombar per un secondo. Alzo gli occhi dal portatile. C’è un ultima cosa che devo scrivere. Vi devo parlare di come è morto uno di noi. Della palla di fuoco. Elisa sta parlando con Pekka. Mi pare che i due se la intendano. Meglio così. Mi stanno guardando. Capisco il significato dell’espressione ti vedo per come mi sento. Lo Zombar è silenzioso. Ci sono pochi militari, quasi tutti soldati semplici e ufficiali di basso rango: caporali, sergenti, un solo tenente: Ferro. Non mi ha più chiesto locandine per il nostro cinema a luci rosse. Non so neppure se abbia organizzato ancora serate.
I pezzi grossi se ne sono andati con gli elicotteri e questo è strano perché dopo quello che ha fatto Giulio…
Quello che ha fatto Giulio, giusto.

Di nuovo sulla barriera. A fissare il mio vomito dopo che ho ucciso un tizio di Chioggia che mi ha salvato la vita. Lorenzo Tiozzo, lagunare. Caduto in battaglia.
Non riesco più a pensare. E’ questo il flusso che cercavo? Il flusso delle cose, il treno delle conseguenze. Una cosa che se ci sali poi non scendi più e che se non ci sali muori.
Sento la voce di Dave Mustaine che dice che quando il treno delle conseguenze è partito non si può più tornare indietro e poi sento un’altra cosa. Grida. Per la prima volta non di terrore, ma di sorpresa. Vedo qualcuno correre verso la barriera. Cazzo: ci stanno andando tutti.
Li seguo. Non penso più nulla, non sono più nulla, sono un soldato come loro.
Compio gli ultimi metri arrampicandomi sulle macerie accatastate contro i container finali. Scivolo. Qualcuno mi prende per una mano, mi fa salire sui container.
E allora lo vedo.
E’ l’aereo di Giulio. Uno di noi. Uno di quelli che scrive.
Si sta lanciando contro il ponte.
Un coglione biondo dell’esercito ride e urla impazzito: “Vai Al-Quaeda! Falli fuori tutti.”
Sta succedendo veramente cazzo.
Tutto rallenta all’improvviso. I colori scivolano via. Ci siamo solo io, gli zombi, l’aereo.
“Grazie, fratello.” Dico, poco prima che Giulio e il suo aereo diventino tutt’uno con Zulu in una palla di fuoco e fiamme.

E questo è quello che vi volevo dire. Michele mi si avvicina come si è avvicinato prima il tenente Zanin.
“Basta scrivere.” Mi dice.
“Manca poco fratè.” Gli dico. “Lasciami finire.”
“Da te voglio solo sentire due parole: birra e subito. E poi vai in branda.”
“Dai. Manca solo una cosa. Solo una cosa.”

E la cosa è questa. L’esplosione ha fatto crollare un pezzo di ponte dal lato della strada. La ferrovia è rimasta in piedi ma la zona ora è venti volte più difendibile. Credo che abbia polverizzato una folla di circa due centinaia di Zulu. Dopo lo schianto Zanin ha condotto un attacco contro gli zombi. Ha colto l’occasione per sferrare una vera e propria offensiva. La prima dacché la barriera è stata costruita.
I militari sono scesi dalla barriera coi lanciafiamme e con tutto quello che avevano, persino le parolacce. Hanno respinto il nemico, l’hanno ricacciato in acqua, nel fuoco.
Io ho guardato tutto lo spettacolo senza dire nulla, senza muovermi.
Mi sono ricordato delle parole di Marta: “Uno di noi morirà.”
Giulio. Era quello che conoscevo meno di tutti. Vestiva come un corriere della droga sudamericano. Era uno di noi. Uno che scriveva.
E così sono andate le cose. Marta, Carlo: avete fatto bene a non venire. Ora qui siamo al sicuro ma leggo sulle facce dei militari che non è ancora finita. In più c’è la boccetta che mi ha dato Guile, il mitomane, l’untore o quel cazzo che era. La cosa che ha fatto gli zombie. Magari. Magari no.
La cosa certa è che i pezzi grossi, Cesari in testa, se ne sono andati. Hanno abbandonato la zona. Me l’ha confermato Gonzo, poco prima che venissi qui. Mi ha detto anche una cosa strana: ha detto che tutti lo chiamiamo Gonzo ma lui non si chiama così, ha detto di avere un nome simile ad una marca di moto. Io ero troppo stanco, rincoglionito e allucinato per dargli corda, né voglio pensarci più del necessario. Poi mi ha salutato, mi ha abbracciato e mi ha detto che stava partendo per un viaggio.
“E dove cazzo vai? A Las Vegas col tuo amico giornalista?” Gli ho chiesto.
Non ha risposto. Mi ha detto di sopravvivere e di farmi una trombata. Tipico suo. Probabilmente era un po’ fatto.

Ora smetto, prima che Michele mi chiuda il portatile sulle dita.
Elisa mi chiede cos’ho in tasca e io le mostro la foto di Hitomi-chan.
“Che tettone!” Esclama.
“Sembra che sia la mia nuova ragazza.”
Elisa mi guarda come se fossi un alieno. Bé, non è che abbia scelto il mio soprannome a caso. “Complimenti.” Mi dice. “A  te e al gommista.”
Ridiamo.
Non so cosa succederà domani ma per ora siamo al sicuro, credo. Almeno per stanotte e forse per quelle successive.
E’ inutile che lo ignori: sta per succedere qualcosa. Quando sei nel flusso è così. Gli eventi ti sommergono e tu non hai più modo di pensare molto a chi sei, a cosa pensano gli altri di te e a cosa pensi tu degli altri. Vivi e basta.
Forse è quello che stavo cercando, è quello che ho imparato dall’apocalisse, dagli zombi, da Elisa e dagli altri. I ricordi di questi mesi sono come gli zombi alla Barriera: una poltiglia grigia di mani tese. Lo zombo con la valigetta, l’elicottero, il ponte, San Sebastiano, l’aula A, Tinto Brass, Seraphine, Onan, Gesù Cristo Cyberpunk, la Barriera, Tiozzo, Gonzo, i colori del tema del nostro blog, Guile, l’aereo di Giulio. Tutto si confonde.
Mi accorgo che di prima dell’apocalisse non mi ricordo più nulla. C’era un tizio che si chiamava Carlo, credo. Ora c’è un caporale dell’esercito che sa usare la balestra e che ha portato via già una vita.
Sono proprio tanto stanco. Mi piacerebbe scrivere qualcosa di bello, di epico per finire questa lunga giornata.
Non mi viene in mente niente, così guardo Michele e gli dico: “Birra, subito.”

See you next season!
Carlo Vanin

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